Muriel Pic: elegia della polvere

30 Maggio 2026

Qual è il rapporto tra l’immagine e la parola? L’archivio può esserne la metafora, purché la poesia ne sia la condizione. Sono decenni che si parla di archivio in tutti gli ambiti: Michel Foucault e Jacques Derrida in filosofia, Hal Foster e Hans-Ulrich Obrist in arte, Okwui Enwezor in fotografia, e via di seguito fino all’era dell’archivio, Internet, le banche dati, l’Intelligenza Artificiale. Ma chi ha fatto poesia con esso? Muriel Pic l’ha fatto in maniera originale e giustamente articolando la parola con l’immagine.

Pic è una studiosa di vaglia. Tra i suoi argomenti di studio si va da Henri Michaux a W.G. Sebald, passando per Georges Perec e Pierre Jean Jouve, nonché Walter Benjamin e Aby Warburg; è scrittrice e poetessa con diversi titoli all’attivo. In italiano è uscito solo un breve saggio intitolato Reliquie moderne. Fotografia e sentimento religioso per le edizioni EDB, più qualche saggio sparso su riviste e siti online. Quello che Pic è capace di fare è di tenere insieme tutto quello che fa, il lavoro di studio, in archivio, l’interesse per l’immagine, fotografica in particolare, la filosofia con la letteratura, la poesia in particolare. Se non fosse un azzardo, direi che la luce del suo interesse insistito sull’uso degli allucinogeni in artisti e scrittori, e non solo, si proietta sul suo metodo che scruta anche i suoi aspetti immaginifici, anamorfici più che contaminati, produttivi oltre che documentari.

Lo dice il titolo di questa raccolta recentemente tradotta in italiano: Elegie documentarie (Castelvecchi editore, Silvano Facioni traduttore). L’elegia è non solo trattata o sovrapposta ai documenti, ma è dei documenti stessi, intrinseca, almeno al suo sguardo, al suo metodo. Lo ribadisce il titolo dell’introduzione: “Quando la polvere diventa elegia”, quella “sui polpastrelli, le narici un po’ schiuse” con cui “si esce alla fine di una giornata di lavoro in archivio, la testa piena di momenti passati che sono diventati presenti”. Si capisce subito da questo breve accenno che in causa è un lavoro della memoria, come si dice freudianamente “lavoro del sogno” – il volume peraltro è coraggiosamente e programmaticamente pubblicato in una nuova collana, “Cromie”, diretta da Cristiana Fanelli e Valentina Galeotti, all’insegna di “psicoanalisi e arte” –, lavoro della memoria, dicevo, che non è visione puramente archivistica bensì attiva nell’indagare l’intreccio dei tempi e, con la memoria storica, della comprensione e dell’elaborazione. Senza arbitrarietà, né del resto polemica o contrapposizione, bensì attenzione costante, come enuncia programmaticamente la citazione inaugurale da Hans Magnus Enzenberger: “Vigila, non cantare”.

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L’elegia, a questo punto, direi che si potrebbe intendere come la forma di questo nodo, più ancora che il prodotto. Anche perché non di sole parole queste elegie sono composte, ma dell’ulteriore intreccio tra parole e immagini, che sono carte geografiche, fotografie, pagine di taccuino, pagine di libri, e con esse storia e geografia, passato e presente, uomini e insetti e stelle. “Ovunque, bisogna leggere. I segni si moltiplicano, le tracce diventano presagi, si è permanentemente esposti. L’esperienza degli archivi produce una vertigine simile a quella provata dal viaggiatore in un paesaggio senza rifugi. Davanti a sé, i delta dell’emozione dove le patetiche epifanie emanano dalla densità dei ricordi di vite, quella densità di polvere satinata in cui presto si imprimono le tracce delle proprie dita”.

