Tristan Egolf: quando la letteratura uccide
Un libro può uccidere chi lo scrive? È la domanda, volutamente provocatoria, che scorre tra le righe di L’invenzione di Tristan, l’ultimo romanzo del giovane e già affermato autore francese Adrien Bosc, edito da Guanda nella traduzione di Laura Bosio. Tutto ha inizio con uno strano libro ritrovato a Parigi e da lì prende avvio una ricerca, in bilico tra passato e presente, che si muove su diversi piani narrativi e attraversa ben due continenti.
Il risultato è una curiosa opera metaletteraria nella quale si intersecano interrogativi che, chiunque nutra aspirazioni letterarie, non ha potuto fare a meno di porsi: cosa fa di un libro un libro? Un libro nasce quando è scritto o quando è letto? Cosa rende un romanzo un capolavoro?
Il misterioso libro scritto in francese, opera di un autore americano sconosciuto, apre un’indagine letteraria che si configura come un’inchiesta: uno scrittore si pone sulle tracce di un altro scrittore, morto suicida. Il finale è già scritto, eppure la storia appare tutta da reiventare, poiché alla domanda: «chi era davvero Tristan Egolf?» non esiste una risposta univoca, lo dimostrano le testimonianze, i documenti, i testi e le voci che si intersecano e sovrappongono, offrendo ciascuna una diversa prospettiva sull’esistenza di un uomo completamente sacrificata a una vocazione: scrivere.
«L’arma del crimine: è possibile che sia un libro» ipotizza Bosc attraverso il suo alter ego, il giornalista del New Yorker Zachary Crane, che si mette sulle tracce di Egolf sino a fare della propria ricerca un’ossessione personale, poiché l’effetto specchio è inevitabile: cercando la verità sull’altro, chi scrive cerca anche sé stesso.
Ma la letteratura tradisce la vita continuamente. Tra romanzo e biografia frammentaria, risulta difficile stabilire dove finisca la realtà e dove cominci la finzione e, in fondo, non ha neppure senso capirlo perché è proprio di questa ambiguità, così manifesta, che l’opera stessa si nutre.
La vicenda di Tristan Egolf appare come una favola triste: un giovane americano giunge a Parigi con il sogno di diventare scrittore, si guadagna da vivere suonando per le strade mentre si dedica alla stesura di un romanzo totale, gigantesco, mostruoso, che ha l’ambizione di comprendere e, allo stesso tempo, rovesciare la vita stessa. Il manoscritto, però, accumula rifiuti su rifiuti: il giovane lo spedisce a più di cinquanta editori ottenendo solo risposte negative. Si ritrova a lottare contro un sistema editoriale chiuso, in guerra aperta con gli autodidatti e gli esordienti sconosciuti. Gli editori non vogliono leggere il libro, ma pretendono un riassunto: a tal proposito, tra le righe, Adrien Bosc ironicamente domanda «e come si potrebbe riassumere Alla ricerca del tempo perduto?», se i grandi romanzi fossero giudicati dai loro riassunti probabilmente risulterebbero mediocri. Tristan, però, non demorde. Scrive e riscrive senza tregua, con metodo e perseveranza, si consuma nel fuoco delle parole, in maniera commovente e terribile «convinto che un giorno ce la farà. O ne morirà (…) O la morte o la vittoria». Se l’ambizione lo sostiene come una chimera, lo scoraggiamento e il dubbio a tratti lo devastano: teme che il suo libro non resti altro che un manoscritto disprezzato e dimenticato, che tutto il suo lavoro sia inutile.
Mentre suona Bob Dylan sul Pont des Arts il giovane americano conosce una ragazza, Marie; lui non può saperlo, ma lei è la figlia di un celebre scrittore francese. I due si frequentano e lui conosce i genitori di lei, si trasferisce a vivere nella loro casa e sarà proprio qui che, per un caso fortuito, lo scrittore francese si imbatterà nel voluminoso manoscritto del giovane «quell’ammasso di fogli pieni di zampe di gallina che sembravano geroglifici, un oggetto letterario nel senso più profondo del termine». Per curiosità deciderà di leggerlo e, grazie all’aiuto della moglie perfettamente bilingue, non tarderà nel riconoscervi un grande libro.
Lo scrittore francese è nientemeno che Patrick Modiano, futuro Nobel. Sarà lui a presentare il manoscritto di Egolf di persona a Gallimard. Un fatto singolare: un testo americano di oltre settecento pagine sulla scrivania del più importante editore francese. Si mette così lentamente in moto la macchina che farà di Le Seigneur des porcheries (in italiano Il signore della fattoria), questo il titolo definitivo del libro, un caso letterario che verrà venduto in tutto il mondo. La scrittura del ventitreenne americano è paragonata a quella di Faulkner e Steinbeck, viene presentato come una nuova promessa della narrativa. Editori, traduttori, agenti ne sono ammaliati e lo corteggiano.
