Giuliano Scabia: attraversare i luoghi per consolare il tempo
Tra il 3 e il 5 agosto del 2008 Giuliano Scabia, arrivato alle pendici dell’Etna, sale a più riprese verso le zone sommitali del massiccio vulcanico. Partendo da Giarre e attraversando diverse località, tra cui Milo, si aggira nel paesaggio etneo indossando Benenghéli, il cavallo di cartapesta a bretelle, da lui stesso costruito, e a cui ha dato il nome. Assieme a lui c’è Maurizio Conca, fotografo e filmmaker che da tanti anni segue Scabia per documentarne gli interventi. Conca, armato della sua attrezzatura, filmerà Scabia e Benenghéli per tre giorni, mentre vagano per salire verso la sommità del vulcano che prelude alla visione del fuoco. Per il terzo e ultimo giorno Scabia ha ingaggiato una guida locale che accompagnerà lui e Conca in vista di una colata attiva.
Quando, col mio cavallo,
ho deciso di salire la montagna Etna
per trovare il fuoco
attraversando il mare da Nord
e sbarcando nell'antica Palermo
così cara ai poeti
per prima cosa mi sono fermato
nel delicato paese di Polizzi Generosa
là invitato da un nobile cavaliere,
famoso narratore di storie,
e dalla sua sposa
Inizia così il testo che Scabia declama in voce fuori campo nel cinepoema Salita alla montagna Etna con visione del fuoco, firmato da lui stesso e da Maurizio Conca.
Fin dal principio vengono evocati i cavalieri, e Scabia stesso si presenta come tale, sul cavallo di cartapesta Benenghéli, vagante per strade e sentieri che solcano la vegetazione oppure attraversano brulle rocce vulcaniche.
Scardinare il teatro e dilatarlo fino ai limiti
Giuliano Scabia, innovativo rivoluzionatore del teatro, ha costruito un proprio mondo poetico e immaginativo esprimendosi in vari campi – poesia, letteratura, teatro.
Scabia dopo gli esordi nei primi anni ’60, e la partecipazione nel ‘67 al convegno di Ivrea, all'interno di un generale quadro di rinnovamento mette presto a fuoco le proprie linee poetiche, che porterà avanti per il resto della sua produzione. È da subito centrale in Scabia l’idea di arte come relazione, ascolto, visione: preludio necessario agli scatenamenti immaginativi, spesso gioiosi, che consentono il disvelamento a sé di sé stessi, la comprensione che la propria mente è parte e cellula viva, integrata, di una mente che è organismo collettivo, lògos, linguaggio che irradia tutto il vivente attraversando le generazioni dei singoli individui.
Nella poetica di Scabia il vivente comprende tutta l’umanità, il vivente natura, il vivente universo mondo – spazio cosmico e galassie comprese.
In quegli stessi anni Scabia subisce da parte del teatro ufficiale alcune censure, e a partire dal 1969 inizia un percorso in cui porta il proprio teatro fuori dai luoghi deputati, cioè dagli edifici teatrali, in un lungo percorso di interventi ed azioni che ha disseminato ovunque in Italia e anche all’estero, coinvolgendo gli abitanti di periferie urbane o di remote zone di montagna, bambini, pazienti psichiatrici, studenti ...
Il ciclo del Teatro Vagante
La produzione dei testi teatrali di Giuliano Scabia si sviluppa in questo essere fuori dagli edifici teatrali: è l’immenso ‘Ciclo del Teatro Vagante’, la cui immagine chiave è un teatro che appare vagando nei cieli. Un teatro che è contemporaneamente anche albero, casa, carro, culla, grotta, teatro, veliero, cigno. In questi testi spesso il Teatro Vagante veleggia sopra paesaggi e territori, oppure viaggia nel cosmo o in uno spazio anche astratto, oltremondano, e di tanto in tanto si posa in qualche luogo del mondo, geograficamente concreto.
Sebbene l’azione etnea del 2008, da cui nasce il cinepoema, non faccia parte del Ciclo del Teatro Vagante, tuttavia è evidentemente intrisa dei modi teatrali scabiani.
Guarda, cavallo, questi luoghi immensi – te ne bei?
