raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Categorie

Elenco articoli con tag:

Intervista / conversazione

(448 risultati)

Un nuovo volume della collana Riga / Kitsch Kitsch Kitsch, hurrah!

Silvia Bottani   Che cos’è il Kitsch? come potremmo definirlo? vira più verso il cattivo gusto (ossia un gusto differente che a noi non piace) o è semplicemente una mancanza di gusto (una indifferenza verso il gusto)?    Il kitsch continua a evolversi nella forma ma mantiene il suo carattere originale. Possiamo intenderlo come una menzogna che diventa una verità accettata e condivisa ma anche come una strategia di mimetizzazione e di sabotaggio messa in opera dallo scarto, da ciò che è fallato nei confronti di ciò che è compiuto, una forma di contaminazione che fonde high e low brow per creare un prodotto di massa. Possiamo ancora considerarlo come l'opposto speculare dell'arte? Forse no, almeno nei fatti, se una parte consistente di arte established ne è stata parassitata e se non esistono avanguardie.    Si tratta di un fenomeno meramente estetico, o pseudo-estetico, o invade anche i territori dell’etica e della politica? Se sì, in che modo?   Invade certamente i territori dell'etica e della politica, portando in primo piano un approccio caratterizzato da sentimentalismo e ironia che influenzano e orientano il discorso pubblico e la comunicazione....

Una conversazione con Mario Barenghi / Otto domande sui nostri Poetici primati

Il tuo libro ha come sottotitolo Letteratura e evoluzione, ma l’impressione è che parli molto più di evoluzione che non di letteratura, anzi qualcuno ti obiettato questo, che tu, nonostante sia un eccellente critico letterario, ti sia soffermato su un campo non tuo. Vero. Le ragioni sono diverse. In primo luogo, sentivo la necessità di mettere in chiaro alcuni problemi fondamentali riguardo a un terreno di studi, l’evoluzione appunto, che non rientra nelle mie competenze. Ci sono alcuni punti fermi raggiunti dalla paleontologia che mi pare abbiano un grande rilievo culturale, cioè che possano incidere sulla nostra visione del mondo, come il fatto che svariate specie ominidi siano coesistite fino a un passato relativamente recente. In particolare, poi, mi sembrava indispensabile mettere un po’ d’ordine – nella mia testa, intendo – nel dibattito sulle origini del linguaggio, che mi pare di estremo interesse. Quando, per quali motivi, attraverso quali momenti e passaggi, gli umani abbiano sviluppato una forma articolata di comunicazione verbale: ecco un complesso di questioni che interessano tutte le scienze umane e sociali, e hanno importanti ripercussioni in ciascuna. Si parte...

Una conversazione / Joachim Schmid: cataloghi caotici

Sara Benaglia, Mauro Zanchi: Nel 1989 Lei ha dichiarato «Nessuna nuova fotografia finché non siano state utilizzate quelle già esistenti!». Quest’ottica “ecologica” in un contesto in cui la proliferazione di immagini è iper-accelerata come ha cambiato il suo modo di pensare la fotografia, anche dei grandi autori? Perché qualche anno più tardi ha affermato «Per favore non smettete di fotografare»? E che cosa direbbe oggi?   Joachim Schmid, The Artist’s Model, 2016, courtesy of P420, ph C. Favero   Joachim Schmid: Il primo slogan è stato il titolo provocatorio di un saggio sull'enorme sovrapproduzione in fotografia, che indicava le masse di immagini esistenti che sono potenziali materie prime per tutti i tipi di opere. Questo in un momento in cui una nuova generazione di fotografi si batteva per far riconoscere la fotografia come una forma d'arte a tutti gli effetti legittima. Avevo forti dubbi su questo approccio incentrato sulla macchina fotografica. E a quanto pare il mio titolo era una frase così orecchiabile che da allora mi perseguita.  La seconda è la ricostruzione di un'istantanea trovata. L'ho usato come una sorta di motto per il mio Bilderbuch, che si...

