Beppe Sebaste, del perdersi e del ritrovarsi

8 Aprile 2026

«Niente è più comune di ciò che riteniamo intimo e personale, e niente è più condiviso del disorientamento, del perdersi e ritrovarsi. Insisto da tempo sul valore della soggettività, su una plus-realtà delle enunciazioni in prima persona. Viceversa, ogni occultamento del proprio sguardo, la presunta obiettività, non è che una strategia retorica, o una forzatura sintattica. La verità o è situata e incarnata oppure non è».

In queste parole tratte dalla prefazione della seconda edizione del Libro dei maestri. Porte senza porta rewind (Sossella, 2010) credo si concentrino senso e pratica della letteratura di Beppe Sebaste, venuto a mancare lo scorso 6 aprile (era nato a Parma il 3 giugno 1959). Dal principio, dall’esordio con i «racconti brevi» della raccolta L’ultimo buco nell’acqua firmata a quattro mani con Giorgio Messori (Ælia Lælia, 1983) all’ultimo libro Una vita dolce (Neri Pozza, 2022), diario narrativo della convivenza e della graduale scomparsa della propria compagna di vita.

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Per Sebaste ogni azione personale è pubblica e quindi ogni scrittura è dialogo aperto con il mondo, equivalente al «gesto di gettare un sasso nell’acqua, e perdersi seguendo le onde che si allargano a partire dal “centro”» (dalla prefazione dell’Ultimo buco nell’acqua, 1983); ogni testo di Sebaste è stato questo aurorale atto di scoperta, in una persuasiva coerenza durata decenni.

Nella vita di Sebaste ci sono state alcune amicizie molto importanti, alcune di coetanei, come soprattutto Giorgio Messori e Daniela Rossi, altre di amici maestri, come Carlo Bordini, Gianni Celati e Luigi Ghirri. Con «il mio splendido amico» Giorgio Messori l’amicizia nasce nelle aule dell’università di Bologna, «alla lezione delle 9 del mattino di Estetica di Luciano Anceschi, a.a. 1978/79. Era l’unico corso che frequentavamo. In Estetica con Anceschi ci siamo laureati insieme (in un’altra aula), quasi fianco a fianco. […] La sua tesi era sulle “Poetiche narrative in Peter Handke”, la mia sulla “Poetica del romanzo giallo”. […] Quello stesso pomeriggio del 12 novembre 1982 abbiamo fondato davanti al notaio la cooperativa editoriale Ælia Lælia, che si proponeva di pubblicare solo libri organici, necessari e felici, quelli cioè rifiutati dalle case editrici perché nuovi» (Il libro dei maestri, 2010, pp. 191-192).

Con il poeta romano Carlo Bordini l’amicizia nasce al «Festival del Proletariato Giovanile a Parco Lambro (nel ’76), dove diciassettenne vendevo librini di poesie su una tovaglietta per terra […] e io e lui, più vecchio di me di molti anni ma coetaneo nella sensibilità, ci aggiravamo in quello che diventò presto un inferno come un dante e un virgilio da fumetto in una divina commedia ubriaca, o meglio acida» (Oggetti smarriti e altre apparizioni, Laterza, 2009, p. 70). Anche Bordini (con Giorgio Messori e Daniela Rossi) sarà poi tra i fondatori nel 1982 a Reggio Emilia della casa editrice Ælia Lælia, che operò fino al 1990.

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Una declinazione specifica della prospettiva personale è stata per Sebaste quella del viaggio, condivisa anche in determinanti esperienze letterarie e fotografiche collettive quali Esplorazioni sulla via Emilia. Scritture nel paesaggio (Feltrinelli, 1986), a cura di Eleonora Bronzoni, con testi di Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Corrado Costa, Daniele Del Giudice, Antonio Faeti, Tonino Guerra, Giorgio Messori, Giulia Niccolai, Antonio Tabucchi e prefazione di Italo Calvino (Sebaste partecipa con il testo Diario d’inverno); il volume L’Arc lémanique. Vingt et un recits sur le lieu (réunis par Beppe Sebaste, textes; e Jacques Berthet, photos; Favre – L’Hebdo, 1988), con testi, tra gli altri, di Nicolas Bouvier, Michel Butor, Gerald Bisinger, Gianni Celati, Giorgio Messori (Sebaste stende l’introduzione e partecipa con il testo Café suisse, che poi diventerà parte fondamentale del successivo volume di racconti Café suisse e altri luoghi di sosta, Feltrinelli 1992).

