Hannah Arendt, due biografie
Arendtmania
Scriveva Renzo Zorzi nella splendida introduzione al volume Sulla rivoluzione di Hannah Arendt, uscito in inglese nel 1963 e nel 1983 in traduzione italiana per le edizioni di Comunità: «Si tratta di un autore (sic) che ha avuto in Italia così scarsa risonanza (corsivo mio), forse per la sua sostanziale distanza dal pensiero marxista in anni in cui esso monopolizzava... discussioni e interessi, o perché non si era mai fatta illusioni sull’”umanesimo” di Stalin etc.». Se potesse guardarsi intorno oggi Zorzi faticherebbe a riconoscere il panorama politico-culturale, da allora sostanzialmente mutato. In Italia, e ancor di più al di fuori, la risonanza del personaggio è addirittura assordante. Da tre decenni almeno Hannah Arendt è considerata «la pensatrice del momento», una figura attuale, contemporanea. Assistiamo a una vera e propria «Arendtmania»: la bibliografia su Arendt si arricchisce esponenzialmente di sempre nuovi articoli, saggi, volumi, corrispondenze, edizioni critiche. Si moltiplicano i convegni, i numeri di rivista, le mostre e le esposizioni a lei dedicati, proliferano citazioni e riferimenti, si ripescano e si pubblicano scritti d’occasione, le si dedicano film, romanzi e graphic novel. Dai primi giorni di gennaio persino un corso on-line di quattro settimane a modico prezzo della “Zeit-Akademie”, in cui Hannah Arendt è presentata nei dialoghi tra il filosofo Wolfram Heilenberger e Thomas Meyer, l’autore della biografia della quale tra poco darò conto. Il rinnovato interesse che ha trasformato Hannah Arendt in un’icona non accenna a diminuire, mentre sbiadisce l’interesse per il suo maestro, il suo riferimento filosofico di una vita, colui dal quale imparò a pensare, Martin Heidegger.
Il sociale e il politico, i neri e le donne
Forse questo successo, questo boom, questa mania di Arendt si deve al calo di prestigio del pensiero marxista e all’ingresso di interpretazioni di tipo liberal-egualitarista à la Rawls; forse al riconoscimento del suo approccio non ortodosso, che trascende i confini interdisciplinari, e soprattutto non è condizionato da ideologie di alcun genere. Un approccio ragionevole, sofisticato, per quanto non esente da critiche. L’esposizione al pubblico di Arendt, iniziata nel 1951 con la pubblicazione dell’opus magnum Le origini del totalitarismo non si è mai chiusa e spesso Arendt fu oggetto, oltre che di lodi e riconoscimenti, di critiche aspre se non feroci. Eppure, nonostante le ambivalenze, il suo pensiero e le sue analisi incontrarono una notevole risonanza accademica e un grande interesse pubblico, con il crescendo fortissimo degli ultimi decenni. Le sue considerazioni avevano affrontato le esperienze del sec. XX, soprattutto l’erosione dell’ordine liberal-democratico nel periodo tra le due guerre e l’avvento dei totalitarismi; lo sguardo che le si rivolge oggi invoca sostegno e chiede argomenti per comprendere l’attuale erosione dell’ordine democratico e dello stato di diritto, con l’astensionismo dei votanti e l’apatia e la pochezza dei governanti, la crisi della democrazia, l’ascesa vertiginosa della disuguaglianza sociale ed economica. E questo malgrado la sua posizione radicale, di per sé criticabile, sul fatto che il sociale non abbia nulla che cercare nell’ambito del politico; lo dimostrarono, secondo Arendt, il trionfo della Rivoluzione Americana e il fallimento delle rivoluzioni Francese e Bolscevica, che invece incorporarono i fattori economici e la sofferenza sociale. La ragion d’essere della politica è infatti secondo Arendt esclusivamente la libertà, e il suo compito è creare situazioni che aprano o allarghino lo spazio della libertà, non occuparsi del bisogno.
