Gli occhiali di Anna Toscano

16 Maggio 2026

Il tempo è un elastico, possiamo riavvolgerlo nel passato, attraversarlo nel presente o proiettarlo nel futuro. Esiste il tempo che viviamo e che quello che è diventato ricordo, esiste il tempo che ancora non c’è e di cui non sappiamo se faremo parte. Il tempo è diacronico e sincronico, il tempo si confonde e per questo possiamo reinventarlo come preferiamo, farne ricordo e invenzione, e questo segreto lo rende un ponte tra il tempo della vita e quello dell’assenza.

Anna Toscano forse avrebbe solo detto che il tempo della vita è strano, come si legge nella quarta di copertina di Brava Giulia, il suo primo romanzo, uscito per nottetempo in questi giorni di primavera, una frase che sembra accordarsi perfettamente a questo libro da molteplici punti di vista.

È strano il tempo della vita perché Anna Toscano, docente, poeta, fotografa e molto altro ancora, non ha fatto in tempo a vedere la pubblicazione di questo romanzo che in gergo editoriale si direbbe il suo esordio, anche se Toscano è già un’affermata poeta con numerose pubblicazioni al suo attivo; l’altra stranezza è una coincidenza letteraria: il romanzo esce postumo per la casa editrice nottetempo con la curatela di suo marito, il poeta Gianni Montieri, come L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, tra le autrici che Anna più amava.

Ma non è solo un mero accavallarsi di coincidenze a rendere strano il tempo della vita e il tempo di questo romanzo. Anna col tempo sapeva giocare, e sembra di veder saltare la sua gioia di scrivere tra le parole leggere e le partiture di questo romanzo che segue le voci narranti di tre personaggi – Giulia, Madre e Padre – tutte, a prima vista, inattendibili perché, come chiunque scriva sa bene, inattendibili sono i ricordi e inattendibile è la parola, incerta è ogni verità che viene raccontata, esistono solo i punti di vista e il modo in cui li si racconta. Eppure qualcosa trapela, una verità luccica nel buio, anche se Toscano mescola le carte e i piani temporali, affidando al lettore il compito della ricostruzione e la responsabilità dell’interpretazione, in una narrazione in cui le prospettive si sovrappongono e si scompongono, restituendoci una verità che è sempre prisma e mai granito.

Il romanzo si apre su un tempo interrotto, il tempo ovattato passato senza giorni e senza ricordi condivisi della pandemia da covid-19, con i due genitori chiusi in casa e Giulia che è lontana, a Londra, dove è andata a studiare Storia dell’Arte: ma qualcosa rompe quella acronia e il suo silenzio, un evento lacera il tempo sospeso, ricomincia a farlo girare. Da qui si riavvolge una storia che si sposta nel tempo e nello spazio, che attraversa le calli, con gli interni claustrofobici delle case dell’alta borghesia veneta, abitazioni perfette in cui non si ride e non ci sono disordine e panni stesi nel salotto di casa, in cui sembra non esserci amore ma solo rigore e controllo, e arriva negli spazi aperti di Madrid, Londra, Parigi, spostandosi insieme ai ricordi.

Uno strano tempo della vita è dunque quello messo in scena in questo romanzo, che racconta l’oppressione del nucleo familiare, di quelle famiglie infelici che sono alla base di ogni storia contemporanea, ognuna con le sue peculiarità, ma anche la malattia mentale e le eredità che lasciamo al futuro, con una delicatezza fatta di sottrazione, di passaggi intuiti, di frasi sospese in cui la leggerezza, cara a Toscano, riesce a raccontare più dell’abusata pornografia del dolore.