Infine l’antologia Narratori delle riserve curata da Gianni Celati per Feltrinelli nel 1992 alla quale Sebaste partecipa con il racconto Venice, CA, tratto dal citato Café suisse. Celati lo presenta così:

«Beppe Sebaste è di Parma, ma ha abitato per qualche anno a Ginevra. A quei tempi predicava una scrittura che sia prima di tutto scrittura, il gesto elementare di mettere giù fatti e pensieri che vengono alla mente, come quando si scrive una lettera o come nei temi dei bambini (oppure come in quel bellissimo libro di Emmanuel Bove, Mes amis, che Sebaste ha tradotto per l’editore Feltrinelli). Dopo si è messo a scrivere piccoli pezzi che sono come tanti numerini d’un composito cabaret. Una volta l’ho ascoltato recitare in pubblico alcuni di questi pezzi e ho sentito il loro fraseggio che sorge sempre come gesto in movimento. È un po’ come nel jazz, l’avvio in levare che dà il sincopato, la mobilità del ritmo che anticipa e dà forma a tutto quello che crediamo di aver da dire (Sebaste: “Spesso ci si comporta come se ci fosse qualcosa da esprimere”)» (p. 294).

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Celati aveva proposto insieme Sebaste e Messori nella rubrica Narratori delle riserve (n. 3) sul «Manifesto» del 14 novembre 1988 sotto l’illuminante titolo Robert Walser, lezione di scandalo, sottolineando e valorizzando «questa linea di ricerca che si rifà alla variante introdotta da Robert Walser nelle pratiche letterarie: scrittura come passeggiata senza meta, cerimonia che celebra l’esperienza sfuggente».

Il tema del viaggio ha avuto in Sebaste un’evoluzione originale, che ha poi trovato compimento nel suo libro forse più noto, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza, 2008). In un sapiente gioco pascaliano tra stasi e movimento chiaramente indicato nel saggio Il cane morto uscito nel 1995 sull’«Unità» e poi inserito nel 2009 in Oggetti smarriti e altre apparizioni:

«Il fatto è che mi sembra più avventuroso stare fermi che viaggiare. Abitare, che vuol dire sempre abitare da qualche parte, è in fondo un viaggio condensato e intensivo, e penso che abitare qui, in questo o quel luogo, esposti alla vertigine della domanda “Perché qui, e non invece in un altro posto?”, sia l’avventura più intensa che ci possa capitare. Inoltre è già un perdersi. Un po’ perché siamo già tutti perduti, cioè tutti, in qualche modo, dei rifugiati politici, degli stranieri; un po’ perché lo straniero, come spiegava Georg Simmel, non è colui che arriva oggi e parte domani, ma colui che arriva oggi e che domani non parte; che resta indefinitamente, e arricchisce con la sua specifica modalità di relazione il luogo e i suoi abitatori».

Portata all’estremo, la panchina è il luogo straniero e familiare, dove si arriva, si sosta e dal quale non è più necessario partire, dove quindi paradossalmente si può abitare. Le panchine sono identitarie in ogni luogo e a ogni latitudine, a Parma, Roma, Parigi, Ginevra; nella realtà come nel cinema e nella letteratura. Nel loro ovunque lo «straniero» può trovare riposo, può «abitare».

L’imprevisto giunge però inatteso. C’è una perdita di patria che non è arginabile, per la quale non c’è nessun luogo in cui potere abitare. È la malattia. Per la quale ogni marmo si può frantumare. Si possono tentare volitive terapie provvisorie, come «scrivere dieci haiku al giorno per restare svegli». Ma giorno per giorno «qualcosa si disintegra e questo mi sta disintegrando a sua volta, e intanto sono lì a dire e a pensare che “non si fa così”, “parla piano”, “da questa parte”, “stai attenta”». Ma «con chi arrabbiarmi, sospirare, scandalizzarmi a volte con sguardo razionale, cioè terrorizzato, perbenista, ipocrita (l’understanding medio della normalità borghese), dei fallimenti miei e di colei con cui empatizzo?» (Una vita dolce, 2022, pp. 86-87).