29 agosto 1980 - 29 agosto 2020 / Franco Basaglia. “E mi no firmo”

Massimo: Alcune cose le sappiamo. uno dei primissimi giorni succede che l’ispettore capo dell’ospedale psichiatrico di Gorizia – una figura importante, si chiama Michele Pecorari – porta al nuovo direttore il registro delle contenzioni. È il librone su cui vengono scritti i nomi di chi la notte prima è stato legato al letto. Il direttore deve vistarlo, apponendovi una semplice firma. Si è sempre fatto così. Prassi vuole che adesso tocchi a Basaglia. L’ispettore gli consegna il libro e gli porge con molta deferenza la stilografica. lui toglie il cappuccio e si blocca. Passa un attimo, chi è presente nella stanza dirà poi che è sembrato un tempo lunghissimo. Un attimo e Basaglia, semplicemente, rimette la stilografica nel cappuccio. Alza lo sguardo e dice nitidamente: «E mi no firmo». Un gesto di rifiuto. Ci viene in soccorso un dettaglio biografico. Sembra una semplice nota di colore, ma in questa storia c’entra molto. Qualche anno prima, nel 1953, Franco Basaglia si è sposato con Franca Ongaro – c’entra molto anche lei in questa storia, e non solo perché è nel manicomio di Gorizia come volontaria nei reparti. Testimone dello sposo è stato il grande amico nonché ex collega di...

Una conversazione con Giuliano Scabia / Paesaggi con visioni

Firenze, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, sembra il luogo perfetto per ritornare sui propri passi. Qui, il ricco percorso di un artista come Giuliano Scabia si presenta come il terreno fertile in cui scoprire le dimensioni inesplorate di una poetica che, anche nei suoi voli più lontani, ricongiunge il suo autore a un presente che coinvolge ognuno di noi. L’attenzione per l’intricata filigrana di motivi che concorrono alla creazione di quello che chiamiamo semplicemente “oggi” rappresenta uno degli aspetti chiave della ricerca di Scabia, il quale esplora paesaggi in cui si condensano – come accade per la sua «stralingua» – stratificazioni di tempi e di storie. È proprio dalla consapevolezza della presenza di questa ricchezza sedimentata che è possibile muovere i propri passi, oltrepassando la soglia che separa l’ignoto da ciò che si conosce. In un anno inaspettato come il 2020, che ci costringe a una riflessione sul nostro modo di vivere lo spazio, le parole di un artista come Giuliano Scabia ci aiutano a comprendere in che misura natura, lingua, musica e cammino costituiscano paesaggi in cui si snoda il nostro vissuto, portandoci a riflettere sul significato di partire,...

Cittadellarte / Una nuova Accademia

Accademia Unidee è il prototipo di un nuovo tipo di accademia d’arte della Fondazione Pistoletto. La proposta nasce dal percorso e l’esperienza del grande artista e dalle numerose azioni e iniziative ospitate nella sede di Cittadellarte. Questa, infatti, da oltre 20 anni è sede di sperimentazioni sulla formazione e la ricerca dell’arte per la trasformazione sociale responsabile. La sedimentazione di questo lavoro ha prodotto il nascere di Accademia UNIDEE che si caratterizza per una conoscenza multidisciplinare, orientata alla sostenibilità, all’innovazione consapevole, con attenzione all’impatto delle tecnologie sull’uomo, sull’ambiente e sulla società, e con una forte vocazione alla ricerca. Per comprendere meglio questo progetto abbiamo rivolto alcune domande al Maestro Michelangelo Pistoletto, a Paolo Naldini Direttore di Cittadellarte e Presidente di Accademia Unidee e a Francesco Monico Direttore Generale di Accademia Unidee.   Accademia UNIDEE è appena nata ma ha già una lunga storia alle spalle, quella della Fondazione Pistoletto e delle sue numerose iniziative. Cosa vi ha spinto a creare un'accademia? Michelangelo Pistoletto: Cosa ci ha spinto? Devo dire che siamo a...

Una conversazione / Ateliersi. Le mappe del cuore di Lea Melandri

Esserci in qualche modo, come si può, in piccolo; costruire un’architettura possibile per quel festival di teatro che, giunto alla sua ventiquattresima edizione, ci porta all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Il retro del Teatro La Cucina è la scena: un grande prato verde, tigli tutto attorno, il palcoscenico, le sedie a distanza di sicurezza. Scommessa vinta, quella di Olinda: Da vicino nessuno è normale ci ha permesso di tornare davanti a corpi sul palco, ha consentito che ritrovassimo, con le mascherine, in piccolo, il ‘fare mondo’ che è il teatro.   Due tavoli in scena: uno alla destra e uno alla sinistra. Una poltrona bianca tra loro. In primo piano due leggii che paiono maschere, dietro cui il volto di chi si avvicina scompare. Un microfono al centro del palco e al centro di un quadrilatero di fonti luminose, steli verticali di alluminio attraversati da luci a led. Su uno dei tavoli plichi altissimi di lettere; l’altro coperto da riviste, ritagli. Davanti ai tavoli, Fiorenza Menni occupa la parte destra del palco, Andrea Mochi Sismondi quella sinistra: consultano i fogli, li rigirano tra le mani. Fiorenza si avvicina ad Andrea e poi fa ritorno; non si dicono niente,...