La priorità della libertà nella politica fu forse anche il fattore che la rese cieca di fronte al razzismo americano contro i neri nonché all’oppressione delle donne, verso le quali non mostrò mai una sincera solidarietà; e che la portò invece a dare sempre priorità alla questione ebraica, tematica che tra poco riprenderò.
Arendt, Meyer e la questione ebraica
La questione ebraica, i problemi di emancipazione degli ebrei, la sua attività e le sue esperienze con le organizzazioni ebraiche del periodo trascorso in esilio a Parigi tra il 1934 e il 1940 nonché il suo impegno, quando viveva ormai negli USA, a adoperarsi nell’ambito della Jewish Cultural Reconstruction sono al centro della biografia di Arendt scritta da Thomas Meyer, pubblicata nel 2023 presso Piper in Germania e da Feltrinelli nel 2025 in traduzione italiana.
Siamo nell’ordine delle 500 pagine, che è la misura delle tre opere recenti su Arendt sulle quali desidero concentrarmi, tutte di lingua tedesca, due tradotte in lingua italiana, una no (non ancora?). Nell’ordine, e direttamente nell’edizione italiana per le prime due: Thomas Meyer, Hannah Arendt. Una vita filosofica, Milano, Feltrinelli, 2025 tr. di Federico Zaniboni e Hildegard E. Keller. Quel che sembriamo. Romanzo. Milano, Guanda, 2023, tr. di Silvia Albesano; Grit Straßenberger, Die Denkerin. Hannah Arendt und ihr Jahrhundert [La pensatrice. Hannah Arendt e il suo secolo], München, C.H. Beck, 2025. Una biografia, un romanzo, una biografia/trattato.

Riprendo la centralità della questione ebraica nella dettagliatissima biografia di Meyer, autodichiarantesi la biografia definitiva in quanto basata su documenti di archivio. Le esperienze compiute da Arendt nel corso di più di vent’anni in Francia e negli Stati Uniti in seno ad attività legate all’ebraismo, in particolare all’invio di ragazzi ebrei in Palestina per imparare una professione influenzarono in modo decisivo – è la tesi di Meyer – la sua attività e il suo pensiero che scaturiva sempre dall’esperienza e dall’azione. Il risultato è che da questa biografia Hannah Arendt non emerge come filosofa politica universale, bensì come saggista, docente e pubblicista che pensava, parlava, scriveva in qualità di ebrea (laica se non atea) e avendo sempre in mente la questione ebraica. Per me è stato uno choc – per usare un termine dell’amico di Arendt, W. Benjamin – un colpo. Per me che fino a questo momento l’avevo percepita come una pensatrice, una filosofa universale, una teorica politica che poi era anche ebrea e aveva capito di esserlo. Forse ha ragione Meyer e io devo rivedere tutta la mia impostazione. La posizione indifferente di Arendt nei confronti degli studenti neri cui venne impedito l’ingresso alla Little Rock Central High School in Arkansas, dal momento che non riteneva che le questioni scolastiche ed educative rientrassero nell’ambito dei diritti umani fondamentali, come pure l’indifferenza nei confronti dell’oppressione delle donne, e invece l’appassionata presa di posizione sull’antisemitismo sembrano, come già ho rimarcato, militare in primo luogo in quella direzione. La direzione di una Arendt in primo luogo ebrea perché era stata un’emigrante, aveva conosciuto l’esilio, era stata impegnata in organizzazioni ebraiche e rinchiusa in un campo di internamento. Il che è tutto vero, intendiamoci, ma finisce per soffocare il suo pensiero, per ingabbiarlo entro balaustre, invece di vederlo volare e slanciarsi oltre le balaustre per diventare pensare universale, che è quello che succede ai grandi pensatori da qualunque punto si involino. O forse questo vale per chi, come me, ha maggiormente studiato, apprezzato e amato gli scritti filosofici, Vita activa. La condizione umana, o il meraviglioso benché incompiuto La vita della mente.