Quell’intimo vissuto, registrato e confessato del diario dicembre 2018 – marzo 2020 diventa pubblico, «verità incarnata» di una «storia fitta di naufragi», un «continuo perderci sul tappetino di casa». Che in modo diverso prosegue e chiude quel bisogno di stringersi e unirsi fino quasi all’annullamento dell’identità personale a favore di una nuova maggiore identità che già era il programma annunciato nella prefazione dell’Ultimo buco nell’acqua, quando gli autori affermavano che il libro è composto di cerchi infiniti, «strati d’animo, che hanno reso possibile il nostro incontro, il nostro confondersi». Che è stato un ritrovarsi e un perdersi, in modi e tempi differenti, di parecchi amici, tra cui pure Gianni Celati.

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Nel 2004 Sebaste era tornato alla specialità giallistica della propria tesi di laurea con H. P. L’ultimo autista di Lady Diana (Quiritta; poi nel 2007 ripubblicato da Einaudi Stile Libero). È un successo inaspettato, che lo porta anche nella cinquina del premio Strega 2005. Di fronte «alla beatificazione degli altri», Sebaste prende la parte dell’«ubriacone imbottito di psicofarmaci, irresponsabilmente alla guida della Mercedes che trasportava la principessa». Via via che tutto si amplifica e il corpo dell’autista Henri Paul viene sequestrato dalle autorità per «perizie e controperizie legate alla costruzione narrativa di una verità ufficiale», Sebaste sente «simpatia» per la «sola figura interamente, banalmente umana di quella tragedia divenuta gioco mondiale di Tarocchi» (Einaudi, 2007, p. 9).

Libro civile e filosofico, come tutti i libri di Sebaste, dedicato «alla memoria del mio fraterno amico Giorgio Messori». Al termine della propria alternativa inchiesta Sebaste si chiede: «Ne sapevo di più? Ed era questo che avevo desiderato sapere? L’ultimo autista di Lady Diana innanzitutto non era un autista, e non era di Lady Diana». Davanti alle mille perduranti incertezze del caso, Sebaste conclude che «il problema non è mentire, così come la soluzione non è la verità. Il problema è come ci si sente. Siamo quello che di noi vedono gli altri, anche se sappiamo di essere altro. Ma non potendo descrivere la nostra esistenza, siamo condannati ad accettare le descrizioni degli altri – gli amici, quelli che ci riflettono» (pp. 254-255). Nei suoi quasi cinquant’anni di scrittura (dal Parco Lambro a poco fa) Sebaste ha tentato di «descrivere la propria esistenza» privilegiando le forme del racconto breve e del diario, ponendo in primo piano la «soggettività».

Secondo quest’ottica chiudo con il ritratto e l’omaggio a un altro amico decisivo di Sebaste, il fotografo Luigi Ghirri, «maestro del vedere e dell’abitare», al quale sono rivolti più testi in vari momenti della vita. Nell’edizione 2010 del Libro dei maestri Sebaste dedica un «rewind» alla mostra di Ghirri allestita dalla moglie Paola Borgonzoni per la quarta edizione del Festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia (maggio – giugno 2009). Si tratta dell’ultima fotografia scattata da Ghirri nelle campagne di Roncocesi, intitolata dallo stesso Sebaste Fino all’inizio del mondo. Così, con lucido affetto, la commenta Sebaste:

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L’ultima foto di Luigi Ghirri era un passo in più per ricominciare da capo a tradurre il mondo, anche nella sua assenza di forma. Sì, dopo l’esplorazione dello studio di Giorgio Morandi c’era il desiderio di tornare a casa, nell’intimità di un privato condiviso, per poi ritornare là fuori, disvelare nuovi modi di guardare il mondo, nel gesto liturgico di fotografare per ripulirlo, perdonarlo, benedirlo. Insomma abitarlo.

La sua ultima foto è un andarsene nella nebbia e nella cancellazione che dissolve anche il bordo dell’immagine rettangolare, si perde nel bianco della carta, nel mormorio del fuori campo, dissolvendo limiti e confini. Uno sparire luminoso, un sentiero di luce accanto e dentro la terra arata, scura e invernale, una via lattea che appartiene e pertiene alla terra madre – la terra, questa sì, mondializzata e mondiale, quella della decrescita e dell’ecologia, la terra dell’essere-umani-sulla-Terra. Sparire come viatico, viaggio iniziatico, semplice e leggero; viaggio nel futuro, nell’infinito, lieve come una canzone di Bob Dylan, come l’invito a non avere paura, andare, lasciarsi andare. Passi leggeri come nuvole.

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