La favola bella di Tristan Egolf potrebbe chiudersi qui; ma l’enfant prodige, come tutte le menti creative, custodisce in sé un enfant terrible. Animo inquieto, tormentato, completamente inadatto alla felicità: «Appena superato un ostacolo già guarda al successivo, già lo perseguita l’idea di non riuscire a scrivere altri romanzi, tanto lavoro, tanto dolore, ne sarà capace di nuovo?». E mentre il mondo letterario lo acclama, Tristan – nomen omen, che richiama il celebre eroe wagneriano – sperimenta con angoscia la vertigine del baratro.
La sua esistenza, del resto, si inscrive nel solco di un trauma irrisolto. Su di lui incombe l’ombra del padre Brad, veterano di guerra e scrittore fallito, morto suicida in una camera d’albergo per overdose: una storia già scritta, di cui Tristan replicherà alla lettera il finale. Dieci anni dopo il successo clamoroso di Le Seigneur des porcheries l’autore acclamato come nuova promessa della letteratura mondiale si toglierà la vita, a soli trentatré anni, consegnando ai posteri la propria leggenda. Svanirà l’autore e resterà il libro (o il mito).
«O la morte o la vittoria», Tristan Egolf non ammette vie di mezzo: il suo ultimo romanzo, Kornwolf, la cui stesura lo aveva assorbito completamente per anni, si rivela un fallimento: il suo editore, Grove, dopo mesi di attesa propone un anticipo basso per la pubblicazione «il nuovo libro non è piaciuto e lo pubblicheranno solo per una forma di fedeltà. Forse è meglio arrendersi». Anche il secondo romanzo, Jupons et violons, era stato un fiasco, aveva ricevuto un’accoglienza tiepida, sembrava – secondo il parere di molti – che la vena creativa dell’autore geniale si fosse esaurita. Ora, di fronte alla prospettiva dell’insuccesso di Kornwolf, Tristan si sente naufragare, non può sopportare un’altra delusione, poiché in quell’opera ha trasfuso – di nuovo – la sua anima, i suoi ricordi, tra i vari riferimenti mitologici e storici è nascosta la sua vita. Il 7 maggio del 2005 si uccide, muore nella stessa città dove è nato, Lancaster, in Pennsylvania. La sua intera esistenza, a posteriori, sarebbe stata riscritta dal presagio di quella morte violenta.
Sulla sua lapide è incisa la frase conclusiva di Kornwolf, come una profezia: «This story never ends…», questa storia non finisce. E infatti, dal momento che Tristan Egolf non può più raccontare la propria storia, inizia l’invenzione: Adrien Bosc gioca proprio su questo scarto tra realtà e immaginazione nel titolo L’invenzione di Tristan, dimostrando, appunto, che la letteratura tradisce la verità della vita. È impossibile restituire la complessità di un’esistenza e la citazione di Memorie di Adriano posta in epigrafe appare come una chiara dichiarazione d’intenti: l’esistenza umana, afferma Marguerite Yourcenar, si divide in tre linee, ciò che uno ha creduto di essere; ciò che ha voluto essere; ciò che è stato.
Una storia è sempre disarticolata, smembrata dai testimoni e dai vari punti di vista. Cosa stabilisce la verità di una vita? Esiste, poi, la verità di una vita? Oppure un’esistenza è semplicemente determinata da una somma di eventi, di fattori fortuiti, di coincidenze, dal caso?
Nel tentare di narrare Tristan Egolf, Adrien Bosc ammette la propria impotenza: «Non sarei arrivato alla verità, ma forse solo a una connessione con chi l’aveva conosciuto». Ed ecco che l’uomo Tristan si scompone in diverse figure, deformate dallo sguardo altrui: è l’amico fidato, il giovane ribelle e paranoico, lo scrittore ambizioso e geniale, il marito passionale e violento, il padre, il fratello, il figlio: è ciascuno di loro e, al contempo, non è nessuno, poiché esiste anche un altro Tristan – probabilmente il vero Tristan – che sta al di sopra di ogni definizione.
Forse andrebbe ricercato nel dubbio, che è poi il nutrimento stesso della scrittura.
