Il cervello di Tommaso Labranca

8 Aprile 2023

Qualche anno fa, nella sala d’attesa di uno studio medico, mentre ingannavo il tempo navigando in rete dal mio smartphone, mi ero imbattuto nel sito web di Tommaso Labranca. “Strano”, pensai fra me e me, “credevo che lo avesse chiuso”. Ma ormai avevo imparato a conoscere Tommaso e sapevo che era un po’ come l’araba fenice: i suoi siti, i suoi post, corrispondevano al suo carattere e quindi alle sue rabbie, alle sue passioni, ai suoi mutamenti d’umore, in una sorta di work in progress autobiografico. Beninteso, niente pettegolezzi sui propri sentimenti o eventuali amori: da bravo lumbard, tutto ciò doveva rimanere rigorosamente e discrezionalmente in fuori campo. Piuttosto, descrizioni di una quotidianità minimale, che dovevano poi servire a mo’ di exemplum medievale a una conclusione spesso con l’amaro in bocca e dal valore (auto)didattico. 

Alcuni dei libri di Labranca hanno punteggiato la mia formazione. Mentre preparavo la tesi di laurea, avevo sottobraccio Andy Warhol era un coatto (Castelvecchi, 1994), cui fece seguito, anni dopo, la lettura di Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo dell’eleghanzia (Castelvecchi, 2002) e infine, durante una lunga degenza per un’asma di natura psicosomatica, Il piccolo isolazionista. Prolegomeni ad una metafisica delle periferie (Cooper Castelvecchi, 2006).

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Tommaso Labranca.

È dunque con gaudio che mi sono apprestato a leggere Labrancoteque (Gog, 2023), versione cartacea dell’egozine (ego + magazine) autoprodotta artigianalmente da Tommaso. Quattordici numeri in tutto nell’arco di un decennio, dai diversi colori (azzurro, arancione, verde, rosso, rosa, giallo zafferano, viola, verde, rosa shocking, nero, grigio, giallo fosforescente, celeste, fucsia), che ben rappresentano il pensiero labranchiano. Il quale non si riversa, in questo caso, solamente nella scrittura, ma anche nelle immagini, spesso sfocate, retinate, con dettagli in cui il soggetto antropomorfico conserva pari dignità della facciata di un edificio, di una strada – magari di periferia – verso il nulla. Dal punto di vista dei contenuti, Labrancoteque si riallaccia alla recente pubblicazione, curata sempre dal fedelissimo Luca Rossi, di Neve in agosto. Articoli alimentari 2003-2016. Vol. 2 (ventizeronovanta, 2021), anche perché alcuni articoli sono presenti in entrambe le pubblicazioni.

Come Alberto Savinio, che era così scontento delle enciclopedie da crearsi una sua Nuova enciclopedia per uso personale, così Labranca, sempre più insoddisfatto del “culturame” corrente, si costruisce una rivista on line a suo uso e consumo con immagini sbiadite di vecchie copertine di dischi, confezioni di Mochi, vecchi articoli da giornali o da sue fanzines e progetti, spesso effimeri e transitori, riesumati per incanto e scritti ex-novo che sarebbero magari poi tornati utili per futuri libri. Senza dimenticare le interviste a Tommaso stesso, realizzate da vari utenti (sconosciuti che bazzicavano il sito labranchiano, oppure conoscenti e amici), che si trasformavano spesso in piacevolissime conversazioni oppure in risposte laconiche con una rabbia mal trattenuta quando le domande erano troppo ottuse e urtavano la sua sensibilità. Ciò che esce da questo pastiche post-postmoderno è un mondo che non c’è più: il “mito” di Paola & Chiara (prontamente recuperato dal mainstream in chiave biecamente nostalgica, come si è visto all’ultimo Festival di Sanremo), le serate trascorse insieme ad Aldo Nove e a Tommaso Pellizzari, la trasmissione Kitchen di Andrea Pezzi, Gegia, gli anni Ottanta con la rivisitazione del “paninaresimo”. 

In definitiva, è un po’ come andarsi a rileggere la seconda parte di Chaltron Hescon. Fenomenologia del cialtronismo contemporaneo (Einaudi Stile libero, 1998), quando Tommaso, con l’entusiasmo e la generosità del momento, elogiava gli scrittori della “gioventù cannibale” (Ammanniti, Nove, Santacroce, Scarpa…). Ma erano gli anni in cui Labranca veniva remixato, in una sorta di esercizio poco riuscito di letteratura campionata, dagli stessi scrittori in Labranca Remix (Castelvecchi, 1996) o di quando, nel 1997, insieme a Garbo e ai “cannibali” creava l’effimero movimento del Nevroromanticismo.

