La fine della nostra esistenza digitale

22 Settembre 2026

La ballata di Nicolas Guillou, bandito. Fossi un cantautore, vorrei avere un pezzo con un titolo del genere nel mio repertorio. Fossi un cantautore negli anni Settanta, i miei fan potrebbero andare in visibilio all’annuncio della pubblicazione di un album con un titolo del genere e penserebbero magari a Robin Hood, a Ghino di Tacco, a Fra Diavolo, a Jesse James, a una qualche figura che combatté il sistema e che forse vinse, anche solo per un momento.

Funzionerebbe. La ballata di Nicolas Guillou, bandito, potrebbe essere un successo, una canzone di protesta di quelle che animano le manifestazioni, e gli studenti e la classe operaia la sentirebbero propria, sentirebbero Nicolas Guillou come uno che è stato dalla loro parte da subito, da sempre… se non fosse che ora è il caso di tornare con i piedi per terra e fare, come insegna Wikipedia, un po’ di disambiguazione.

Perché è vero che da tempo la parola bandito viene usata come sinonimo di criminale, fuorilegge, ma etimologicamente il bandito è colui che è stato allontanato, esiliato, espulso, come Ovidio sul Mar Nero, come Dante costretto a lasciare Firenze, come chiunque, a torto o a ragione, sia stato reputato in ogni epoca un pericolo per la società di appartenenza.

Come anche Nicolas Guillou, quindi. Magistrato francese, giudice della Corte penale internazionale, colpito nell’agosto 2025 assieme ad alcuni suoi colleghi da sanzioni imposte dall’amministrazione Trump per avere emesso i mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, rispettivamente primo ministro e (allora) ministro della difesa dello Stato di Israele. E così, da un giorno all’altro, monsieur Guillou vede annullata una parte importante della propria vita, perché perde l’accesso a WhatsApp, Instagram, Facebook e Google, vengono chiusi i suoi account AirBnB, Amazon e PayPal, e non può più utilizzare le carte di credito e il proprio conto corrente. Insomma, Nicolas Guillou diventa un reietto digitale, costretto a tornare a un’esistenza analogica, nella quale per acquistare qualunque cosa si usano i contanti e per prenotare stanze d’albergo si fanno telefonate, quando il mondo ormai si fonda su rapporti dematerializzati fatti di pixel e algoritmi.

È da questa vicenda che trae ispirazione Paolo Benanti, francescano, filosofo e teologo, tra i massimi esperti mondiali dei rapporti tra etica e intelligenza artificiale, per la sua ultima opera, Il caso Guillou. Storia di un’identità cancellata, pubblicato da Silvio Berlusconi editore. L’indipendenza di un’istituzione internazionale costituita con lo scopo di reprimere i crimini più abietti viene colpita al cuore annullando la proiezione informatica di uno dei suoi membri e la debolezza strutturale del vecchio continente viene messa in mostra in tutta la sua precarietà visto che né la Francia, né l’Unione europea hanno la forza e il modo di reagire rispetto a quanto fatto dagli Stati Uniti e da una galassia di soggetti privati che subito si sono adeguati al crucifige di matrice americana. Nicolas Guillou, la Francia, l’Europa scompaiono al cospetto di una chimera data dalla commistione di poteri pubblici e privati.

Ed è soprattutto con riferimento all’azione dei poteri privati che occorre interrogarsi, secondo padre Benanti, perché esiste «una lacuna nelle architetture giuridiche moderne, le quali proteggono efficacemente dall’oppressione statale territoriale ma rimangono inermi di fronte al dominio privato esercitato in spazi transnazionali dove la sovranità risulta evanescente». Le garanzie che contraddistinguono l’esperienza politica e giuridica occidentale (e non solo) da due secoli a questa parte, quei diritti fondamentali che innervano le costituzioni e ne rappresentano l’essenza, sono emerse e si sono sviluppate avendo in mente un’esigenza: limitare il potere dell’esecutivo, proteggere l’individuo contro quest’ultimo, titolare del monopolio dell’uso legittimo della forza. Giusto, ma nel mondo del tecnofeudalesimo sono davvero i governi nazionali a rappresentare il pericolo maggiore? I rischi per le libertà di ognuno si annidano in leggi il cui iter può essere seguito fin dal primo istante da parte dell’opinione pubblica ed eventualmente bloccato o non piuttosto nelle policy contrattuali di Meta, Google e Mastercard, in quei termini e condizioni di servizio sui quali viene apposta rapidamente una spunta senza che l’utente si attardi a leggerli, come se si trattasse di una mera formalità e, tutto sommato, di un fastidio al quale è possibile sottrarsi molto in fretta? Eppure, è proprio in forza di quelle policy che Nicolas Guillou ha potuto essere colpito. «La “legge” qui è privatizzata; il vincolo non procede da sovranità parlamentare, ma da contratti di adesione che l’individuo non negozia mai veramente», scrive padre Benanti, delineando gli estremi di un futuro non troppo prossimo – anzi, molto presente – in cui i testi costituzionali, ridotti a simulacri, cedono il passo ai rapporti contrattuali, destinati a risolversi in favore dell’entità più forte che difficilmente offre rimedi giuridici attivabili per affrontare e risolvere situazioni complesse come quelle di Guillou e ancor più difficilmente può essere chiamata a rispondere dei propri comportamenti dinanzi a un’autorità giudiziaria.

