L’allargamento suicida dell’Unione Europea
Se si digita “Unanimità”, appaiono 118 evenienze.
È questo l’esito di una rapidissima ricerca che può fare chiunque con riferimento al Trattato sull’Unione europea e al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Nel testo dei due accordi internazionali su cui si basa il blocco europeo dal 2009, la parola “unanimità” compare 118 volte. Come è facile intuire, il dato, particolarmente alto, si ricollega sempre a una deliberazione che deve essere assunta con il consenso di tutti i membri di una certa istituzione dell’Unione.
Può trattarsi di quella con cui il Consiglio europeo (ossia, la riunione dei capi di Stato o di governo dei 27 Stati, responsabile di definire le priorità politiche europee) constata l’esistenza di una violazione grave e persistente di almeno uno dei valori fondativi dell’Unione da parte di uno Stato membro. È la regola che si applica al caso della politica estera e di sicurezza comune, salve eccezioni. Vale pure per l’adozione da parte del Consiglio (istituzione che rappresenta i governi degli Stati membri) del quadro finanziario pluriennale, ossia il bilancio di lungo termine dell’Unione europea.
Gli esempi di decisioni centrali per l’avanzamento del processo di integrazione che devono essere assunte all’unanimità non mancano, insomma. E ciò rappresenta un problema. Era un problema già negli anni Cinquanta e Sessanta, quando gli Stati membri erano appena sei, e lo è diventato sempre di più, man mano che il condominio europeo è andato ampliandosi, visto che raggiungere un punto di mediazione tra le esigenze contrapposte dei numerosi inquilini è ormai opera improba. Le riforme che pure hanno interessato i trattati fondativi nel corso del tempo qualcosa hanno fatto, ma non sono riuscite a limitare in maniera decisiva tale requisito, che rimane lì, come una spada di Damocle sul capo di un’organizzazione sovranazionale che prova a procedere compatta e a passo spedito e, purtroppo, si ritrova in diversi casi divisa e costretta ad arrancare.
La questione, già difficile allo stato attuale, diventa più complicata se si considera che molti Stati bussano alle porte dell’Unione, desiderosi di entrarvi. La Turchia presentò la propria domanda di adesione addirittura nel 1987, quando esisteva ancora la Comunità economica europea. In anni più recenti si sono aggiunti Albania, Bosnia Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Kosovo, Serbia e Ucraina. Dieci Stati, insomma, che vedono nell’ingresso nell’Unione un obiettivo chiave, un passaggio decisivo nella loro storia, e che però potrebbero generare non pochi problemi se la loro adesione avvenisse a trattati invariati.
Il rischio paralisi è dietro l’angolo. Infatti, raggiungere un consenso unanime diverrebbe ancor più complesso e a questo si aggiungerebbero ulteriori temi, come quello del carattere pletorico di alcune istituzioni, come la Commissione europea (composta al momento da 27 membri, ossia uno per ciascuno Stato) e il Parlamento europeo (oggi 720 membri). Dunque, la domanda sorge spontanea: allargare o non allargare l’Unione?

L’argomento è al centro del libro di Sylvie Goulard Grande da morire, da poco pubblicato da il Mulino. La traduzione italiana del titolo fa comprendere quale sia la tesi di fondo sostenuta dall’autrice, già consigliera politica di Romano Prodi quando fu Presidente della Commissione europea, europarlamentare e ministro della Difesa della Repubblica francese. Tuttavia, l’originale rende ancor meglio l’idea: L’Europe enfla si bien qu’elle creva, l’Europa si gonfiò così tanto che scoppiò, chiaro riferimento alla favola La rana e il bue. Come la rana di quel racconto, così l’Unione europea continua a crescere, mettendo a rischio la propria esistenza. Da anni i leader europei affermano che adesione di nuovi Stati e modifica dei trattati devono procedere parallelamente ma, mentre nel primo caso si è assistito a dei passi in avanti, nel secondo tutto è fermo. Anzi, proprio l’allargamento sembra porsi come ostacolo, visto che esso per forza di cose diluisce l’Unione, rendendola meno omogenea, meno compatta sul piano politico, e capace di trovare la quadra solamente – e comunque non senza sforzi – per ragioni di carattere economico.
Viene così messo in discussione uno dei criteri che il Consiglio europeo riunitosi a Copenaghen nel 1993 aveva fissato per governare l’allargamento a est, verificatosi dal 2004 in poi. In quell’occasione, fu stabilito che il ritmo dell’integrazione avrebbe dovuto essere mantenuto inalterato e questo perché il fine ultimo dell’Unione europea non è l’adesione di nuovi Stati, ma l’integrazione stessa, ossia il raggiungimento di livelli più profondi di integrazione e così il consolidamento di un processo che nel 2026 raggiungerà il traguardo dei 75 anni di vita.
L’allargamento viene descritto nella bolla di Bruxelles come una necessità geopolitica, un modo per difendersi e affermarsi sempre più in uno scacchiere internazionale dominato da superpotenze. I motivi per contestare tale ricostruzione sono molteplici e si ricollegano non solamente agli inconvenienti relativi al sistema istituzionale e al processo decisionale dell’Unione di cui si è detto, ma anche alla realtà degli Stati che vorrebbero aderire. Tenuta dell’assetto democratico, rispetto dello Stato di diritto, tutela dei diritti fondamentali, lotta alla corruzione sono aspetti che, lungi dall’essere stati risolti da quei Paesi, rischiano di dover essere affrontati dall’Unione, una volta che essi saranno entrati. Con evidenti ulteriori rallentamenti dell’integrazione europea. Se poi si considera che la guerra in Ucraina è ancora in corso e che i costi della ricostruzione post-bellica dovranno pur essere sostenuti da qualcuno, lo scenario diventa maggiormente fosco.
Dunque, l’interrogativo di fondo posto da Goulard è comprensibile: cos’è e cosa vuole essere l’Unione europea? «Un’Europa-comunità, che riconosce dei diritti ai cittadini, difende dei valori» o «un’Europa-mercato, utile alle imprese, più commerciale che politica» o ancora «un’Europa-miraggio di cui oggi spesso ci accontentiamo»?
La risposta è chiara: «Per il momento, la trattano come una capanna le cui pareti di rami vengono regolarmente allargate per fare spazio a nuovi occupanti. È tempo di costruire in muratura, per far fronte a tempi duri».
Condivisibile, auspicabile, ma purtroppo tutto dipende da quale angolo prospettico si guarda all’Unione, ossia da quale Stato membro, e in quale momento, vale a dire a seconda della maggioranza politica al potere. La coesione tra i ventisette membri attuali manca davvero ed è improbabile che possa aumentare con l’ingresso di altri dieci Stati. E intanto l’aspirazione di istituire gli Stati Uniti d’Europa rimane all’orizzonte e sbiadisce sempre di più.