Il romanzo è costruito sperimentando con i linguaggi e i generi letterari, ed è diviso in tre parti: la storia di Giulia (l’unica che possiede un nome, perché Giulia è e sarà, mentre Madre e Padre rappresentano ogni famiglia disfunzionale dell’universo) è affidata a un narratore esterno in terza persona ma con focalizzazione interna su Giulia; la seconda parte è costituita da una lunga lettera della Madre a Giulia, ormai lontana a studiare storia dell’arte a Londra; la terza è un lungo vocale alla figlia del Padre, un uomo controllante che ha sempre agito e mai parlato, “a ben vedere di rado hanno avuto una conversazione così lunga: lui comunica facendo e lei risponde agendo”, e che invece sembra trovare, in quel mezzo vicinissimo nel tempo e lontano nello spazio che è una chat su whatsapp, la forza di dire tutto quello che ha sempre taciuto, come se le parole rompessero gli argini e si rovesciassero incontrollate fuori da sé. Giulia viene cresciuta tra opposti estremismi, tra due famiglie tradizionalmente agli antipodi: generazioni di medici quella paterna, generazioni di commercianti di tessuti il ramo materno. Materno e paterno, creatività e scienza, femminile e maschile, genealogie distantissime che danno origine a una madre amorevole e bellissima, frusciante nei suoi abiti di chiffon colorati e nel suo rossetto rosso acceso, ma spesso sbadata, fuori fuoco, e a un padre serio e taciturno, che agisce mostrando l’amore nella cura invece che dichiarandolo.

Giulia cresce nutrita da entrambi, dentro di lei trova posto una sintesi di queste influenze che diviene una terza via, originale e indipendente da loro. È bellissima senza averne l’aria, la suora snob la chiamano gli amici, perché sembra una creatura proveniente da un altro mondo: non si trucca, rifiuta gli abiti vistosi e si sente più a suo agio nelle tute di cotone che usa per giocare a pallavolo, ama l’arte fino all’estasi e si innamora, ricambiata, di una sua compagna di squadra, Nica. Giulia è l’anomalia in una storia che sembra già scritta.

È il contrasto che nasce quando la creatività della madre, l’artista, quella che porta il canto, la voce, il colore, incontra la rigidità del padre, l’oculista, che si manifesta attraverso il conformismo, la paura del diverso, il desiderio ossessivo-compulsivo di pianificare ogni cosa, inclusi il presente della moglie e il futuro della figlia. È un tema, il controllo e la sua assenza, che si manifesta in quel padre che prende la Madre con due dita dal gomito ogni volta che lei sembra splendere più forte per dirigerla su un sentiero tracciato e confortante, che odora dei corridoi asettici di un ospedale invece che del profumo dei colori a olio e del frusciare delle sete colorate. Con quelle due dita insistenti il Padre medicalizza l’estro, prova a tenere a bada quel che non comprende e che gli fa paura, la mente libera di sua moglie che per lui è sinonimo di malattia mentale, la stessa che teme erediti sua figlia.

Affiora così il tema della pazzia attribuita a tutte le donne creative, fuori dagli schemi, da cui Toscano è sempre stata affascinata, le donne a cui manca un venerdì, a detta della società, solo perché corrono più veloci del tempo e si voltano solo per prenderlo in giro. Per fare un’autrice, infatti, bisogna comprendere quali sono i pezzetti che la compongono, le parole assorbite dalle scritture altrui e che sono passate attraverso l’inchiostro, quali sono le immagini che sono rimaste incagliate nella mente e ne hanno originate altre, nuove e originali. Così per capire Anna Toscano e i temi che le sono cari bisogna cercarla in posti e autori diversi, in un nascondino creativo che ricorda il suo modo di saltare sul gioco della campana non appena ne vedeva uno, il modo in cui Anna ha letto e amato autori, autrici, poeti e poete, fotografi e fotografe e li ha ricomposti nel suo stile unico e originale. Toscano ci lascia le loro tracce tra le righe, a margine, come piccoli indizi, segreti decifrabili a chi sa, come un occhiolino tra due lenti colorate.