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Del resto, che colpa ha Google se Guillou è stato sanzionato dall’Ufficio per il controllo dei beni esteri (OFAC) degli Stati Uniti? «Google blocca account non per una decisione consapevole dell’azienda di perseguire una visione politica, ma perché rispetta l’ordine dell’OFAC. Quest’ultimo emette sanzioni non per delibera personale, ma in conformità a una legge americana che autorizza tale potere. La legge americana esiste non come capriccio di un despota, ma per tutelare alleanze diplomatiche in un sistema complesso di relazioni internazionali». E in questo groviglio burocratico in cui, come in Assassinio sull’Orient Express, tutti vibrano una pugnalata ma nessuno è singolarmente responsabile, l’individuo scompare.

Le reazioni che pure ci sono state rispetto a questo fenomeno, quale l’adozione da parte dell’Unione europea dell’AI Act e del Digital Services Act, non sembrano al momento adeguate. Come rilevato da padre Benanti, la protezione del segreto commerciale, la gracilità del controllo umano sulle decisioni algoritmiche e le carenze strutturali proprie di una sovranità statale o sovranazionale costretta a confrontarsi con realtà che operano al di là dei confini nazionali o europei fanno sì che il problema rimanga intatto.

È la deregolamentazione, bellezza, e tu non ci puoi far niente, la deregolamentazione elevata all’ennesima potenza, l’illuminismo oscuro dei signori della Silicon Valley e del Partito Repubblicano, il neoliberalismo che si traveste da cyberlibertarismo per rimuovere gli ostacoli frapposti dagli ordinamenti giuridici a una libertà che è tale solamente per i potenti. Si tratta allora di «reinventare il significato di responsabilità in un’era dove il potere si materializza in reti senza centro», posto però che allo stato attuale nessun sistema costituzionale pare in grado di fare ciò, dato che nessun sistema costituzionale è stato concepito contemplando una simile forma di potere, capace di sottrarsi abilmente alla presa della sovranità statale.

La lettura del testo di padre Benanti sembra quanto mai necessaria, di certo per comprendere un processo – quello relativo all’emersione e al consolidamento di potentati tecnologici che sfuggono al controllo degli Stati – in atto da tempo, al quale andrebbe prestata maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica. Soprattutto, però, Il caso Guillou. Storia di un’identità cancellata dovrebbe costituire oggetto di riflessione per la storia che narra, perché Guillou non è soltanto Guillou, magistrato francese, membro della Corte penale internazionale, ma chiunque, e può essere chiunque. E dunque chiunque può essere Guillou, può svegliarsi un giorno e scoprire di essere stato escluso da una parte importante della propria vita, da quella proiezione digitale che non più tardi di vent’anni fa era ancora agli albori e che ora invece è talmente presente che solo il pensiero di non poter più accedere alla propria casella di posta elettronica, ai social network, alle piattaforme online è in grado di comunicare un senso di smarrimento e di ansia. Perché significa essere esclusi dalla civitas, da una città che, riprendendo la dicotomia proposta da Papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas, di certo somiglia più a Babele che non a Gerusalemme, espressione di un potere che, usando le parole del Pontefice, «pretende di dominare il cielo» più che di «un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna». E però è pur vero che tale è la nostra realtà oggi e la prospettiva di esserne tagliati fuori, di essere banditi, genera timore, paura, e proprio quella paura va a rendere il sistema esistente ancora più forte e all’apparenza inattaccabile.

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