Una donna fragile e offesa dalla vita
Lasciamo questa biografia permeata dall’idea di base secondo la quale «le esperienze arendtiane si materializzarono e trovarono espressione attraverso di lei in molti modi diversi, prendendo forma e, letteralmente, la parola» (p. 255). Lasciamo questa raffigurazione di pensatrice la cui figura sarebbe coincisa così puntualmente con l’esperienza, questa persona che non conosceva il dubbio, non facente parte – scrive Meyer – del suo patrimonio stilistico perché Arendt non dubitava ma spiegava, indicava, deduceva, sempre con decisione. Lasciamo questa donna che sarebbe stata calcolatrice fino all’opportunismo, genio dell’amicizia o almeno delle relazioni sociali con i più bei nomi del mondo culturale europeo e nordamericano, sull’onda di un particolare brevemente e maldestramente segnalato da Meyer: le vacanze estive in Svizzera.
Siamo in Canton Ticino, a Tegna, un paesino minuscolo nella cui prossimità si trova un ponte da cui si poteva e si può guardare in giù l’orrido del fiume Maggia, una gola di pietra che scende sul greto di quello che è poco più di un torrente costellato da massi bianchi che sembrano le sculture di Moore nel campus universitario di Princeton. Colà si recò per sette estati Hannah Arendt, per trovare verde, quiete, concentrazione, e anche la cordialità della padrona, e la possibilità di incontrare altri ex emigrati. Non in una casa di villeggiatura, come si legge nella traduzione ma in una pensioncina che si chiamava Casa Barbaté, che c’è ancora (trasformata in Hotel de Charme). Arendt prendeva un aereo da New York a Zurigo, poi un treno locale per Locarno, affumicando il vagone fumatori con l’eterna sigaretta (sul suo rapporto col fumo da leggere qui il bell’articolo La sigaretta di Hannah Arendt, di Nicole Janigro); alla stazione di Locarno veniva a prenderla un autista che la portava all’alberghetto con i bagagli (immagino gravosi: la carta pesa!). Così inizia il romanzo di Hildegard E. Keller, Quel che sembriamo, del 2012, tradotto e pubblicato da Guanda nel 2023. Su Doppiozero ne ha scritto mirabilmente Annalisa Ambrosio (Hannah Arendt e quel che sembriamo) e io non voglio certo sovrappormi a quel testo quanto aggiungere qualcosa. Valga come introduzione alla lettura l’articolo pubblicato il 4 dicembre 2025, a cinquant’anni dalla morte di Arendt, dalla stessa Keller in «Storia delle donne», vol. 21 (2025).

Qui non è l’icona ma la persona a essere tratteggiata, non la Arendt risoluta, sicura e priva di dubbi che parla in tedesco con voce mascolina nella famosa trasmissione televisiva del 1964 dove sia lei sia il giornalista intervistante riempirono di fumo il locale; piuttosto la donna privata, vitale quanto fragile e offesa dalla vita. Una donna che da Tegna, fulcro del romanzo di Keller, anch’ella svizzera, torna con il pensiero agli anni ‘40 e fino agli anni ‘60, a New York, Francoforte, Gerusalemme, Roma, ripensando agli amici e agli eventi della sua vita, una vita romanzata in cui personaggi reali si alternano a figure fittizie e dove i dialoghi permettono di inserire dettagli minuziosi e vividi. Non ripercorrerò i punti chiave del romanzo, il confronto con il criminale nazista Adolf Eichmann che darà luogo a La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme; la relazione di Arendt con la Svizzera, non soltanto Tegna ma Zurigo (e la banca svizzera sulla quale si faceva pagare) e soprattutto Basilea per reincontrare la coppia Jaspers; e infine il grande amore per la letteratura e per la poesia, della quale pure Arendt si dilettava. Keller ha inoltre di recente illustrato un racconto di Arendt, che si aggiunge alla bibliografia.