Poi Tommaso litiga, si sente tradito. L’isolazionismo tanto vagheggiato diventa sempre più un dato reale. Un isolamento anche professionale, ben raccontato da Claudio Giunta in Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca (Il Mulino, 2020), e sintetizzato dallo stesso Labranca in alcune delle interviste presenti in Labrancoteque, nelle quali accusa quegli scrittori una volta amici di essersi dati tutti al mainstream, perché «al di fuori di quello non si resta stregati né si arriva a Cinecittà. Ora sono tutti cresciuti, sposati e con prole. Il tengo famiglia non risparmia nemmeno gli scrittori più trasgressivi» (p. 332). Ciò che stupisce, invece, è quando Labranca scrive delle sue passioni: la magnifica intervista a Walter Siti, il ritratto per niente edulcorato dell’amato Alberto Arbasino, il lungo saggio dedicato a Madonna e, soprattutto, quello sul décor nel cinema italiano. Un testo capace di mandare in prepensionamento forzato un’intera generazione di critici e studiosi di cinema, che per stile e per competenza si riallaccia al magnifico Progetto Elvira. Dissezionando “Il vedovo” (ventizeronovanta, 2013), dedicato al celebre film di Dino Risi con Alberto Sordi e Franca Valeri. 

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Come Walter Benjamin, Labranca si è illuso, magari solo per un attimo, che la riproducibilità tecnica avrebbe introdotto un cambiamento epocale. Se l’arte dei greci non poteva prescindere dalla durata, quella contemporanea è destinata all’usura, alla consunzione. Attraverso il cinema, la fotografia, ma anche la moda (e potremmo estendere alla musica pop, alla televisione, alla rete), le masse sarebbero finalmente in grado di controllare o perlomeno accedere all’arte senza alcuna auctoritas o controllo dall’alto. 

Al tempo stesso, come Andy Warhol e come gli Ultravox! di John Foxx, che cantavano I Want to be a Machine, Labranca aveva creduto e voluto credere nella tecnologia, magari desiderando essere un iPhone, un Macbook, per trovare un proprio “centro di gravità permanente” (l’amato/criticato Battiato docet). Di qui la necessità di catalogare e definire tutto, di creare formule ed equivalenze: in primis il trash, inteso unicamente come emulazione fallita di un modello originale, cercando così di superare e delimitare le teorie più generaliste di un Gillo Dorfles sul kitsch e sul cattivo gusto. 

Eppure, malgrado questa chiarezza mai banale e mai scontata, anche se dai contorni talvolta spietati, Labranca è stato frainteso e travisato non solo dai suoi detrattori, ma anche e soprattutto dai suoi ammiratori e seguaci. Un tradimento intellettuale, prima ancora che umano. Da qui l’isolamento, con le minute descrizioni di una quotidianità sempre più spicciola e a tratti ingiustamente miserabile; ma anche la potenza di una scrittura che diviene sempre più disperatamente analitica. Il saggio Cinédécor è un esempio eloquente di come il metodo labranchiano, che parte dalle ambientazioni dei film italiani per raccontare i mutamenti economico-culturali del nostro Paese, trovi delle curiose e inedite assonanze con la visione tutta pragmatica e antidealistica di un Vittorio Spinazzola, basata sul rapporto tra pubblico e consumi culturali, siano essi cinematografici o letterari. 

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A proposito di quest’ultimo saggio, occorre rilevare la sola nota di demerito per questa pur lodevolissima operazione editoriale. A parte il numero elevato di refusi, il testo in questione si presenta amputato verso la conclusione di un intero brano, dedicato a Il lavoro, l’episodio viscontiano del film collettivo Boccaccio 70, con il risultato di rendere il tutto abbastanza incomprensibile; né aiuta la pressoché totale assenza di apparati che possano spiegare e inquadrare l’intera iniziativa. 

C’è ancora molto da fare, insomma, in quest’impresa di riscoperta, per strappare all’oblio quello che, parafrasando Bianciardi, possiamo chiamare il lavoro intellettuale di Tommaso Labranca. Magari rendendo pubblico – come scrive Luca Rossi nella toccante prefazione, Il mese più crudele, al citato Neve in agosto – quello che rimane del suo “cervello”, «fatto di pochi megabyte dispersi in rete. Opere che ha reso pubbliche, file e siti internet periodicamente cancellati», e che già qualche volenteroso “cercatore di tartufi” come Gabriele Marino ha rimesso in rete. L’auspicio è che magari, in sinergia con Rossi, si riesca a farne una selezionata antologia cartacea. 

Da parte mia, rimane nei confronti di Labranca il forte rimpianto di avergli scritto troppo poco. Per soggezione, per paura di sbagliare qualche congiuntivo o qualche virgola di troppo: in fondo, rimango un modesto lettore che talvolta ha la (s)ventura di scrivere. Quando invece bastava un semplice: «Tommaso ti conosco pochissimo, ma ti voglio bene. Grazie, perché esisti».

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