Determinazione

24 Gennaio 2026

Fair-play, inclusione, comprensione, determinazione, uguaglianza, rispetto, pace, fratellanza, coraggio, ispirazione, solidarietà: ogni sabato il testo di uno degli undici podcast sui valori olimpici e paraolimpici realizzati da Doppiozero per BAM, con la collaborazione di Malagola, ascoltabili su Spotify.

A: Sento troppa retorica in giro, troppe parole vuote che vengono riempite di buoni sentimenti; avverto un agitar di stendardi, un bisogno di credere in qualcosa, la richiesta di una narrazione edificante su cui far collassare la nostra miseria. Tutto questo mi ripugna.

B: A che cosa ti riferisci?

A: Li noti, per esempio, tutti questi discorsi sulle Olimpiadi, sui suoi valori? Come potresti non notarli? Più si reclamano valori e principi più, in verità, si denuncia la loro mancanza.

Canta l’amore chi l’ha perso, mentre chi ce l’ha lo vive e non ha tempo per le parole. Lo stesso vale per i principi e i valori: chi li reclama e li brandisce lo fa perché ne è privo e vive in un mondo che li ha negati.

B: Ma il tuo sfogo non mi sembra sprovvisto di quello stesso moralismo che mi pare tu stia denunciando. Se patisci tutta la retorica olimpica e ne vuoi sottolineare l’ipocrisia – se ho ben capito – tu stesso te ne senti attratto e coinvolto. È come se desiderassi conferire più potenza e più vigore a quei valori e a quei principi che, secondo te, vengono solo tartufescamente agitati in questo periodo che le Olimpiadi rendono, diciamo così, più irenico e speranzoso.

A: Mi stai facendo il processo alle intenzioni. In realtà sempre più spesso mi viene da non credere più ad alcun valore, e anzi non me ne importa nulla. I valori sono maschere e menzogne. Che cosa credi ci sia di bello e importante nell’ascoltare ininterrottamente giaculatorie su “Fratellanza”, “Rispetto”, “Comprensione”, “Inclusione”, “Determinazione”, “Coraggio”, “Uguaglianza”? Sono principi calpestati ovunque; persino una banda di criminali li assume come proprie stelle polari. I tiranni se ne fregiano, i capi mafia se ne vestono, i traditori li brandiscono per giustificarsi.

B: Mi sembri determinato nel tuo atto di accusa.

A: Lo sono, lo sono moltissimo, sono profondamente e decisamente determinato in quello che ti sto dicendo.

B: Ma la determinazione che esibisci e rivendichi non è proprio uno di questi valori olimpici a cui tu dici di non credere?

A: Infatti la determinazione è un valore strano, un po’ diverso da tutti gli altri.

B: In che senso lo affermi?

A: Hai presente che cosa scrive Aristotele nella Metafisica a proposito dell’Essere?

B: Aristotele scrive che l’Essere si può dire in molti modi.

A: È così, e a me sembra che anche della determinazione noi possiamo affermare lo stesso: la determinazione si può dire in molti modi.

B: Fammi capire.

A: Per Aristotele, l’Essere è la cosa più generica che c’è.

Il fatto che le cose, tutte le cose possibili – reali, immaginarie, morali, politiche – dal riflesso color vino della luce su un’onda del mare alla lucentezza dei sandali di Empedocle, dal piccolo pensiero che ti fa sentire in colpa all’albero di fico, tutte queste cose per prima cosa sono; significa che tutto, tutto ciò che c’è, ha in comune il fatto che è. Ecco perché l’Essere si può dire in molti modi.

B: Ah, ho capito, allora tu indendi dire che la determinazione è un po’ la stessa cosa dell’Essere perché anche la determinazione prescinde un po’ da tutto. La determinazione alza le mani dinanzi alle cose. È neutra come l’essere. Mi sono spinto un po’ troppo in avanti nella deduzione del tuo ragionamento o sono riuscito a seguirti?

A: Hai centrato il punto. Per questo non mi ripugna essere determinato nella mia arringa contro i valori olimpici.

La determinazione, di per sé, non vuol dire nulla, non impone nulla, proprio come l’essere.

B: Ripeto, la determinazione alza le mani dinanzi alle cose? Sei d’accordo con questa frase?

A: La sottoscrivo.

B: Allora devi darmi un po’ di tempo perché ho l’impressione che stiamo toccando un punto che forse metterà in difficoltà tutto il tuo scetticismo, persino il tuo nichilismo, perdonami la battuta, olimpionico.

A: Sono indifferente tanto alla vittoria quanto alla sconfitta, per cui prosegui pure; e anzi, voglio farti notare che persino in questo mio disinteresse esibisco con consapevolezza il mio distacco dall’ubriacatura moralistica di questo periodo.

B: A me pari invece fin troppo coinvolto e interessato, ma pazienza, un passo alla volta.