Sono nostri – del nostro sguardo e del nostro camminare – è tutto nostro senza che lo possediamo.
È il nostro regno – mentre lo attraversiamo.
Questo è il dono che riceviamo continuamente dal mondo – da ciò che appare lungo il sentiero.
In quell’agosto il poema canta l’Etna trasformato in un palcoscenico, dove Scabia e il suo cavallo sono personaggi che vagano in attesa di apparizioni.
Cercherò fra i boschi e le rocce di lava la via per salire – vedere l'apparizione del fuoco –
capire, salendo, chi sono.
Salire significa contestualmente discendere dentro sé stessi, interiorizzando il luogo e il paesaggio della salita-discesa.

Il cinepoema e ricerca del fuoco
Maurizio Conca (Dolo, 1956), autore e regista del filmato, è fotografo e documentarista. Ha seguito nel tempo varie esperienze teatrali di Scabia, curando anche mostre dedicate al suo lavoro.
Conca mi ha raccontato che le riprese etnee dell’agosto del 2008 nascono su invito di Giuliano:
“Scabia mi ha detto: voglio fare un film sulla salita all’Etna. Era l'unico punto fisso che c'era, l'idea era quella di fare un film, e mi disse: Maurizio, lo firmiamo assieme. […] Per me avere la firma con Scabia era toccare col dito due paradisi, no uno”.
Per Scabia l’Etna era stato importante già dagli anni ’70.
Maurizio Conca era andato a trovarlo tra il 1976 e il 1977 nei dintorni di Giarre, quando Scabia viveva in una bella villa siciliana in mezzo agli aranceti, in località Tagliaborse, di proprietà dell’avvocato Giuffrida, suo amico. In quel periodo stava lavorando ad alcuni testi teatrali e contestualmente si costruiva con la cartapesta alcuni burattini: erano i personaggi della Commedia armoniosa del cielo e dell’inferno, ideati per una messa in scena alternativa a quelle che gli venivano spesso negate sui palcoscenici dei teatri ufficiali. Scabia, in seguito a una serie di ostracismi legati a uno spettacolo messo in scena al Piccolo Teatro di Milano, si sposta a Firenze, poi a Roma, e infine decide di stabilirsi in Sicilia.
“Ho piantato tutto e per due anni sono andato sull’Etna, in una grande casa prestata da un amico, Andrea Giuffrida: una casa isolata in un agrumeto, su un vallone.” ( Emma Pavan: “Paesaggi con visioni”)
In quel luogo di solitudine, che di notte portava con sé anche terrore, Scabia trova forme nuove per la propria scrittura. Compone la prima Lettera a Dorothea, e nascono anche testi che concorreranno a formare Teatro con bosco e animali (Einaudi, 1987), opere in cui avviene un cambiamento rispetto a quanto Scabia ha scritto in precedenza: assume maggiore centralità il tema della sopravvivenza dei racconti antichi, sedimentati nel presente, e il loro continuo riaffiorare in forme e apparenze nuove: un tema centrale anche nel testo del Cinepoema.
Teatro degli dei e teatro di poesia
Il Diavolo personaggio scabiano che assieme al suo Angelo (Il diavolo e il suo Angelo, La Casa Usher 1982) attraversa il Casentino, o il Carnevale teatrale Veneziano allestito da Maurizio Scaparro, o la Parigi di ‘Re’ Mitterrand, è una divinità infera, non più molto creduta, quasi dimenticata. Scabia la mette in scena, riportandola al mondo: vuole che torni a farsi vedere, e che le persone di oggi ci si imbattano, in modo da far nascere una situazione animata, di incontro imprevisto e teatrale, in sentieri, borghi, strade e piazze di città. Il vecchio e non più così temuto diavolo, e le persone dei tempi odierni all’improvviso si incontrano: che cosa succederà?
Ha scritto Attilio Scarpellini (“Entrare nella vita: il Teatro Vagante di Giuliano Scabia”) che dalle opere di Scabia si potrebbe estrarre una sorta di teologia contemporanea, insieme atea e non-atea, basata sulle trasmigrazioni del mito e dell’immaginario attraverso i tempi.