Gli archivi di partenza sono tre, a cui corrispondono le tre sezioni in cui è diviso il libro, ma poeticamente intrecciati tra loro. Il primo è l’archivio di Prora, stazione balneare costruita tra il 1936 e il 1939 sull’isola di Rüngen, nel nord della Germania, dall’organizzazione per il tempo libero del III Reich, la Kraft durch Freude (Forza attraverso la gioia), un immenso edificio modulare che si estende orizzontale per chilometri lungo la costa, diecimila camere doppie vista mare più tutti i servizi necessari, un panopticon per il controllo e l’indottrinamento della nuova generazione ariana anche durante le vacanze. Si fa presto a dirlo quando si tratta di nazismo, ma non c’è un incrociarsi ardito quanto allarmante con il turismo delle vacanze all inclusive di oggi? “Eterna cartolina / dell’identica isola, ideale. / Il turismo, industria dell’uguale. […] A Rügen nel 1936 / il turismo è la dittatura”. E l’elegia? “Vacanze da sogno. / Anche se l’isola non ha mai reagito: / trasporta sempre i viventi nel mare / vicino alle falesie esangui. / I fossili parlano i fossili piangono”.

Pic osserva cartine geografiche, piante degli edifici, fotografie d’epoca, d’estate e d’inverno con la neve, film, documenti di ogni genere, legge e scrive, pensa e sogna, anche sogni di altri, per esempio quello di Charlotte Berardt, ma non solo: “A Prora, nessuno avrebbe dormito senza sognare Hitler. / […] A Rüngen, dormo sognando Prora / brutto sogno infiltrato nella pietra calcarea degli anni / sotto il muschio e l’erica estiva”.

A volte un’elegia è composta solo da un’immagine, su cui Pic lavora poeticamente con i titoli, che sono del resto sempre parte integrante dell’intreccio. Per esempio: “Prora fine di un giorno invernale [1940] – Increspature del mare gelido – Fotografo ignoto”. La descrizione e il dato – il titolo gioca sulla funzione della didascalia – diventano parte del rapporto complessivo, acquistano altro senso e si proiettano sull’immagine, che a sua volta entra in vibrazione significante.

I secondi archivi sono alcuni dei kibbutzim che, a partire dal 1909, furono fondati nella Palestina ottomana su terreni acquistati da mecenati o associazioni sioniste, e il parallelo, nazismo e sionismo, si fa insidioso e impietoso. Qui si affacciano Kafka, che dopo il 1917 e la Dichiarazione di Balfour progettò di trasferirsi in Palestina, e Hannah Arendt (“La Legge / con una grande K”) e molti altri: Alexander Kluge, Thomas More (“nessun’isola è un’isola. / Nemmeno questo atollo nel 1946 / dal nome così sexy: Bikini”), Lucrezio, con cui la riflessione si fa cosmica e metalinguistica:

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Certamente lo stesso esiste.
In ogni momento, nei nostri versi ad esempio
appaiono parole identiche
e lettere comuni a più parole.
Ma i versi, le parole, le lettere
sono composte diversamente.
[…]
Sull’arenile
dove non pattugliano più le guardie di frontiera
un’onda e poi un’altra.
Nessun identico istante
nel ritmo elementare.

Il libro, come già detto, è diviso in tre sezioni, ognuna legata agli archivi di partenza, ma non è inutile ribadire che si incrociano in ogni momento e disegnano, secondo le metafore stesse che raccolgono, la struttura che è della ricerca, del pensiero, della scrittura. La prima sezione dunque è intitolata “Rüngen”, ma la seconda è intitolata “Miele”, dove è evocata la figura, sulla scorta del kibbutz, dell’alveare, dell’apicultore, ma anche del falansterio di Charles Fourier (“L’arte antica delle api: / rappresentare la comunità perfetta. L’arte antica delle comunità: / prendere gli uomini per delle api. / […] / In un falansterio / se ci sono necessariamente capitali / non possono esserci capitalisti”. E torna Kafka, il suo studio dell’ebraico in vista del trasferimento: “Di lista in lista / Kafka si allontana da sé stesso / e dallo stato ebraico di Theodor Herzl. / Ogni parola è la porta di un’altra casa / il portico di un’altra profezia”. E altri ancora: da Azaria Alon a Noam Chomsky. E anche Keplero, anticipazione della terza sezione.