Profughi / L’ombra del nemico

Questa storia inizia con una bambina che voleva divenire cacciatrice di serpenti e che si troverà, molti anni dopo, ad essere una giornalista di guerra. Inizia con il desiderio di riparare ai torti grazie al racconto delle vite travolte dalla violenza della Storia. Un mosaico di racconti e testimonianze che vanno a comporre lo scenario delle nostre società in tumulto, in un tentativo di comprensione e di decodifica, di compensazione e analisi. Marta Serafini, giornalista del “Corriere della Sera”, in L’ombra del nemico (Solferino libri), racconta cinque anni di lavoro e di reportage che l’hanno portata più volte in Medio Oriente durante il conflitto siriano, in Iraq – testimone della nascita, della consolidazione e del declino dello Stato Islamico – in Kurdistan tra le file dei peshmerga, al confine tra Turchia e Siria – tra le centinaia di migliaia di profughi che il conflitto siriano ha causato – nel Libano schiacciato dalla pressione degli sconvolgimenti nella Regione, in Afghanistan – a Kabul – nei vicoli degli oppiomani e tra le donne in burqa che chiedono l’elemosina, sulle navi delle Ong che salvano vite nel Mediterraneo centrale.   Ma anche nelle periferie delle...

Conversazione con Marco Gui / Distanti eppur connessi?

Le discussioni sulle tecnologie dell’educazione (ICT) sono frequentemente caratterizzate da un forte tasso di ideologia come ha rilevato, tra gli altri, Antonio Calvani. Lo stesso nome di learning technologies assume come naturale ciò che dovrebbe essere dimostrato, ossia la correlazione tra tecnologia e aumento degli apprendimenti. Le opinioni determinano i fatti, e li producono. In mesi segnati dalla didattica a distanza condotta attraverso un variegato uso di risorse digitali, è sembrato quanto mai opportuno rivolgersi a chi ha prodotto ricerche sistematiche, evidence based, sulla relazione tra media digitali ed istruzione. Marco Gui ha, infatti, all’attivo diverse pubblicazioni sul tema, quali A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita (il Mulino, 2014), sulle problematiche della sovrabbondanza comunicativa e il Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio? (il Mulino, 2019), un bilancio delle politiche sulla digitalizzazione dell’istruzione.   Professore associato nel Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, Gui si occupa di sociologia dei media digitali e dell’utilizzo che ne fanno i giovani, aspetto che lo ha condotto a...

Sulla fine dell’estetica / Conversazioni con Arthur C. Danto. Che cos’è un’opera d’arte?

Gli interrogativi sullo statuto dell’opera d’arte che la riflessione di Arthur C. Danto solleva potrebbero coinvolgere tutta la storia dell’estetica, pur nascendo da un singolare e fortunato incontro avvenuto a Manhattan nel 1964. È qui che, nei locali della Stable Gallery, veniva esposta per la prima volta Brillo Box, l’opera iconica di Andy Warhol, una delle più note dell’artista americano e fenomeno inaugurale di un nuovo modo di pensare l’arte. Da questa novità, incarnata da banali scatole di detersivo esposte in una galleria, trasfigurate in opere d’arte, prende avvio la filosofia dell’arte di Danto, che ruota, com’è noto, attorno a una domanda chiave: che cos’è un’opera d’arte? O meglio, che cosa rende un’opera d’arte tale, quando dal punto di vista estetico e percettivo nessuna differenza sostanziale permette di distinguerla da un altro oggetto banale, di uso quotidiano? E quindi che cosa differenzia, non da un punto di vista estetico, bensì essenziale, ontologico, le comuni scatole di detersivo Brillo (seppur disegnate, com’è noto, dall’artista James Harvey) vendute nei supermercati americani, dalle Brillo di Warhol, trattandosi in apparenza di oggetti indiscernibili?...

