Nicole Janigro, sentimenti erranti
In un paese dove gli zingari erano felici, come avrebbe voluto Claudio Lolli, non poteva che configurarsi una psicoanalista onnivora come Nicole Janigro. Di formazione junghiana, attratta dall’arte e dal cinema, affamata di letture che intrecciano la sua materia, la letteratura e la saggistica, Janigro in An-alfa-beta o dei sentimenti (AnimaMundi edizioni, pagg. 316, euro 17) ci offre la propria biografia come una finestra dell’evoluzione individuale, in un certo modo parallela a quella cui vanno incontro lo psicoanalista e il suo paziente. In questo caso, il lettore è paziente e spettatore insieme, oltre che psicoanalista, come lo è stato già in un altro libro dell’autrice Psicoanalisi. Un'eredità al futuro (Mimesis 2017).
Janigro offre il suo sradicamento biografico, ma anche cognitivo e sentimentale come un pasto immaginifico e di riflessione: non a caso, Luca Ghirardosi (con cui Janigro ha scritto Il terzo gemello, Antigone, 2010) ha dedicato all’ultimo saggio un’illustrazione, dal titolo Conversazioni naturali, in cui, sotto un grande albero, c'è una tavola con una tovaglia bianca e due sedie senza commensali. Chiunque può sedersi a capotavola. Il lettore in primis.

Janigro, da bambina, ha dovuto trasferire le sue radici geografiche, linguistiche e comportamentali negli anni Sessanta da un luogo esotico come era l’ex Iugoslavia della Terza via Titina alla Milano in corsa industriale del boom economico. È abituata, dunque, a cambiare lingua, e linguaggi. Dopo essere stata giornalista ha intrapreso un lungo cammino di studi che l’ha portata a far parte della società di analisi biografica a orientamento filosofico, la Sabor, e a insegnare a Philo, la scuola di pratiche filosofiche, in cui i concetti di autobiografia e mitobiografia sono fondamentali.

E fondamentale nel libro è la Zagabria in cui è nata l’autrice. La sua lente da giornalista le ha permesso di osservare nobilmente l’implosione ignobile dei Balcani, mentre la guerra era ancora in corso, nel Dizionario di un paese che scompare. Narrativa dalla ex Jugoslavia (manifestolibri 1994), e appena il conflitto era (apparentemente) finito ne La guerra moderna come malattia della civiltà, (Bruno Mondadori, Milano 2002) e Casablanca serba. Racconti da Belgrado, (Feltrinelli, Milano 2003). E ha dato un contributo notevole alla divulgazione della letteratura balcanica attraverso la conoscenza di un grande autore come Dževad Karahasan, di cui ha tradotto per il Saggiatore Il centro del mondo (1995) e Il divano orientale (1997). Di quella vita da giornalista conserva un'eccellente scrittura, chiara, originale, indenne dalle concitazioni e dalle iperboli commoventi che caratterizzano l’infanzia. Janigro è un’autrice materica, immaginifica, che non dimentica però l'occhio sociologico cui piega con generosità ampi sprazzi della vita privata. Per esempio, parla della crisi del suo paese attraverso i cibi che d’un tratto non si trovano: le tagliatelle slovene che non si abbinano più alle minestre croate, la sparizione del ciocobanana. La chiama ostalgia la malattia dell’Heimat reitziano (ecco che compare il cinema, con molto Sokurov) e del tempo perduto. I livelli della psiche freudiani li colloca già nei tre piani della sua casa dell’infanzia: al piano alto il Super-io, al pian terreno l’Es, in mezzo, l'Io, che non è mai padrone a casa sua. Dalla soffitta, amata per la confusione e il divertimento garantito, guarda i bambini rom, anche se allora nessuno li chiamava così. La sua esperienza è controintuitiva rispetto a quella del resto di Europa: gli zingari lì venivano invidiati perché non avevano vincoli, andavano a scuola, ma poi potevano scegliere di stare in un mondo altro e la loro integrazione era per il suo paese un vanto: godevano di ogni diritto e perfino del documento di identità. Ma quando arriva a Milano Janigro si accorge che gli zingari sono ridotti a fastidiosi venditori di rose nei ristoranti di lusso.

Poiché Janigro deve sviluppare anche un’altra lingua, l’italiano paterno, oltre al croato materno, per sopravvivere a Milano approccia la realtà con la complessità, pane della psicoanalisi. La parola si sacralizza e la piccola Nicole si ingozza di lettere che cerca di cucire come la macchina Singer fa con le stoffe. La lotta tra la lingua matrigna e quella materna è simile al conflitto che scoppia tra i genitori. Nicole impara che i concetti possono essere oggetti: il nomadismo del padre, che è un musicista, è un'agenda rossa su cui vengono annotato i continui spostamenti del padre. Nicole scinde: analizza il ruolo di piedi, mani, pancia, rimanda a letture voraci – Foucault, Woolf, Aciman, Borges, Buzzati, Maupassant, Morante, Oz. Nicole spezza L’analfabeta di Ágota Kristóf nel suo personale an-alfa-betismo che studia l'ansia, l'inadeguatezza, il mutamento della soggettività, l'invidia girardiana che muove la dinamica sociale, la simpatia e l’empatia, la smaterializzazione dell’individuo durante la pandemia. L’autrice si chiede all’inizio se sia lecito parlare del proprio io attraverso le pagine di un diario. La risposta è più che scontata: sì. In fondo, ci era già andata vicina con la curatela di La vocazione della psiche. Undici terapeuti si raccontano (Einaudi, 2015). E curatela è una parola vicino a “Cura” su cui ha scritto un’ampia e bellissima riflessione con Romano Madera (Editrice Bibliografica, 2023), in cui i due autori sviscerano la trasformazione del concetto di cura, che rischia di diventare ai giorni nostri un modo ossessivo di medicalizzare tutto e dove il curato, paradossalmente, scompare in favore del curante. Anche Janigro ha il timore di cadere in una pratica narcisistica, ma questo suo altissimo “rimuginare”, come dice lei, tiene a bada e lenisce l’abbandono di cui tutti soffriamo dopo la morte del senso del sacro.