Tutto ciò che abbiamo sedimentato delle perdute credenze costituisce una ricchezza sepolta, che permane in un limbo al di là della nostra consapevolezza, cosa che Scabia spesso ama ribadire:
“Il fatto che un patrimonio venga oscurato non significa, tuttavia, che non sia presente oltre la superficie. In questo senso, tutto ciò che giace al di sotto è un tesoro e per comprendere la complessità e la bellezza del presente è necessario portare alla luce questi strati.” (Emma Pavan, cit.)
Il rapporto con i miti antichi – i racconti venerati nelle religioni di epoche passate – e in generale il rapporto con racconti e poemi del passato, costituisce un terreno di profonda esplorazione, una terra natìa da cui Scabia parte e riparte continuamente, per ripercorrere i cammini umani, tracciando innumerevoli tragitti nei diversi luoghi in cui realmente si reca e che attraversa.
E sull’Etna, quale situazione drammaturgica scaturirà? Cosa potrebbe succedere? Con chi dialogherà il cavaliere errante Scabia?
A chi porrà i suoi poetici interrogativi?
Chi sei, fuoco?
Tu fosti rubato agli dei dentro il bastone di ferula – da Prometeo, là sul Caucaso, o chissà dove.
Fuoco forgiatore e distruttore.
Esisterebbe l'universo senza di te?
Poeti camminanti, cavalieri erranti
Essere un ‘poeta camminante’: a questa immagine Scabia affida un aspetto ricorrente della sua ricerca. È il correlato all’esplorazione dei luoghi, la perlustrazione di paesaggi visti come sedimentazioni di racconti antichi, che appaiono improvvisamente perché riaffiorano e si ripresentano vivi e presenti in modo inaspettato.
Chi sei, sentiero?
Di passo in passo, cercandoti, siamo noi che ti formiamo.
Senza di te non potremmo esistere.
Non sparire.
Sentieri sulla terra – sentieri sul mare – e nell'aria, nel volo.
Sentieri del mondo – chi siete?
Nel cinepoema, ascoltando la declamazione dei versi del poema, intra- o stra- vediamo Scabia che continuamente oltrepassa quella soglia, mentre cavalca Benenghéli nel paesaggio vulcanico, e intanto trasfigura natura, lingua e cammino nei versi di un poema vivo. Entra in scena la mente stessa, che si apre all’apparire delle visioni.
Non solo la mitologia greca, ma anche i racconti, di «fate, cavalieri e poeti notturni». Ecco perché l’avvicinamento all’Etna è iniziato a Polizzi Generosa, sulle Madonie, “nell'alto paese raffrescato dai venti”, sotto l’egida delle narrazioni cavalleresche: l’invito a Polizzi proveniva da Mimmo Cuticchio, tra i più importanti, se non il più importante erede della tradizione dei cuntisti siciliani, pupari che cantano e raccontano le storie derivate dalla letteratura epico-cavalleresca, nate rimaneggiando liberamente il ciclo carolingio e i romanzi arturiani e bretoni.
ma ecco che oltre le rovine, più grande, spettacolosa, appare la montagna –
là dentro, lo so, è tramandato, ci sono re Artù, primo dei cavalieri, Morgana la fata, il poeta Empedocle e il dio del fuoco Efèsto – e chissà chi.
Cammina cammina, racconta racconta
Cammina cammina, nel filmato a un certo punto Scabia, mentre procede su una strada assolata, che porta verso le sommità dell’Etna, con indosso il cavallo Benenghéli, incrocia un manipolo di motociclisti: sono i cavalieri odierni che lo osservano, appoggiati o seduti sulla propria meccanica cavalcatura, con l’elmo – il casco – sottobraccio. Sembrano increduli, sbalorditi per l’inaspettata visione.
Scabia mette in scena, perché venga filmata, la sua stessa vicenda di poeta camminante e cavaliere, nel suo vagare in cerca del fuoco etneo. Si iscrive cioè a partecipante del cammino umano collettivo compiuto da tutti quelli che hanno accolto visioni nel teatro vagante della mente collettiva, ovvero tutti gli scrittori, i drammaturghi, i poeti e tutti gli spettatori nel mondo attraverso cui, artisticamente, viene tramandato il mondo delle immaginazioni.
cavallo Benenghéli – che gioco è quello che stiamo facendo – tu e io – di salire la montagna a vedere se ci appare il fuoco?