Modello Paperino / Che fatica la pigrizia!

Allora come è andata questa lunghissima quarantena e il Lockdown?   Così così. Ho dormito molto; ho letto poco; sono stanco per il troppo lavoro on line; e poi ho mangiato troppo, così ho preso peso.   Insomma sei stato un pigrone, salvo il lavoro da remoto…   Non proprio. Ho lavorato senza muovermi da casa e per questo mi sono affaticato più di quando andavo in ufficio in autobus, in tram o in bicicletta.   Lo sai che sto leggendo un libro che mi sembra perfetto per descrivere la tua situazione, che poi è stata anche la mia in questi due mesi? Si intitola La fatica di essere pigri (Cortina Editore) e lo ha scritto un professore di semiotica di Palermo, Gianfranco Marrone. Si parla di tante cose tra cui anche di uno dei tuoi eroi preferiti: Paperino.   Interessante. Forse non è un caso che l’abbia scritto uno di Palermo. Non per confermare un luogo comune, ma se c’è un luogo che abbino alla pigrizia è proprio la Sicilia, sotto quel sole cocente d’estate…   Sarà, io quando penso alla pigrizia mi si palesa davanti l’immagine di un messicano, sombrero calato sul viso, che fa la siesta. Ogni città, paese o nazione pensa che i pigri siano sempre gli altri...

II / Quattro domande sul desiderio

La pandemia scatenata dal coronavirus ha modificato, e probabilmente modificherà ancora anche a breve scadenza, i comportamenti che riguardano i corpi e le relazioni fisiche tra gli esseri umani. Ti chiediamo di rispondere ad alcune domande per capire in che modo a tuo parere potrà cambiare tutto questo.   Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista   1. Il desiderio di prossimità, la necessità di abbracciarsi, di scambiarsi segni di reciproco affetto e di amore, sembrano oggi aboliti a causa dei timori che i contatti possano generare veicoli di trasmissione del virus, così che la paura ha preso il sopravvento: possiamo essere gli untori dei nostri partner, genitori, amici. Desiderio e paura si escludono o possono coesistere e con quali conseguenze? Cosa determinerà – in una fase di coesistenza con il virus – l’impossibilità di riprendere la dimensione fisica, corporea, di alcune relazioni, in particolare quelle con gli anziani?   Il rapporto con il corpo, mio e dell’altro, è stato al centro dei miei pensieri della quarantena. Il corpo esposto al contagio e il corpo sottratto al contatto. «Nessun uomo è un’isola», diceva John Donne, ma io mi sono sentito isolato...

Intervista al direttore Patrick Keilty / Il più grande archivio di pornografia

Patrick Keilty è professore associato alla Faculty of Information dell’Università di Toronto, e direttore della Sexual Representation Collection, il più grande archivio di pornografia in Canada, la cui collezione comprende circa “tremila videocassette e DVD, mille riviste, cinquecento romanzi, centinaia di diapositive a 35mm, di film e cassette a 8mm,  documenti personali e legali, report, prodotti artistici, oggetti erotici e pezzi unici databili dagli anni Cinquanta a oggi”, oltre a materiale riguardante le leggi canadesi sulla rappresentazione del sesso. Avrei dovuto incontrare Patrick allo University College, dove è ubicata la collezione, ma la pandemia in corso ce lo ha impedito, e dunque questa conversazione ha avuto luogo su Zoom.    MALVESTIO: Per cominciare, potresti darci qualche dettaglio sulla collezione, sulle aree che copre e sui suoi scopi? Qual è la sua storia?    KEILTY: Dunque, negli anni Ottanta Brian Connor, che era docente di Physical Education all’Università di Toronto, aveva cominciato a scrivere il suo secondo libro, che riguardava la rappresentazione della mascolinità nell’industria porno gay, e dunque aveva cominciato a...

V / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Elena Pulcini, filosofa   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   Abbiamo subìto uno shock che ci ha destituiti dalle nostre certezze e dai nostri privilegi consegnandoci a una condizione di vulnerabilità radicale: radicale perché il vulnus, la ferita inflitta sulla parte di noi più esposta e fragile, cioè il nostro corpo, si è allargata al nostro intero stile di vita costringendoci a un momento di arresto, a disfarci rapidamente di tutti gli “ornamenti”, come direbbe Georg Simmel, di tutto il superfluo con cui da consumisti seriali abbiamo agghindato le nostre vite, per concentrarci sullo stretto necessario. Lo shock allora, con tutto il suo inevitabile carico di paura, è stato salutare: perché la paura, se reagisce a un vero pericolo, funziona come la...