Se la struttura in tre parti in cui i piani narrativi si confondono sembra rimandare immediatamente a Trilogia della città di K di Agota Kristof, lo sfuggire al tempo fa subito pensare a Il calendario non mi segue, il titolo del libro che Toscano ha scritto per la collana Oilà di Electa su Goliarda Sapienza, scrittrice nota anche per aver tentato il suicidio, essere stata in cura presso svariati analisti e aver subito l’elettroshock senza che questo riuscisse mai a spegnere davvero – e per fortuna – il suo fuoco creativo. È con la stessa penna bic con cui Sapienza scriveva tutti i suoi libri a mano che la Madre scrive la lettera destinata a Giulia: penne comprate di nascosto, come in segreto hanno esercitato la loro creatività moltissime donne nella storia per paura di essere considerate pazze, incontrollabili, ribelli. Pazza è stata considerata anche Janet Frame, autrice di Un angelo alla mia tavola, romanzo autobiografico che Toscano amava molto e che racconta gli anni dentro e fuori dal manicomio di una donna che aveva l’unica colpa di voler diventare una scrittrice. È questa la follia di cui ha paura il Padre di Brava Giulia, dell’anticonformismo pieno di gioia che può trovarsi nelle artiste donne, e che teme si possa trasmettere a Giulia per via matrilineare. Il Padre rappresenta la tranquilla e rassicurante quiescenza borghese, la stabilità di una presunta sanità mentale contro l’estro creativo, la voce che si esprime, le convenzioni che si rompono per non tornare mai più intere. E infatti per Giulia la parola è sempre stata delle donne: “da piccola Giulia era convinta che gli uomini non parlassero, che lo facessero solo le donne. Lei faceva un gran chiacchiericcio con sua madre; quando erano sole loro due, avevano tutto un codice loro: si parlavano con gli occhi, facendo delle smorfie, disegnando sui muri della cucina, cantando”.

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Anna Toscano.

È questo che il Padre non sa fare, ha occhi che non sanno vedere, si impone senza parlare, attraverso gesti ossessivi e ripetitivi che raccontano la sua paura di perdere il controllo. Un padre che non capisce che si può scrivere sui muri della cucina anche solo per allegria. La madre invece è il caos che si muove e genera, il rosso del rossetto cui stampiglia baci sulla lettera a Giulia mentre le chiede di fare la brava, di seguire le sue inclinazioni, non tradire sé stessa: “Amore mio, sono felice che non sarai mai un medico come loro ma apparterrai al mondo dei colori e della vita. Ti ho detto tante cose con questa mia penna Bic, questo blocco mi è così caro come se tu mi fossi più vicina. In alcuni angoli dei fogli ho stampato un bacio, metto sempre il rossetto rosso perché mi fa sentire viva. Amore mio. Fai la brava”.

È un romanzo sinestetico questo, sovrappone piani e percezioni, un’altra cosa che a Anna Toscano riusciva bene, usare lo scatto fotografico insieme alla scrittura (sua è la splendida vista di Nervi usata per la copertina), la vista per dire e la parola poetica per sentire, usare i dettagli per costruire universi.

Qui la vista appartiene al Padre ma – come nella tragedia di Edipo in cui chi ha occhi non vede e Tiresia, l’indovino cieco, invece sa guardare – non sa esercitarla, non riesce a uscire da un campo visivo ristretto e determinato: si occupa di prescrivere agli altri le lenti giuste per mettere a fuoco, ma solo quando frantuma un paio di occhiali di sua moglie sotto i piedi forse vede davvero per la prima volta e riacquista la capacità di esprimersi.

La Madre invece, a cui appartiene la parola – una prospettiva che per manifestarsi deve nascondersi in cesti della biancheria sporca e che ricorda Valeria, la protagonista di Quaderno proibito di Alba de Céspedes – insegna a Giulia a guardare davvero, a osservare la bellezza e l’arte e a comprenderle, ed è attraverso lo sguardo di una bambina dipinta al museo del Prado che Giulia cadrà in incantamento la prima volta, una sindrome di Stendhal che segna il suo destino futuro, unico e personale, distante da quello di entrambi i suoi genitori.

“Erano stati gli occhi, avrebbe detto più tardi mentre mangiavano un churro con la cioccolata, ad averla presa, rapita, incantata. Alla madre avrebbe confessato che la bambina le parlava senza le parole, le diceva qualcosa ma soprattutto erano gli occhi, le palpebre arrossate e il leggero rigonfiamento sotto gli occhi che le avevano detto del freddo e della malattia che pativa e nonostante questo del sorriso che le faceva perché felice di incontrarla e di stare un poco con lei, con Giulia”. Giulia attraverso l’arte rinsalda il legame con la madre e impara a guardare e non a vedere soltanto, assimila e fa propri i contrasti in cui è cresciuta: luci e ombre, leggerezza e serietà, silenzi e ciarle allegre, cotone e chiffon, semplicità e opulenza, cose dette e cose taciute come la depressione dell’amato nonno materno, che si sa senza dirla, si trasmette senza saperlo, si affronta al riparo da una vera consapevolezza. Le cose non dette crescono e si gonfiano come l’alveo di un fiume in questo romanzo breve ma vorticoso, in cui ogni parola è misurata e scelta con cura, fino all’acmè finale, in cui tutte le anomalie che spingono a muoversi e parlare, che agitano quelle acque, sembrano convogliare fino a trovare senso e compimento e magari anche salvezza, almeno per Giulia che è figlia, ragazza, futuro.

