Uguaglianza diseguale

24 Settembre 2026

«Tutti gli uomini sono stati creati uguali» sono le parole che formano il preambolo della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, redatta da Thomas Jefferson nel 1776. Ci credettero loro, ci abbiamo creduto e ci crediamo noi, anzi, intendiamo l’eguaglianza come un principio scontato, pulito, universale, come la democrazia, come i diritti umani. Poi si legge questo libro (D.M. McMahon, Uguaglianza. Storia di un’idea sfuggente, DeriveApprodi 2026), bello, serio, importante, pieno di informazioni e di idee, e se ne esce in qualche misura sconcertati. Ma come, l’eguaglianza (preferisco scriverla così, in ossequio alla Treccani che mi dice che eguaglianza «è lo stesso che uguaglianza, di cui è meno comune nel significato generico e matematico, ma abbastanza comune nel significato politico-sociale», che è poi quello del quale qui ci si occupa), l’eguaglianza, dicevo, non è sempre stata e non è un valore incondizionato, un ideale cui tendere, un concetto univoco sul quale tutti concordano e che tutti noi egualitaristi, appunto, cerchiamo di promuovere?, storico americano classe 1965, che scrive da storico, non da sociologo, economista o filosofo, ci pone davanti una serie di dubbi, nodi, domande e problemi di non facile soluzione.

Ma cominciamo con una descrizione/riassunto di questo saggio, ben scritto in lingua originale, meno nella traduzione, e non sottoposto a una seria cura editoriale.

Undici capitoli

Il contenuto è distribuito in undici capitoli disposti in ordine cronologico, preceduti e seguiti da una introduzione e una conclusione, che rispettivamente anticipano i concetti teorici e aprono un varco alle prospettive future dell’eguaglianza.

Si va dai primi gruppi sociali dei nostri antenati all’analisi della schiavitù e del patriarcato – McMahon mai dimentica lo sguardo di gender essendo ben consapevole che quando si parla di eguaglianza degli uomini le donne per lo più non sono comprese – alle posizioni dei popoli cacciatori e agricoltori, sui quali torneremo. Si guarda all’eguaglianza nell’«età assiale» (Karl Jaspers), quando nacquero, nella più bella diseguaglianza, le principali tradizioni religiose e filosofiche del mondo; presso i Greci e i Romani, e poi nei filosofi stoici e nel cristianesimo primitivo e ancora medievale, dove si apre una interessante discussione sul rapporto tra l’eguaglianza, il peccato e la grazia; per i Rivoluzionari Americani e i Rivoluzionari Francesi, generosi nell’applicare il principio egualitario a loro stessi, meno alle donne, agli schiavi neri e ai popoli delle colonie; per il marxismo, rispetto al quale McMahon mette in chiaro che l’eguaglianza non fu né l’intenzione né l’obiettivo primario dei suoi fondatori, condizione riservata alla lotta di classe («dovremmo diffidare dal dare per scontato che l’eguaglianza sia sbocciata grazie al marxismo», pp.318-319); per i movimenti delle destre primonovecentesche che predicavano sì l’eguaglianza, ma per il proprio stesso popolo (Volk) in concordanza con la dottrina della diseguaglianza tra i popoli che esclude categoricamente persone di altro colore o etnìa (nihil sub sole novi, se si pensa agli eredi di quelle dottrine, in Italia, in Germania e in ogni luogo); e poi le dottrine dell’uguaglianza quale virtù sovrana che si affermano contemporaneamente all’aumento crescente e massiccio delle disuguaglianze a partire dagli anni ‘80 del Novecento fino all’attuale «paradigma della diseguaglianza».

I motivi del libro e l’ambivalenza dell’eguaglianza

Volendo enucleare motivi e immagini di questa lunga storia ci si accorge che l’eguaglianza, come principio e come azione, è molto più antica, malleabile e sfuggente di quanto appaia. Soprattutto, ci si rende conto della sua fondamentale ambivalenza: la vogliamo e non la vogliamo. La vogliamo per «noi» ma non la vogliamo per «loro», forse non tutti ma molti. A questo punto appare più chiara la tesi centrale del libro, che dice che «non solamente la concezione dell’eguaglianza è compatibile con la gerarchia e l’esclusione, ma spesso ne costituisce la base stessa, rafforzandola e consolidandola». Il che significa che eguaglianza e diseguaglianza, esclusione e inclusione sono sempre fortemente intrecciate, che le rivendicazioni di eguaglianza non soltanto sono coerenti con la diseguaglianza e la differenza, ma richiedono proprio diseguaglianze, differenze, esclusione. Gli esclusi comunque non sono sempre gli stessi, anche se alcuni gruppi, come le donne (quelle che più hanno sofferto e soffrono dell’oppressione sistematica, vedi il dominio dell’uomo sulla donna sancito dal Dio biblico nel Giardino dell’Eden), i poveri, le persone di colore, tendono a trovarsi tra questi in maniera inquietante.