Intervista a Sybille Krämer / Per un nuovo ‘illuminismo digitale’: pensare i media oggi

Sybille Krämer è tra i più noti filosofi dei media e della conoscenza tedeschi. Dal 1989 al 2018 ha occupato la cattedra di Filosofia teoretica presso la Freie Universität di Berlino. Un elenco completo delle sue pubblicazioni e ulteriori informazioni sulla sua ricerca sono disponibili sul suo sito personale.   In occasione della pubblicazione in traduzione italiana (2020) del suo libro del 2008, Piccola metafisica della medialità. Medium, messaggero, trasmissione già tradotto in giapponese e in inglese (tr. a cura di F. Buongiorno, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2020) , Sybille Krämer ripercorre in questa intervista alcuni temi fondamentali della sua proposta filosofica. Il percorso delineato culmina nella proposta di un lavoro filosofico comune per un nuovo ‘illuminismo digitale’ che, senza dimenticare la natura ambivalente dei media, permetta la maturazione di una coscienza critica diffusa che sappia riconoscere e assumere tale ambivalenza e sfruttarla nella costruzione di buone pratiche sociali, culturali e politiche.   Partiamo da una domanda di contesto. Alcune delle tesi centrali del tuo libro, Piccola metafisica della medialità, appena uscito in italiano...

Victor Stoichita, l’Europa in cornice

Victor Stoichita. Homo Europæus dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe, anche fisicamente Victor Ieronim Stoichita pare provenire da un altro tempo. Impeccabilmente, invidiabilmente parlante tutte le lingue del Continente (il suo italiano è stupefacente), è oggi fra i maestri assoluti di una disciplina, la storia dell’arte, che per sua natura abbraccia uno spazio al di là di tutte le lingue e tutte le frontiere. L’Europa in cui è nato (nel 1949 a Bucarest), quella in cui ha scritto (principalmente in francese) e insegnato (dal 1991 all’Università di Friburgo, in Svizzera) sono state, nel tempo della sua formazione e della sua maturità, per antonomasia il luogo dell’apertura e del dialogo. Lo ricorda lui stesso, in abbrivo alla bellissima conferenza (colla quale ha inaugurato nel 2018 il corso di Cultura Europea che è stato invitato a tenere al Collège de France) su Les Fileuses de Velázquez. Textes, textures, images (Fayard, pp. 52, € 12): l’etimologia di «Europa» viene da due parole greche, eurýs («largo, esteso in lontananza») e óps («sguardo, occhio»), sicché rinvia a uno sguardo esteso. L’Europa ha occhi vasti e profondi: proprio come quelli – abbaglianti di celeste...

I / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Walter Siti, scrittore   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   Il cambiamento principale si è registrato nella vita quotidiana: abbiamo capito quanto, nell’equilibrio delle masse, fosse legato all’uscire. Uscire di casa per evadere da se stessi. Tutte le chiacchiere vane, da cui non si impara niente, avevano una potente funzione rassicurante; uscire era la vera arma di distrazione di massa, molto più dell’intrattenimento o della propaganda politica. Stare muso a muso con se stessi, o con gli altri membri della famiglia, fa terribilmente paura. Fare shopping in giro aiutava i depressi molto più di quanto non li aiuti comprare le stesse cose su Amazon – che poi non sono proprio le stesse, perché in questo momento Amazon fa fatica a recapitare le cose inutili. La...

