III. Luisanney, cinque anni, in carcere

14 Aprile 2026

Alle sei del mattino, Chicago sembra paralizzata dal ghiaccio. Dan spinge forte sui pedali, indossa un passamontagna e due paia di guanti. Ha un’ora di tempo per raggiungere tre venditori ambulanti a Humboldt Park e comprare tutti i burritos e tamales del loro stand, così possono tornare a casa ed evitare le retate degli agenti federali anti-immigrazione. Poi senza nemmeno scendere dalla bici, distribuisce il cibo a persone in difficoltà o nei punti di raccolta preposti, come i “love fridge”, le dispense alimentari sempre accessibili che vengono mantenute e rifornite da volontari. Finito il giro, alle 8 puntuali inizia la giornata in ufficio: da un quartiere sotto assedio militare, in cui la gente viene sequestrata di ora in ora, a una prevedibile riunione di marketing su Zoom.

Dan è uno dei volontari di CyclingXSolidarity, un’iniziativa nata a Chicago che applica la pratica solidale del “buy out” alla rivolta civile innescata dal braccio armato di Donald Trump. “Lo scopo è arrivare prima dell’Ice. Non fermiamo i raid, ma possiamo ridurre il tempo in cui le persone sono esposte. E possiamo portare il cibo a chi si trincera in casa per paura”. Dice Alexis Rosales, una delle fondatrici di CxS insieme al marito Rick, che spiega: “È una forma di protezione della comunità. La necessità di dare una risposta sia fisica che emotiva allo sgomento quotidiano”. Il gruppo è molto eterogeneo: “Ognuno partecipa come meglio può e crede: chi dona, chi va in bici, chi organizza. Ognuno nel suo piccolo reagisce al senso di impotenza in modo concreto”.

Fanno parte dei gruppi di risposta rapida anche i volontari specializzati nello scortare i bambini a scuola. James, 65 anni, è nonno di Alex e ha “sangue scozzese, tedesco, polacco e irlandese”. Il cappellino da baseball non stride con il suo portamento signorile. Quando a settembre i primi suv senza targa dell’Ice hanno iniziato ad aggirarsi nel quartiere, sapeva che non si sarebbero fermati nemmeno davanti ai bambini. Alcuni erano stati presi di mira e usati come esche per arrivare ai genitori senza documenti in regola. L’istituto elementare in cui va suo nipote non poteva attivare la didattica da remoto e così, in accordo con la preside, James ha coinvolto amici e vicini per coprire i turni di inizio e fine scuola scortando i compagni di Alex potenzialmente a rischio. “Lo faccio soprattutto per mio nipote. Perché non debba vivere in un paese che nega il diritto allo studio e a un’infanzia sicura. Mai avrei pensato di vedere agenti del governo umiliare in questo modo la nostra comunità”.

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Lettera di Ender, una bambina di 12 anni del Venezuela che viveva a Austin, detenuta per 60 giorni nel carcere South Texas Family Residential Center, noto come Dilley Immigration Center, in Texas.
Pubblicato da ProPublica.org, 9 febbraio 2026, da M. Rosenberg, A. Donlan, S. Gordon e C.Yar.

Molte immagini della Minneapolis a ferro e fuoco in rivolta contro l’Ice hanno fatto il giro del mondo. Fra queste la fotografia di Liam Conejo Ramos, il bambino di cinque anni sequestrato dagli agenti, fuori da scuola, mentre indossava un berretto con le orecchie da coniglio e uno zainetto di Spider-Man. Nel giro di poche ore è stato deportato insieme al padre, un richiedente asilo proveniente dall’Ecuador, nella prigione per famiglie del Texas, a duemila chilometri lontano dalla madre. Dopo dieci giorni di intensa mobilitazione di media e attivisti, una sentenza della corte federale ne ha ordinato il rilascio e sono potuti tornare a casa. Decisiva è stata anche la campagna #Comics4Liam avviata da un collettivo di fumettisti a partire proprio dallo zainetto del supereroe. Non sono stati altrettanto fortunati gli altri 1300 detenuti, fra cui centinaia di bambini, del Family Residential Center di Dilley nel Texas meridionale, una struttura inaugurata da Obama nel 2014, chiusa da Biden e successivamente riaperta da Trump.