L’eguaglianza insomma viene qui presentata in una luce insolita, che genera un effetto straniante, rendendo strano ciò che sembrava familiare, quasi una Verfremdung brechtiana, un perturbante dell’ordinario à la Stanley Cavell, una strategia defamiliarizzante di Carlo Ginzburg: non più l’eguaglianza come destinazione ambita, quasi legge naturale della storia, ma «per quella creazione storica contingente che è». Vediamo che eguaglianza va insieme a esclusione nel mondo Greco, nel mondo Romano, nel mondo cristiano – dove si è uguali davanti a Dio e «in Cristo», ma fuori di lì si resta padrone e schiavo, marito padrone e moglie sottomessa; nel caso dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, patriarchi che stringono un contratto sociale, che è anche un contratto sessuale, tra maschi «fratelli» e via così fino a quel terribile nome dell’enciclica papale del 2020, Fratelli tutti, in un crescente bisogno di eguaglianza per l’uguale e di diseguaglianza per l’Altro, il diverso.

i

Prima di andare a concludere con le questioni attuali e una modesta proposta egualitarista che viene dal passato remoto, vorrei menzionare un libro italiano del 2012 del politologo Vittorio Emanuele Parsi, che preannunciava alcuni problemi di «regressione» dell’eguaglianza negli anni a venire, rimanendo tuttavia nel paradigma positivo dell’eguaglianza virtù sovrana, liberatoria e democratica.

Cronaca di una morte annunciata

Mi riferisco a La fine dell'uguaglianza. Come la crisi economica sta distruggendo il primo valore della nostra democrazia (Mondadori, 2012). In quel saggio Parsi metteva in rilievo principalmente due aspetti: da una parte, il fatto che la nostra modernità politica è fondata proprio sull’eguaglianza come rifiuto dei privilegi, abbattuti grazie all'azione congiunta di democrazia e mercato; dall'altra, la constatazione che da alcuni anni a questa parte il pendolo si è spostato dalla direzione dell’eguaglianza a quella dei privilegi a causa dell'alterarsi della relazione tra mercato e democrazia; il loro compito sarebbe invece quello di «spronarsi» a vicenda, il primo con la sua intraprendenza e creatività, la seconda con la sua tendenza all'eguaglianza, giacché «il mercato allevia e corregge i difetti e gli eccessi della democrazia esattamente come la democrazia allevia e corregge i difetti e gli eccessi del mercato». Basandosi su argomenti teorici come su dati empirici, Parsi mostra come la società degli uguali in nome della quale abbiamo più o meno vissuto negli ultimi secoli, e sempre di più negli ultimi decenni, stia compiendo un’inversione di rotta che la conduce verso una nuova/vecchia società di privilegi: vecchia perché ricalca in parte la società di ancien régime, riproducendone i meccanismi che impedivano l'innalzamento di chi proveniva dalle classi più svantaggiate; nuova perché lo fa con modalità tutte sue e all'interno di un panorama geopolitico non più centrato sul cosiddetto Occidente bensì aperto agli apporti dei paesi emergenti come Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, il «BRICS».

Se oggi ci avviamo verso una nuova diseguaglianza – afferma Parsi – è perché il mercato, da regolatore di libertà e diritti quale era alle origini di questa storia, è diventato un unico grande dittatore che agisce senza controllo governativo, senza l'impiccio dei sindacati, senza preoccuparsi del destino dei lavoratori e di coloro che lavoratori non riescono nemmeno a diventarlo. Occorre dunque, ribadisce, «presidiare concettualmente il terreno dell'uguaglianza» nel discorso politico come nella prassi; occorre pensare e agire con lungimiranza, facendo in modo cioè che le falle non si aprano, non correndo a rabberciarle una volta spalancatesi. Mantenere in equilibrio le ragioni della democrazia e quelle del mercato, ecco la ricetta per ridurre la diseguaglianza e riportare l'eguaglianza al suo ruolo di «virtú sovrana».

Egualitarismo feroce

Laddove parla dei popoli cacciatori-raccoglitori vissuti circa 300.000 anni fa, McMahon introduce il fenomeno definito dagli antropologi del «feroce egualitarismo» di tali società. In esse gli individui arrivisti e vanagloriosi, fieri del loro presunto merito, quando tentano di porsi al di sopra degli altri e di accaparrarsi maggior quantità di carne e prestigio, vengono allontanati dal gruppo con misure più o meno garbate. Insomma, chi per aver ucciso molta selvaggina finisce per considerarsi un capo o un uomo importante e a ritenere gli altri peggiori e inferiori a lui, viene apertamente deriso e denigrato. Si tratta di un meccanismo di forte pressione sociale che limita vanagloria e arroganza. Ne deriva un’ampia eguaglianza materiale dei membri, garantita da meccanismi di livellamento progettati, udite udite, per prevenire l’emergere di individui dominanti (pp. 25-26, leggete leggete). Se questi falliscono, lo stesso egualitarismo feroce prevede misure estreme quali l’ostracismo, l’esilio e, come ultima risorsa, l’omicidio. A me vengono dei pensieri cattivi, cattivissimi, eppure a pensare male, si dice, si fa peccato ma ci s’azzecca...

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).