Una conversazione con Mark Cousins / L’accademia di Venere

Impresa da rabdomante illuminato, che va scovando vene sotterranee, ma anche biforcazioni, viottoli e carreggiate lungo i quali s’accampa per un poco la storia del cinema: Women Make Film, il nuovo documentario di Mark Cousins, è anche questo. 14 ore, divise in cinque blocchi e quaranta capitoli: un “road movie”, o meglio un film di film che raccoglie e monta, in maniera non cronologica, più di un secolo di sguardi di donne.    Mi trovo al Dublin Film Festival insieme ad altre due studentesse del Trinity College. La pandemia – che dopo appena qualche settimana mi costringerà ad abbandonare l’Irlanda – è ancora uno spettro senza contorni definiti. Di fronte a noi, Cousins sta introducendo la sua opera: percorre la sala da una parte all’altra, con umore palpitante, e ci mostra gli appunti di lavorazione. Sono decine e decine di foglie pinzati insieme che ricordano un’epopea ordita al contrario, il sogno orizzontale di un cinema come «magia degli accostamenti», secondo una formula presa in prestito dall’Hofmannsthal di Andrea o I ricongiunti.       Cousins ci racconta poi delle difficoltà di produzione. Di quando una notte scrisse a Jane Fonda una lettera...

Žižek, Virus / Slavoj il folle, Slavoj il saggio

A – Buon giorno, B, come stai? Io sto in casa e mi tengo impegnato leggendo l’ultimo repentino libro di Žižek, Virus (trad. it. V. Salvati e F. Ferrone, Ponte alle Grazie, 2020, p. 46). B – Sì, anch’io. A proposito dei “cinque stadi” di cui parla, all’inizio – dalla “negazione” iniziale all’“accettazione” finale –, mi ci ritrovo a proposito della situazione attuale, ma non capisco bene a quale stadio ci troviamo, direi la “negoziazione” … tra il nostro bisogno di uscire e il senso della realtà che forse non abbiamo ancora accettato…   A – Hai detto bene, la parola “realtà” mi pare la questione chiave di questo libretto. Ma devo superare un dubbio a proposito della posizione del nostro. Hai presente Deleuze quando parla dei ragni? Osserva che il ragno ha un solo senso enormemente sviluppato – come la zecca, insetto che suscita altrettanto interesse. Nel caso del ragno è il tatto. E il senso del tatto nel ragno è abnormemente esteso all’ambiente in cui vive, la tela. Il ragno percepisce la minima vibrazione della tela all’impatto con l’insetto e vi si precipita, avvolgendolo mortalmente con i suoi fili.   B – E dunque?   A – Dunque, a me pare, con...

Giornata mondiale della poesia / Il silenzio. Intervista con Milo De Angelis

Fino a pochi giorni fa il mondo sembrava oppresso da una pesante cappa di suoni e rumori. Nella clausura forzata di queste settimane, rimpiangiamo quel brulicare caotico di vita che riempiva le nostre strade e il silenzio ci appare come un macigno difficile da gestire, mentre il tempo si dilata in tutta la sua durata. Ha dunque senso oggi riflettere su questa dimensione. E ancora di più farlo attraverso la poesia, una lingua che sembra avere un solo scopo: sfiorare, sia pure per un attimo e nella più grande economia di mezzi la parte essenziale e assoluta, e quindi silenziosa, della vita: “la nostra verità, la nostra ombra, il nostro segreto”, come ha scritto Milo De Angelis, poeta tra i più importanti e influenti degli ultimi decenni.    Il silenzio che in questi giorni abita le nostre strade può essere l’occasione per riflettere su un silenzio più interiore, per indagare la parte più profonda di noi? Da una parte ritengo di sì: la città vuota e metafisica si innesta perfettamente nel silenzio che regna da sempre dentro di noi e, guardandola dal balcone, mi sembra di celebrare delle tacite nozze con lei. Dall’altra però questo silenzio carcerario, non essendo...

Conversazione con l'autore di Hugo Cabret / Brian Selznick, La Quercia

Brian Selznick è un ragazzo di cinquant’anni, dal sorriso franco e l’innata eleganza newyorkese. È a Roma per presentare il suo ultimo libro Live Oak, with Moss (in italiano La Quercia, edizioni Tunué, traduzione di Diego Bertelli). Un’opera che potrebbe stupire da parte di un disegnatore-scrittore noto per essere tra i più importanti autori contemporanei per bambini. Un libro adulto, nelle forme e nei temi, impastato di eros e desiderio. Un inno lirico e bruciante all’amore gay e all’attrazione tra uomini, che trae linfa da un pugno di poesie inedite di Walt Whitman.  Alle soglie dei quarant’anni Whitman mise insieme undici fogli di carta, piegandoli a metà e cucendoli lungo il bordo per tenerli insieme e ottenere la forma di un taccuino di ventidue pagine. Quel piccolo taccuino gli servì per raccogliere una serie di dodici poesie cui stava lavorando da tempo.  Un micro-mondo elettrico, pulsante e per nulla episodico, dove Whitman smette i panni del cantore del Nuovo Mondo e della Nazione Americana per percorrere con estrema onestà (“mi vergogno – ma è inutile – sono quello che sono” scrive nell’ottava poesia) le tappe della sua educazione sessuale e amorosa. In un...