Devo confessarti che nel tuo discorso mi pare tu l’abbia presa molto alla lontana, addirittura sei partito con Aristotele e questa cosa, all’inizio, mi ha spiazzato. Perché la determinazione, per me, ha invece un significato più semplice e immediato; per me essere determinati significa innanzitutto sapere quel che si vuole e impegnarsi per ottenerlo; è un atto della volontà, una progressione all’interno di una decisione, se vuoi anche uno svelamento del proprio carattere.

Solo lavorando duramente su di sé, si manifesta ciò che si è.

A: Come vedi l’Essere di Aristotele torna.

B: Infatti ti do ragione, non ci avevo pensato e riconosco che il tuo discorso ha molti punti convincenti. Per questo non lo rifiuto e lo accolgo. Però ripartiamo da capo.

La determinazione è dunque il modo in cui le cose si manifestano. Su questo siamo d’accordo?

A: È il mio punto, una conseguenza logica dei presupposti del mio ragionamento.

B: Bene, quindi tutto ciò che c’è, l’essere, c’è in quanto si determina nei singoli esseri che tu hai nominato nei tuoi esempi?

A: Mi sembra ovvio, io, te, questa penna, i pensieri del comitato olimpico, sono, hanno l’essere, come qualsiasi cosa, perché sono determinati a essere ciò che sono.

B: Hanno cioè una forma che li contiene, diciamo così, e che li separa da tutto il resto e che li determina a essere ciò che sono. Questa penna è tale perché lotta contro tutto il resto che non è una penna. Questa penna è questa penna perché non è né il tavolo su cui poggia, né il bicchiere che le fa ombra, né il foglio su cui scrive, né la tua mano che la afferra, né l’albero che fa capolino dalla finestra, eccetera. Giusto?

A: Tutto giusto, ma non capisco perché hai usato il termine “lotta”. Che cosa c’entra? Perché vi dovrebbe essere lotta tra la penna e il tavolo?

B: Perché c’è una contrapposizione che i tuoi greci, inventori delle Olimpiadi, potrebbero definire ontologica, addirittura dialettica. Se la tua penna non facesse resistenza, mantenendo la sua forma di penna, determinandosi dialetticamente contro tutto ciò che la circonda, smetterebbe di essere penna e scivolerebbe nel nulla, in quel nulla che è la negazione dell’essere. Le cose sono quelle che sono perché sono determinate a esserlo fino a quando possono esserlo.

A: Lo ammetto, i miei greci hanno ragione.

B: E allora, come puoi sostenere ancora che la determinazione alzi le mani dinanzi alle cose? Non vedi che la determinazione è esattamente l’opposto? La determinazione è ciò che fa essere le cose: è forma, dinamica, vita, manifestazione, idee, principi, valori. La determinazione è ciò che rende possibile quell’essere che si può dire in molti modi proprio in virtù degli innumerevoli modi che lo descrivono e che ne sono la determinazione. La determinazione non può indeterminarsi.

A: Non mettermi in bocca cose che non ho detto. Sono d’accordo con te che le cose sono ciò che sono in quanto determinate a esserlo. Te lo concedo. Ma, per il resto, non vedo come si possa dire altro. La determinazione, di per sé, infatti, non vuol dire nulla, non impone nulla, è neutra e indifferente.

B: E come fai a sostenerlo quando invece abbiamo capito che è proprio la determinazione a imporre il fatto che le cose sono ciò che sono, conferendo a loro quella voce e quell’unicità che rendono possibile e irripetibile lo spettacolo variopinto dell’essere? La determinazione reclama una lotta, una cura; pretende in un certo senso un compito per ciascuna cosa: affermare e diventare ciò che è. Se non fosse così, ci sarebbe il nulla.

A: Stai dicendo che il mio nichilismo confonde l’essere con il nulla?

B: Magari! Se lo facesse, sarebbe una confusione sacra, sarebbe il fondo del discorso di tutti i discorsi. Ma non ne possiamo parlare qui, non sei ancora sceso in quell’Eleusi spirituale, nel quale saranno proibite sempre le parole; tu al contrario sei in posa, sei ancora arrabbiato, scontroso, musone, giudicante, determinato a prendertela addirittura con i valori olimpici. Finché stiamo in questo orizzonte, che è il tuo orizzonte, l’orizzonte dell’essere, dell’espressione, allora dobbiamo riconoscere alla determinazione il compito che si merita e che ci richiede: consentire alla realtà di manifestarsi appieno.

A: Perché allora pieghi il ragionamento alla morale e alla politica? Perché vedi nella determinazione un compito?

B: Perché ne siamo testimoni.

A: Che cosa intendi?

B: Intendo dire che la mia e la tua vita, il desiderio che le anima, la fatica e la speranza che le percorrono, il dolore e la bellezza che le attraversano, lo testimoniano. E questa nostra consapevolezza lo testimonia per tutto il resto. Infatti, come dicevamo, ogni cosa è determinata a essere sé stessa. E se lo è – e, come abbiamo visto, lo è – lo è solo perché riconosce un valore a esserlo.

Vi sono morale e politica persino nella tua penna in lotta contro la scrivania.