Ma è stato davvero il libro a uccidere l’uomo? L’ipotesi avanzata da Bosc è, ovviamente, una provocazione e anche ciò che trasforma un’inchiesta letteraria in una sorta di indagine true crime, poiché in una storia senza colpevoli un colpevole bisogna pur trovarlo.
Il veleno iniettato nelle vene di Tristan Egolf sembra essere quella vocazione letteraria assoluta, tanto creativa quanto distruttiva. Ma anche la solitudine. Scrivere è un mestiere solitario, osserva tra le righe della sua analisi metaletteraria Bosc, e non è raro che come conseguenza conduca spesso al suicidio o alla follia: viene riportato, a tal proposito, l’esempio dello scrittore pazzo protagonista di Shining che si ritrova a scrivere per pagine e pagine la stessa frase ossessiva. L’aneddoto curioso è che anche il traduttore di Egolf, Rémy Lambrechts, morì suicida nel 2004 – esattamente un anno prima di lui. Ma non ci sono manoscritti maledetti o insanguinati da incolpare né armi del delitto da condannare, su ogni suicidio aleggia un mistero insolubile, la cui spiegazione è nota solo ai morti che, per definizione, non possono fare ritorno. Ogni suicidio è, in fondo, una pagina bianca.
La letteratura viene presentata come un demone che divora: «così si intende la letteratura, uomini divorati da un’ossessione». E il vero nucleo incandescente della trama de L’invenzione di Tristan alla fine non risulta essere la vicenda – tragica e, al contempo, romantica – di Tristan Egolf, ma la scrittura stessa.
Chiunque abbia un manoscritto nel cassetto conosce il significato della parola «attesa» e la paura, il dubbio, il limbo in cui si piomba quando, di colpo, le parole smettono di appartenere a chi le ha scritte e il loro destino sembra dipendere da altro – o da altri.
L’opera di Bosc riesce a mettere in scena con abilità il grande sistema editoriale, costituito da varie figure, ciascuna con una propria funzione specifica, che possono determinare il successo o l’insuccesso di un’opera: perché quasi mai il destino di un libro dipende dal suo intrinseco valore. Senza l’intervento provvidenziale di Patrick Modiano, probabilmente, Le Seigneur des porcheries non sarebbe mai stato pubblicato. C’è un momento in cui Tristan – dopo aver accumulato rifiuti su rifiuti – pensa che il suo libro sia brutto, ed è quello l’attimo in cui lo percepiamo davvero vivo, in tutta la sua fragilità e impotenza: è un ragazzo senza un soldo, con un manoscritto in tasca, a sostenerlo è soltanto un sogno.
L’immagine di questo giovane inquieto e follemente determinato mi ha colpito. Mentre leggevo mi sono messa alla ricerca di alcune informazioni su Egolf navigando in rete – svolgendo anch’io, nel mio piccolo, un lavoro analogo a quello dell’autore, perché incalzata dalla curiosità di saperne di più sul personaggio-uomo. Volevo penetrare nel mistero Egolf e allora ho spiato le foto di quel ragazzo americano malinconico, ho cercato di indovinare le ragioni dell’infelicità inguaribile che si portava addosso come una cicatrice, di cogliere nei suoi occhi giovani un presagio del suo destino, convinta che ancora resista qualcosa di inafferrabile e sfuggente nonostante le tante testimonianze, le voci e i documenti che, nell’opera di Bosc, hanno provato a restituire la vitalità della sua figura.
Il vero Tristan Egolf andrebbe ricercato tra le pagine dei suoi romanzi e, soprattutto, in quel monumentale libro postumo, così incompreso e bistrattato, Kornwolf, che ne è il canto del cigno. Perché l’uomo è morto, eppure la sua opera continua a vivere e mi piace pensare che attraverso la scrittura Tristan Egolf non si sia perso, ma salvato.
«Leggere un romanzo, lo si dimentica troppo spesso, significa entrare nell’intimità di una persona» scrive Adrien Bosc, mettendoci così nel mezzo dell’unica verità possibile.
Ciò che commuove di Tristan Egolf non è la sua morte precoce, ma la determinazione assoluta con cui ha perseguito un sogno. Voleva essere uno scrittore e nient’altro; e ha dato la sua vita per questo. Al di là della leggenda tragica dell’autore ucciso dalla propria opera, rimane la scrittura, che è la parte più vera. This story never ends…Ogni scrittore, quando scrive, mette in gioco sé stesso e allora non esiste vero confine tra arte e vita, tra realtà e finzione; non c’è via di fuga che tenga. Se volete sapere chi era davvero Tristan Egolf cercatelo nei suoi libri, perché è lì che il suo cuore palpita in eterno e la sua voce vive ancora.