I bambini di Peter Bichsel

7 Ottobre 2026

È curioso e anche sorprendente che i protagonisti di queste Storie per bambini (Casagrande, 2026, postfaz. di Giovanna Zoboli, con uno scritto di Marco Belpoliti, trad. di Chiara Allegra) dello scrittore svizzero Peter Bichsel siano per lo più vecchi e uomini al capolinea dell’esistenza, «dalla faccia stanca, troppo stanca per sorridere e troppo stanca per essere arrabbiata». È un contrasto stridente, provocatorio, perché sono «uomini» (tutti rigorosamente di genere maschile) delusi della vita. Tuttavia ognuno di essi conserva ancora una tenace carica utopica: chi vuole dimostrare che effettivamente «la terra è rotonda» e chi che «l’America non esiste».

In tutti domina l’ossessione della noia, della ripetizione, dei doveri quotidiani. Pertanto ognuno cerca una via di fuga, di scrollarsi di dosso il peso dell’opprimente quotidianità inventandosi una prospettiva (e una mania) bizzarra, che possa scalfire il funebre e rassicurante fascino dei luoghi comuni. È un chiaro invito alla stravaganza e all’eccentricità che in versione triste invece che scanzonata mi ricorda Luigi Malerba.

Come dichiara nella raccolta di lezioni Il lettore, il narrare (1982; prima edizione italiana Aelia Laelia 1985) negli autori di libri per l’infanzia Bichsel stigmatizza l’esibizione dell’ingenuità (p. 87). Le sue «storie per bambini» si muovono quindi in un’altra direzione, che è quella della «responsabilità», fino al limite dell’«angoscia» (p. 88). Recuperando la tradizione gotica della fiaba, specie di quella germanica dei fratelli Grimm: se e quando c’è, in Bichsel anche il dolce conduce all’amaro.

I bambini convocati da Bichsel, che è stato maestro elementare, si trovano davanti racconti che fanno del realismo e del disincanto esistenziale un dato determinante: l’autore non mente sulla natura e la qualità della vita, che essi da adulti prima e da vecchi poi dovranno di necessità sperimentare. Nello stesso tempo li invita a uscire dai binari delle consuetudini e degli obblighi, a crearsi fantasiosamente degli obiettivi eccessivi, a sognare, a non accontentarsi mai di ciò che già hanno.

La morale è che la vita potrebbe essere diversa partendo da ciò che si è e non da ciò che si ha. Bichsel esorta a valorizzare l’umanità non per ciò che possiede (anche i re, sulla scia di Baudelaire, muoiono di noia) ma per ciò che è. In questa dimensione la vita di ogni giorno può diventare un «fatto speciale», una scoperta stupefacente e «improvvisamente piacere». Sono bagliori di felicità, illusioni che «però» non durano: perché «questa non è una storia divertente. È cominciata in modo triste e finisce in modo triste». Precisa Belpoliti che «due sono le caratteristiche che hanno tutte, o quasi, le storie di Bichsel: la nostalgia e la tristezza», perché «nessuna medicina riuscirà a lenirci dalla perdita».

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Peter Bichsel - fotografia di Gestumblindi - Wikimedia Commons.

Con i propri paradossi Bichsel vuole sconfiggere l’ingenuità terapeutica delle verità condivise, come quella che prova l’esistenza dell’America; e fondare la conoscenza non sulla forza dell’arroganza ma sulla debolezza del dubbio, alla scuola di Montaigne. Per questo, quando tutti gli altri sono ormai convinti «che l’America esista», il solo ad avere dubbi è il suo presunto scopritore «Colombin / Colombo», a un tempo illuminato e disturbato dal fatto che «raccontano tutti le stesse cose, e tutti raccontano cose che sapevano già prima del viaggio; e questo è molto sospetto».

Forse Bichsel desidera insinuare «sospetti», smascherare gli incanti, non tanto diversamente da Nietzsche. Per cui anche l’indicazione «per bambini» può risultare sospetta e bifronte. Come per Malerba si tratta perciò di «libri anfibi», rivolti ai piccoli e soprattutto ai grandi: ai piccoli e ai grandi insieme. Nella linea della tradizione esopica, secondo quanto affermava Pietro Pancrazi nell’introduzione al proprio Esopo moderno (1930), per cui se «Esopo s’impara a conoscerlo da ragazzi», gli si «vorrà bene soltanto dopo, da grande», perché gli «apologhi si riempiono, si colorano soltanto con la vita passata. Nell’orario ideale delle letture, l’ora vera di Esopo è quella stessa di Seneca, del La Rochefoucauld, del Gracian, del Guicciardini».

Le «storie per bambini» di Bichsel si inseriscono dunque in questa illustre tradizione narrativa e moralistica, nella quale le «riflessioni» si fanno «racconto», come sosteneva Giorgio Messori nell’introduzione alla citata prima edizione italiana della raccolta di saggi Il lettore, il narrare (1985):

Si vedrà anche, leggendo questo libro, come per Bichsel ogni riflessione intorno a questi temi diventi naturalmente “racconto”, e come pure ogni riflessione sul narrare sia anch’essa narrazione. «In genere», ha detto una volta in un’intervista, «cerco di spiegare tutto con delle storie, e cerco di pensare in storie e non in fatti astratti» (p. 8).

E queste «per bambini» sono appunto «storie» in cui si concretizzano destini.

Di questo aureo «libretto» (letto su consiglio di Alfredo Giuliani) nella seconda metà degli anni Ottanta Pier Vittorio Tondelli annotò che era «un testo facilissimo che affronta però alcuni nuclei cruciali dell’attività letteraria e non si spaventa di affrontare, sempre con un leggero spaesamento, quasi riservato, le domande più difficili, quelle per intenderci a cui è possibile rispondere solo al cospetto di Dio» (L’abbandono, Bompiani, 2016, p. 304).

Le «domande difficili» di Bichsel si materializzano in queste pungenti e spiazzanti Storie per bambini che mettono in scena «una idea di libertà», sottolinea Giovanna Zoboli nella postfazione, «che coincide col vivere svincolati non solo da ruoli sociali, ma anche da scopi pratici, perseguendo una dimensione esistenziale felicemente fine a sé stessa».

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