La separazione delle famiglie e il dislocamento dei minori getta un’ombra lugubre sotto il sole accecante di Texas e Arizona. Secondo una stima, fra il 2018 e il 2019, durante la politica “Zero Tolerance” della prima amministrazione Trump, sono stati separati dai genitori 5500 bambini e per 2000 di loro si sono perse le tracce. Ora le famiglie vengono divise non solo appena varcano il confine, ma anche nelle città in cui da anni fanno parte integrante del tessuto urbano. Nei primi dodici mesi del secondo mandato di Trump il numero di minori in custodia dell’Ice, inclusi neonati, è sestuplicato. Attualmente le persone detenute in attesa di rimpatrio forzato sono 70.000. Secondo attivisti e avvocati, le condizioni igienico-sanitarie nei centri detentivi sovraffollati sono “mostruose”.

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Manifestazione anti-Ice, Little Village, Chicago, gennaio 2026. Foto di Linda Birke, CC BY-SA 4.0.

Se le città sotto assedio sono diventate la scenografia perfetta della resistenza all’autoritarismo, nella provincia del Midwest – dove nemmeno l’Ice si addentra – la vita continua sui binari sonnolenti di una quotidianità indiscussa. Richard è un informatico di mezz’età di Princeton, Illinois: “Qui non arrivano agenti in massa, la gente da queste parti non prende posizione banalmente perché non è toccata dal problema. Certo le notizie arrivano, quello che sta facendo Trump non piace. Ma molti sono ancora arrabbiati con le politiche migratorie di Biden. La separazione delle famiglie fa parte della normalità della politica statunitense, c’era già ai tempi di Obama, il modo di fare di Trump è solo più spettacolare”. Il “tanto sono tutti uguali”, che asfalta la strada dell’accidia, si infrange contro l’evidenza di quella che è l’operazione di controllo dell’immigrazione più massiccia, spietata e anticostituzionale della storia americana.

Come in ogni regime che si rispetti, anche il controllo della dissidenza viene affinato. La sorveglianza avviene con avanzati software di riconoscimento facciali (non è un caso che il fatturato di Palantier, il colosso di big data fondato dal filo-trumpiano Peter Thiel, è balzato alle stelle proprio grazie ai contratti con Ice e Border Patrol). Viene monitorato pure l’uso dei social media e dei cellulari, tanto che industrie come Google e Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, hanno ricevuto mandati amministrativi che le sollecitano a consegnare i dati degli utenti che hanno criticato o contribuito a localizzare gli agenti Ice. Di pari passo con il parossismo autoritario dell’amministrazione Trump, si è sviluppato un attendismo opportunista e omertoso da parte di corporation, industrie tech e show business, con eccezioni rare e tardive.

Nel frattempo, le proteste successive all’uccisione di due cittadini statunitensi a Minneapolis hanno indotto il governo a sostituire Greg Bovino con Tom Homan, lo “zar del confine” considerato meno spietato (sempre che si possa considerare meno spietato l’ideatore delle separazioni familiari come deterrente per l’immigrazione). Specchiatasi in un drastico crollo del consenso, la vanità del Tycoon si è infine piegata ad accettare anche il ritiro degli agenti Ice dal Minnesota. Le operazioni anti-immigrazione continuano in altre città, ma intanto si avverte una cauta speranza di cambiamento.

Se agli industriali e al mondo dello spettacolo è mancato il coraggio di opporsi alla rovinosa deriva trumpiana, quel coraggio l’ha dimostrato proprio il deprecato popolo bue, che con azioni quotidiane – al tempo stesso ovvie ed eroiche nella loro naturalezza – ha spezzato la normalizzazione della violenza a cui ci stavamo rassegnando.

“There was a big high wall there that tried to stop me 
Sign was painted, said, ‘Private Property’ 
But on the back side, it didn’t say nothing 
This land was made for you and me”

Woody Guthrie

* Una breve parte di questo reportage è stata pubblicata sul giornale «Domani», 8 febbraio 2026.   

Leggi anche:
Linda Birke | I. L'America che soffre ma resiste
Linda Birke | II. Giù le mani da Chicago

Il disegno di copertina è opera di Luisanney Toloza, una bambina venezuelana di 5 anni entrata dal confine con il Messico e detenuta nel carcere South Texas Family Residential Center, noto come Dilley Immigration Center, in Texas. Pubblicato da ProPublica.org, 9 febbraio 2026, da M. Rosenberg, A. Donlan, S. Gordon e C.Yar.

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