il cinema dentro la vita / Hanna Polak, il cinema di comunità

C’è un ritmo silente e rapido che raccoglie – nel cinema – l’istante che ci abbandona, trasformandosi in calco indelebile e devastante che sovrasta le nostre relazioni umane.  “La facoltà di giudicare bene e di distinguere il vero dal falso è per natura eguale in tutti gli uomini, e che perciò la diversità delle nostre opinioni non dipende dal fatto che gli uni siano più ragionevoli degli altri, ma semplicemente dal fatto che conduciamo i nostri pensieri per vie diverse e non consideriamo le stesse cose”. Questa riflessione di Cartesio, del 1637, può ben introdurre la particolare azione di Hanna Polak sul cinema documentario: non considerare le stesse cose, restituendo con l’obiettivo anche il fuoricampo delle vite ai margini. Per la Polak il cinema non è solo un metodo che può disvelare conoscenze, condurre indagini o sintetizzare una particolare visione di mondo, ma è essenzialmente un linguaggio che deve crescere insieme all’oggetto che filma. E questa crescita non è solamente autoriale ma è innanzitutto biologica e affettiva: ovvero fa parte di un film che azzera l’occhio sull’estetica per – letteralmente – convivere con la storia.    È quello che possiamo...

Arte e attivismo di Xaureme Francisco Bautista / Difensori della madre terra

Negli ultimi mesi una serie di catastrofi, indotte da chi ha interessi nello sfruttamento di parti del pianeta ancora vergini, si sono abbattute sui territori sacri, e per questo protetti, di intere popolazioni native. Degno di attenzione è il fatto che “loro”, i nativi, questa volta hanno alzato la voce e si sono imposti sulla scena internazionale sensibilizzando coscienze e attirando l’attenzione di governi stranieri, facendo appelli continui anche con l’utilizzo dei mezzi di comunicazione più moderni. Mettendoci la faccia. Facendosi voce di quello spirito della natura di cui si autoproclamano i custodi e che ancora cercano di proteggere a dispetto della folle – e distruttrice – corsa economica che acceca i governi del mondo. “Loro”, alter ego culturalmente pregnante della più famosa Greta.   Per non perdere la memoria: nel luglio scorso era stata la Siberia a bruciare e, come annunciato dal Presidente del consiglio dell’organizzazione degli sciamani “Tengeri”, Bair Tsyrendorzhiev, quaranta di essi si riunirono sulla principale isola del lago Bajkal per invocare gli spiriti della natura e la pioggia in modo da mettere fine alla distruzione della regione dovuta ai devastanti...

Intervista a Peter Handke (1979) / La caffettiera e l'estasi

BERLINO – Sto ricapitolando, lì nella hall dell’albergo: trentasette anni, sedici libri, l’«ultimo scrittore tedesco» – Peter Handke. Mi hanno detto che è un individuo spinoso, impenetrabile, invivibile… Che mangia solo in ristoranti di lusso. Che per scrivere i suoi libri scompare per mesi in reclusione. Che vive con una figlia: che è lui, la «donna mancina» del romanzo e del film. Che si masturba…  Sfoglio il suo ultimo libro, che si intitola Il peso del mondo: «Nella piena consapevolezza del fallimento, non dire più nulla…»; «Passare davanti a una finestra buia, dietro la quale un tempo viveva un amico…»; «Guardare il cielo, dove passano le nubi, e pensare: No, non mi suiciderò mai…»; «A volte la sensazione di dovermi distorcere la bocca con le mani, per non rimanere sempre lo stesso…»; «Lasciar cadere tutto: poi cadere a terra (lasciar cadere le cose che si hanno in mano, una dopo l’altra – poi tirare il fiato)…». Chiudo il libro. Aspetto. Compare contro luce, sulla porta dell’Hotel Savoy; esita, strizza gli occhi assenti verso la penombra. «Grazie, Peter», gli dico, «di essere venuto. Mi dispiace per il disturbo…». Chiude gli occhi. Piega la testa di lato. È come se...