In un terzo archivio, anonimo, Pic trova dunque la fotografia della costellazione di Orione scattata da un appassionato di astronomia proprio mentre stava per scoppiare la Seconda guerra mondiale. Le stelle diventano il tema dell’ultima sezione, intitolata sagacemente “Orientamento”. Inizia con una sorprendente fotografia, non quella di Orione, che raffigura un nativo americano in piedi su un masso con le braccia alzate come a invocare, lo sfondo è tutto nero, notturno. Il titolo suggestivo coglie i diversi risvolti: “Preghiera alle stelle – Tuffo nel cielo – All’interno della notte appuntata”. L’orante è assimilato al lettore benevolo:

Il lettore benevolo la notte
alza lo sguardo verso gli astri.
Disorientato
perduto sul cammino oscuro
immagina che ogni stella sia sua
senza capire da dove provengono
né cosa il cielo e la sua vita significano.
Le forze dello sconforto sono identiche
alle forze della volontà di sapere.
Una stessa energia
un’energia di stella
un’energia atomica.
La prospettiva delle stelle sulla terra?
La distruzione.

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L’“energia atomica” rimanda naturalmente alla bomba atomica ed è come, lo ribadiamo, il discorso filasse lungo tutto il libro, filasse proprio, collegando come una ragnatela i punti sparsi, come una mappa, dice un’altra poesia, richiamando le precedenti carte geografiche e anticipando quelle del cielo, come una costellazione dice il rimando a Orione, come le traiettorie degli atomi, dice un ulteriore accostamento – e un’altra fotografia: “Gli elettroni liberi / popolo in fuga di atomi / sono solo in libertà provvisoria. / […] / Un elettrone fugge / più fila via / più abbandona tracce visibili / sulla superficie sensibile / sul nero sostrato fotografico. / Farfalla notturna illuminata / disegna figure libere e anarchiche / estasi insensate verso la liberta”. Le farfalle, detto tra parentesi, sono il soggetto di uno studio di Pic su Sebald, che rientra così nel circolo dei rimandi. E con lui entrano ora in scena anche James Joyce, Edgar Allan Poe, Paul Valéry.

E l’orientamento dunque? Annunciato nel “disorientato” dell’elegia appena citata, eccolo ritornare nella fotografia di Orione, la quale, fronte e retro, riempie due pagine con solo titolo: quello del fronte dice “Alziamo la testa – Orientamento dell’immagine? – Fotografo ignoto”; quello del retro: “Reto strappato in basso – Timbro data manuale inchiostro blu viola – La data orienta l’immagine”. A me viene il collegamento con gli Equivalenti di Alfred Stieglitz, le sue famose fotografie del cielo notturno nuvoloso, e in particolare con il commento che ne ha fatto Rosalind Krauss, che sottolinea proprio come si perda l’orientamento e il senso di stabilità sollevando lo sguardo dalla terra, dai piedi, guardando in alto, dove le coordinate, destra-sinistra-alto-base, sono interscambiabili, ma l’immagine e la didascalia del retro riprodotto per questo da Pic ripristinano il senso, nel duplice significato del termine, proprio attraverso il rapporto immagine/testo.

Ma la distruzione incombe già dall’elegia della prima fotografia e ritorna nel finale:

Il cielo è un libro nero e lucente
supergiganti e nane bianche.
Chi sa leggerlo vede il Big Bang.
Il cielo è un libro di immagini
zodiacali in movimento.
Chi sa leggerlo crea talismani.
[…]
Il cielo è un libro di stelle
cucite in giallo sugli abiti della gente.
Chi sa leggerlo non crede più alla storia.
Il cielo è un libro di racconti che si ripetono.
Chi sa leggerlo divina la distruzione.

La polvere dell’archivio torna in forma di polvere di distruzione, la divinazione è tanto facile quanto inevitabile, la visione è insieme ipnotica e apocalittica, la poesia lo è, anche gli ossimori di elegia e documento, di immagine e parola, di realtà e pensiero. È questo l’orientamento scovato e perso tra gli archivi.

Il volume si avvale di ben tre “note a margine”, brevi saggi in realtà, montati di seguito a formarne uno solo, che approfondiscono sia la figura e la ricerca dell’autrice, sia l’analisi dell’opera da diversi punti vista. Sono di Silvano Facioni, Maurizio Balsamo e Giuseppe Armogida. I titoli sono indicativi degli approcci e degli argomenti: nell’ordine “L’ombra inquieta della dimenticanza”, “La ‘finzione documentaria’”, “L’elegia, tra lutto e presagio”.

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