Per tornare a Quel che sembriamo (verso di una poesia di Arendt) certo, molto è inventato, ma la forma romanzo prevede queste libertà. Anche io ne ho colta una, l’analogia tra la verità e la panchina (entrambe sono lì per tutti ma nessuno può portarsene a casa una), proponendola come titolo per il mio intervento al Festival di Filosofia di Modena del 2023: La verità è una panchina. E pur sapendo che erano parole non di Arendt ma di Keller, quale è stato il mio stupore nel vedere recentissimamente, in una fotografia d’epoca, Hannah Arendt già anzianotta seduta su una panchina a New York, come se stesse pensando alla verità!
La pensatrice
La foto, e così passo al terzo testo di questa concisa rassegna, viene da un’ultima, recente biografia di Hannah Arendt, le oltre 500 pagine di La pensatrice di Grit Straßenberger. Anche questo ponderoso saggio si legge con piacere, come la vita romanzata di Keller, e anch’esso non mette davanti in primo luogo una donna ebrea plasmata, dopo l’infatuazione quasi infantile per la filosofia, dalla questione ebraica, ma presenta un pensiero di valore universale, ampio, spazioso, senza balaustre. La biografia di Straßenberger si appoggia non soltanto sulle opere di Arendt bensì – e questa è la sua caratteristica principale – sulle storie che di lei venivano raccontate, sui ricordi di amici, colleghi e allievi; sulle corrispondenze, oltre che con amici e amiche, con editori, fondazioni, organizzatori di convegni. L’immagine che ne risulta è quella che Arendt voleva dare di sé: una pensatrice politica che viveva e discuteva nelle relazioni amicali. Era l’amicizia il suo elisir di vita e insieme la modalità del suo pensare politico, al di là dei confini disciplinari, e del suo sottrarsi all’aderire a ideologie. La rete di relazioni è il principio su cui si edifica la biografia di Srtaßenberger, insieme all’amore di Arendt per la poesia e la letteratura, il pensiero e le lingue dei classici greci e latini, il pendolarismo tra due mondi, America e Europa. Veniamo anche a sapere che misurava 1 metro e 65-67 ed era terribilmente stonata, e che nei confronti dell’inglese americano nella quale le toccò di parlare e scrivere non aveva mai perso le distanze. E poi, l’inizio del pensare all’inizio, probabilmente già intuito nella tesi di dottorato su Agostino, a quell’inizio garantito da ogni nascita di ogni essere umano. Un’intuizione filosofica, l’arché dei Greci, in mezzo a una metamorfosi della filosofa di una volta in storica e scienziata della politica, con la pubblicazione nel 1951 di Le origini del totalitarismo, l’opus magnum che le diede celebrità e dopo il quale iniziò i viaggi in Europa, non viaggi brevi in occasione di un congresso ma viaggi che duravan mesi, dai cinque del primo agli almeno due dei successivi.
Non avevamo mai capito quanto fossero lunghe, e significative, quelle assenze dal continente americano, quanto fossero più importanti della presenza costante del marito – figli non ce n’erano che potessero trattenerla – così importanti da farle respingere le offerte di posti di lavoro fisso, che le avrebbero impedito quelle assenze. Eppure sosteneva di scartare definitivamente il ritorno. Vagheggiò anche di trasferirsi a Tegna sulle rive elvetiche del Lago Maggiore, ma abbandonò l’idea dopo la morte di Blücher. Perché non volle mai tornare, anche se le restava la lingua, come disse nella famosa intervista in mezzo al fumo? Con chi parlava tedesco, da quando Blücher non era più con lei, se non per pensare con se stessa? Nessuna biografia è mai riuscita a dirlo: che fosse inerzia, stanchezza, paura di dover ricominciare da capo, non ci credo. Aspetto sempre che qualcuno lo capisca e lo scriva.
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