E forse qui sta la bravura di Giulia, nella possibilità di costruirsi un tempo non ancora scritto in cui scartare di lato e diventare sé stessa, scoprire la sua verità, comprendere di essere altro rispetto a quel che si è voluto per lei, coltivare il suo talento e la sua capacità di guardare alle cose con occhi puliti e saperle raccontare, con la levità e con la speranza nel futuro che sanno solo i ragazzi e i poeti.

Emerge in questo romanzo un’idea della letteratura come possibilità di una domanda aperta, permeabile al mondo e all’immaginazione, un infinito rimestare, come si legge in una poesia di Anna Toscano, in cui le cose si fanno parola e la parola si fa cosa, la stessa domanda ricorrente che attraversa la mente sia della Madre che di Giulia: “esiste un momento in cui va tutto bene? Che tutto può andare bene e si può smettere di stare in tensione? Si può spezzare quell’ansia che tira come un filo di nylon da una parte all’altra della giornata per non mollare nemmeno la notte, e tirare ancora fino al mattino e al giorno dopo ancora?”

Brava Giulia è la storia di tre solitudini, di tentativi aperti e mancati di raggiungere l’altro che sembrano chiederci: Si può amare qualcuno senza comprenderlo mai? Ci si può abbandonare all’altro nel fraintendimento di sapere che la comprensione totale non esiste, e forse è anche ingiusto pretenderla?

«L’amore è una cosa meravigliosa, ma è una delle tante cose della vita, una delle tante cose della vita».

Eppure, forse sono proprio le persone il nostro momento perfetto, anche quando non riusciamo a capirle e metterle bene a fuoco. Forse è in quel momento di segreto abbandono, nel viverlo e nel saperlo vedere e riconoscere, che sta l’incantamento della vita e il suo scopo intero. In Cartografie, l’ultima raccolta poetica di Anna Toscano, uscita per Samuele editore, c’è una poesia, Dall’Ottico, che spiega quel guardare, usare gli occhi, non solo per vedere, che la protagonista di Brava Giulia sa fare tanto bene anche senza il frontifocometro paterno:

Guardi la mongolfiera
guardo la mongolfiera,
smarrita penso a quella storia
dove un uomo disegna sulla neve
coi propri passi una cicogna.

Sta guardando la mongolfiera?
Sì, e mi domando perché
non un cigno, un elicottero
un ottovolante un pinguino.

Ora guardi con questo occhio
La mongolfiera? Sì.
E se fosse un segnale, penso
proprio la mongolfiera il
disegno che sto compiendo e
che non vedrò mai?

Aspetterò la neve, uscirò fingendo
di dover salvare un animale e
al ritorno vedrò che forma
i miei piedi hanno lasciato;
ma sarà dall’altro, mentre la
mongolfiera mi porta lontano.

Impossibile non pensare a Dippold, l’ottico, nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, che così concludeva la sua messa a fuoco dell’esistenza:

[…]

Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono di là dalla pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Ottima! E adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma tutto il mondo in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali cosí.

È quello che mi sembra ci consegni in eredità Anna Toscano, in questo romanzo che suggella una visione poetica unitaria e coerente: la capacità di guardare oltre la pagina, di creare abissi d’aria con le parole, giocare col tempo e lo spazio, far pensare ma con levità, osservare dall’alto il disegno complessivo, sollevare domande e non fornire facili risposte che è la grazia dei grandi scrittori. Una rifrazione di luce, soltanto luce che trasforma tutto il mondo in giocattolo. Brava Giulia, bravissima Anna e grazie per questi tuoi occhiali.

n.d.r. La traduzione di Dippold, l’ottico di Edgar Lee Master è di Fernanda Pivano.

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