Una volta che c’è l’essere, che le cose ci sono, vi è cura, desiderio, lotta, insomma, morale, politica, valori. Non c’è da scandalizzarsi. Tu stesso oggi mi hai interpellato, e lo ribadisco, partendo da una rivendicazione valoriale, persino moralistica. Non esiste neutralità nell’essere.

La determinazione è dunque un compito.

A: E quale sarebbe questo compito?

B: Te l’ho detto: la manifestazione piena, compiuta, gioiosa, armonica di ciascuna cosa insieme alle altre cose.

A: Sei serio?

B: Lo sono. Vedi, tu prima hai detto una cosa che mi ha colpito e a cui, ti confesso, non avevo mai pensato.

A: Che cosa ti ho detto di così importante?

B: Mi hai detto questa frase precisa: “Fratellanza, Rispetto, Comprensione, Inclusione, Determinazione, Coraggio, Uguaglianza, questi principi olimpici sono calpestati ovunque…”

A: La continuo io: “…Persino una banda di criminali li assume come propri valori. I tiranni se ne fregiano, i capi mafia se ne vestono, i traditori li brandiscono per giustificarsi”.

B: Esatto, mi avevi colpito, e quasi stavo per crollare dinanzi al tuo nichilismo. Poi, per fortuna, l’hai presa alla lontana, ti sei appellato all’Essere, al tuo Aristotele, e allora ho avuto modo, e persino tempo, di comprendere meglio come reagire al tuo disfattismo.

A: Come?

B: Grazie proprio alla determinazione. Tu stesso mi hai suggerito come la determinazione, nel suo essere un valore apparentemente neutro, contenesse in sé tutti gli altri valori. Comprensione e coraggio, per esempio, possono essere tali solo perché sono determinati a esserlo. Ma c’è di più. La loro determinazione è tale solo se non diventano il loro contrario; per esempio, la comprensione può essere detta comprensione solo se è determinata a non diventare incomprensione, cioè solo se si mantiene in ciò che le è proprio, trovando le risorse per stabilire e dare forza al suo essere senza sprofondare nel non essere.

È vero che dei briganti possono associarsi in nome della fratellanza, è vero che un tiranno può manifestare coraggio nello sterminare una popolazione, è vero che un mafioso si riempie la bocca della parola “rispetto”, ma tutti questi utilizzi e sbandieramenti di valori sono un indebolimento, una crisi, di quella determinazione che invece li sostiene e li mantiene e senza la quale scomparirebbero. Insomma, sono la qualità e la quantità della determinazione a dare forza a comprensione, rispetto, coraggio e agli altri valori olimpici.

A: Ma anche un tiranno, un brigante e un mafioso sono determinati a essere ciò che sono.

B: Sì, ma la loro determinazione è finalizzata a un indebolimento, a una sottrazione, della determinazione. Un brigante prova un senso di fratellanza con i suoi compagni, ma la sua fratellanza è strumentale a generare inimicizia nel mondo. E lo stesso vale per tiranni, i mafiosi e chiunque altro operi contro la pienezza dell’essere in nome di interessi egoistici. Come diceva il tuo Aristotele, l’essere è tutto, appartiene a ogni vivente e a ogni ente e, in nome di quell’Uguaglianza che è un altro valore olimpico, non può essere di una parte sola.

A: Quindi, per riassumere e provare a chiudere il tuo ragionamento, la determinazione è ciò che fa essere l’essere. Ogni cosa è determinata a essere profondamente sé stessa, diventando ciò che è. Compito generale della determinazione è quindi la manifestazione piena dell’essere in tutti i suoi modi che sono una celebrazione del Tutto. Ogni forza che escluda qualcosa da questo tutto si pone al di fuori della determinazione che è il modo di darsi dell’essere. Ho capito bene?

B: Esatto. E aggiungi anche che tutto ciò che va contro questo principio lavora per l’indeterminazione e il nulla e non gode delle caratteristiche della determinazione che appartengono all’essere. Vi può essere infatti determinazione anche nell’indeterminazione?

A: A me sembra che non possa esserci determinazione nell’indeterminazione.

B: E perché? Questa volta dimmelo tu.

A: Perché l’indeterminazione è un abbandono della determinazione; l’indeterminazione è una crisi della determinazione, un destino, una fine, una morte, ma questo destino non è il fine e la vita della determinazione la cui essenza è tale solo quando si determina, con forza, carattere, fratellanza, coraggio, eccetera contro lo spettro del suo stesso degrado.

B: Non so se te ne sei reso conto?

A: Di che cosa?

B: Lo vuoi sapere sul serio?

A: Certo.

B: Hai appena detto che le Olimpiadi sono come l’Essere.

A: In realtà ho appena detto che l’unico modo affinché ci sia l’Essere piuttosto che il nulla è di tenere acceso il fuoco dell’Essere contro il nulla. Quella luce non va mai spenta.

B: Ho dimenticato di chiederti come ti chiami?

A: Mi chiamo Tedoforo, come chiunque.

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