Una considerazione che prende forma nettissima nel poema ancora inedito Albero stella di poeti rari in cui Scabia descrive l’aver sorvolato con William Blake i cieli di Londra, Parigi, della Grecia e della foresta amazzonica. A un certo punto in quei voli compaiono assieme a tutti i poeti del mondo, anche le figure mitiche di Orfeo, di Dioniso, di Afrodite stessa, tutti insieme in un cammino che è volteggiare nel cielo sopra quelle cruciali città, che per Scabia sono anche delle menti e delle anime.
Scabia, al cospetto maestoso del monte Etna, sta cantando il suo essere partecipe di questo immenso cammino collettivo.
Memoria e agire poetico
Maurizio Conca confessa:
“Io però nonostante tutto non avevo la minima idea di come montare queste immagini. Mi ricordo di aver detto a Giuliano: adesso abbiamo le immagini e però io se non ho un testo di base, non so cosa montare”
Scabia per tutta risposta scrive il testo del cinepoema durante il rientro, sulla nave da Palermo a Civitavecchia, in una notte di viaggio. Un testo che secondo la testimonianza di Conca, in seguito non è stato più modificato. Conca sulla base di quel testo, che costituiva per lui “un bel narrare”, realizza un filmato di poco meno di venti minuti.
“Non era certo il classico film documentario o cose del genere. Una volta finito ho detto a Scabia: è una poesia! Sono certo di avergli detto questo, e lui allora ha tirato fuori l’idea di chiamarlo ‘cinepoema’.”
Dal racconto di Conca si conferma una modalità di lavoro usuale nella vicenda artistica di Giuliano Scabia: lo schema vuoto. Si tratta di una modalità drammaturgica che non predetermina la storia e permette ampi spazi di creazione collettiva della narrazione. Scabia quando progetta ogni azione teatrale, ma anche ciascuno dei suoi trenta corsi di drammaturgia tenuti all’Università di Bologna, raffigura in un’immagine un certo numero di momenti chiave, lasciando parti ‘vuote’ che prevedono e consentono ai partecipanti all’azione stessa di completare l’azione con il loro imprevedibile contributo creativo.
Nel caso della salita sull’Etna, è il paesaggio etneo a interagire, entrando come visione nello schema vuoto. Quando si reca insieme a Conca sull’Etna, non ha preparato un testo poetico, vuole prima vivere l’impatto con l’accadimento.
Dall’esperienza sensoriale, emotiva e intellettiva si genererà successivamente la scrittura.
Si tratta di una via molto battuta nel lavoro di Scabia, e in questa luce vanno lette le affermazioni che si colgono nei suoi testi sia letterari che teatrali o poetici, in cui canta o racconta il legame che nella mitologia greca salda le arti, ovvero le ‘signorine Muse’, a Memoria cioè la loro madre Mnemosìne.
Nel comporre poetico, così come nelle altre arti, viene da Memoria la possibilità di generare un componimento. Così pensa e agisce Scabia: bisogna prima entrare nella vita, il vissuto è un seme che sboccerà, in seguito – in forma di verso poetico, o racconto, burattino, disegno, …
Nel caso del palcoscenico etneo, il ruolo della Memoria è ancora più rilevante, dato che si tratta di un’azione che nasce dal ricordo di una esperienza ancora precedente: Scabia, a cavallo di Benenghéli, vuole tornare a una visione del fuoco che ha avuto anni prima e che rammemora proprio nel cinepoema. Nel periodo in cui ha abitato alle pendici dell’Etna, infatti, dopo una notte di inaspettata attività vulcanica, il mattino seguente con altre persone si era avviato per avvicinarsi al luogo dell’eruzione:
Salivamo quasi correndo – e sempre più si sentiva come un respiro dentro la terra, sotto i piedi, regolare, potente – alla fine del bosco siamo apparsi sul bordo di una valle immensa, scura di lava – il cratere era là, a non più di un chilometro – sembrava un fiore di fuoco fremente di furia e giovinezza – le folate, il fumo, il rosso, il respiro.
La terra – ho pensato – è un pianeta vivo, che respira.
Consolare il Gran Solitario
Salire, recita il cinepoema, conduce ai luoghi dove la montagna custodisce assieme al fuoco, anche tutti i cavalieri dei poemi epici. Ascoltiamo Scabia affermare che si tratta di storie “fantastiche e non credibili” , e domandarsi perché l’umanità le abbia inventate.
Eppure su quelle rocce scure adesso lui li vede, i cavalieri ci sono! Scabia li nomina uno per uno, a partire da Re Artù, e poi Rinaldo e Orlando, fino a Manicardo e Brandimarte.
Nel filmato intanto, trascorrono le ore. Scabia e Benenghéli vagano immersi in vasti paesaggi vulcanici, sempre più maestose diventano le loro solitudini. Quando viene notte, lo scenario cambia completamente, ecco che si giunge alla visione del fuoco, che Scabia ha invocato indicandola come meta del percorso fin dall’inizio del poema.
Eccolo il fuoco – il dio fuoco: fate, cavalieri e poeti notturni
è l'ora
siamo qui per voi – ci siete tutti?
Ci vedete?
Tutto il corteo delle apparizioni che hanno costellato il viaggio verso l’Etna e il suo fuoco, ora si unifica in Scabia. Le voci dei cavalieri erranti e dei poeti notturni, si condensano nella su voce.
Guarda, cavallo –
da qui si vede tutta la terra fino all'Oriente –
fino all'estremo Occidente,
si vedono gli uomini che corrono, giorno e notte – è una visione, sicuro!
è la specie umana in cammino – sembra che canti –
senti?
è la specie umana che canta con noi.
L’umanità nel suo cammino – e canto – ha saputo dialogare con le forze della natura: ha saputo orizzontarsi e muoversi sempre più velocemente nelle tre dimensioni dello spazio, ha rubato il fuoco agli dei, imbrigliandolo. È stata in grado di mettersi in dialogo con le dimensioni della propria natura, interiore, come la capacità di ascoltare, di accorgersi, di avere visioni e apparizioni, di far sorgere dalla Memoria arti e linguaggi.
Ora sul palcoscenico trasfigurante dell’Etna trasfigurato, nell’agosto 2008 entra in scena un personaggio colossale, infinito: il Tempo.
Rivolgersi al Tempo dalle pendici dell’Etna con voce differita, è un fatto reale, che il cinepoema reca nella sua natura storica e assieme fantastica. Il confronto è verso una dimensione, la quarta, che più di ogni altra sembra sfuggire alla possibilità di dialogo, meno che mai di dominio da parte dell’uomo. L’umanità in cammino cammina nel Tempo, e anche se da sempre cerca di imbrigliarlo, misurandolo, calendarizzandolo, digitalizzandolo, tuttavia il Tempo le sfugge, perché è un camminatore instancabile, taciturno e solitario, che non si ferma mai a dialogare.
È l’esito forse più insperato e sorprendente del salire verso l’Etna a cavallo di Benenghéli: Scabia è riuscito ad allearsi poeticamente con le forze ciclopiche racchiuse nel vulcano e ora che le ha reclutate cerca il dialogo con il Tempo, nel palcoscenico immenso del fianco della montagna, immerso in un buio rotto qua e là dal chiarore fremente della lava.
Avendo in sé il coro dell’umanità, il coro di tutti i cavalieri e dei poeti cavallereschi, Scabia può rivolgersi con tenerezza al Gran Solitario.
Si rivolge al Tempo, e lo consola.
O viaggio caro avuto in dono,
non finire: attimo del tempo,
non passare: perché finalmente,
adesso,
stiamo capendo,
caro tempo,
chi sei:
e siamo in cammino per darti conforto,
io, il cavallo e tutti i cavalieri
lassù: per non farti immalinconire:
siamo qui per consolarti, tempo:
dirti che non sei solo.
Il comune di Ventasso il 18 aprile conferirà la cittadinanza onoraria a Giuliano Scabia e, nell’occasione, verrà presenterà la ripubblicazione del Gorilla Quiadrumàno.
In copertina, Giuliano Scabia, immagine Wikimedia Commons.