Il metodo Bernd & Hilla Becher

6 Maggio 2026

Siegen è una città tedesca della Renania, nella Germania dell’ovest, conosciuta soprattutto per la secolare tradizione mineraria, specialmente legata all’estrazione del ferro. Qui nacque Bernd Becher (1931 – 2007), promettente grafico e ottimo artista visivo, interessato proprio alla rappresentazione dell’architettura industriale così presente e caratterizzante della sua città natale. Figlio di una famiglia di minatori, infatti, per Bernd illustrare gli edifici che hanno dato il volto alle proprie radici significava salvarne la presenza in vista delle imminenti demolizioni che dagli anni Sessanta in poi rasero al suolo molti di quei monumenti al lavoro in vista di una massiva riprogettazione urbana e trasformazione del sistema industriale.

Alla fotografia, Bernd arrivò successivamente, grazie a Hiltrud Helga Anna Wobeser, detta Hilla (1934 – 2015), fotografa attiva dagli anni Cinquanta e che avrebbe conosciuto nel 1957, mentre entrambi lavoravano per l’agenzia pubblicitaria Troost di Düsseldorf, come grafico lui, come fotografa lei.

“Bernd & Hilla Becher. History of a Method”, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel, è la prima grande retrospettiva europea dedicata ai due autori e che la Fondazione MAST di Bologna ospiterà fino al 27 settembre 2026.

La grandiosa opera di mappatura, catalogazione e salvataggio visivo dell’architettura industriale non soltanto tedesca, ma anche europea, statunitense e canadese, che coinvolse i coniugi Becher per quasi quattro decenni, nasce dunque dall’incrocio di una serie di necessità personali e tecniche: trovare un modo più veloce del disegno per illustrare gli edifici in procinto di demolizione, archiviare e dare forma al significato di un’architettura in grado di plasmare la storia di una città e il corso di una famiglia, raccontare infine il termine di un’epoca pronta a dismettere e abbandonare i colossi di cemento cui destinò il maggior impegno produttivo nel corso di tutta la grande rivoluzione industriale europea.

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Il momento in cui Bernd e Hilla Becher decisero di dare alla propria attività quest’unica direzione fu dunque un tempo di svolta storica profonda. I due impegnarono tutti i propri giorni nell’organizzazione dei viaggi, nell’acquisto dell’attrezzatura più consona – la macchina fotografica 35mm da subito risultò estremamente limitata per il tipo di immagini che i coniugi ricercavano, e venne sostituita appena possibile da un banco ottico Linhof – e nell’insegnamento, da cui nacquero i noti epigoni della Scuola di Düsseldorf, alcuni dei quali anche omaggiati nella mostra a Bologna: Thomas Struth, Thomas Ruff, Andreas Gursky, Tata Ronkholz.

Hilla, infatti, tra il 1972 e il 1973 è visiting professor di grafica all’Accademia di Belle Arti di Amburgo, mentre Bernd nel 1976 ottiene una cattedra all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, dove insegnò fino al 1996.

La mostra, che raccoglie più di 350 immagini originali in bianco e nero, numeroso materiale d’archivio di approfondimento (disegni, libri, poster), e due filmati di documentazione sul lavoro dei Becher, è divisa in dieci sezioni: Paesaggi Industriali; Impianti Industriali: la miniera di carbone Ewald Fortsetzung; Un oggetto, diversi punti di vista (svolgimento); Tipologie; Case; Un oggetto in varie forme di rappresentazione: le case a graticcio; Sculture anonime; Pubblicazioni e altri materiali stampati; Bernd Becher: prime opere; Hilla Becher: prime opere.

Il cuore del lavoro dei Becher è la serialità, l’identica modalità di rappresentazione della declinazione di un’unica tipologia di soggetto. L’”altoforno” sono le decine di altiforni fotografati nelle diverse aree battute dai fotografi; miracolosamente visti sempre in una stessa condizione luministica senza ombre, col cielo sgombro ma mai troppo chiaro. La differenziazione dell’identico sembra essersi palesata tutta nello stesso giorno, nella stessa ora, di fronte allo sguardo dei Becher, abituati invece a rincorrere l’inquadratura perfetta arrampicandosi sugli stabilimenti di fronte a quello da ritrarre, a tagliare alberi che disturbavano la visuale e ad aspettare affinché il proprio rigore, la grande neutralità che imprimevano alle proprie vedute, si potessero infine applicare.

Guardando le grandi quadrerie in mostra in cui cisterne, case, tralicci si dispiegano come in una grande foto di gruppo scolastica, sappiamo che dentro l’impassibilità tecnica della fotografia, l’assenza totale di coinvolgimento soggettivo dei due autori, l’apparente latenza di un messaggio in favore del solo scopo formale dell’immagine, l’applicazione ossessiva del metodo, in verità è celata la svolta storica della fotografia industriale stessa.

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Come spiega anche il curatore Urs Stahel, l’epoca in cui, per esigenze diverse, iniziarono a fotografare i Becher, fu non soltanto l’epoca della dismissione e dello smantellamento di interi complessi industriali, ma anche del conseguente ridimensionamento di interi apparati professionali legati alla fotografia: non ci fu più bisogno di fotografia pubblicitaria, di documentazione delle attività, di ritratti di direttori e dipendenti aziendali. Dentro ognuna delle immagini dei Becher, è in verità racchiuso un mondo in procinto di crollare: le architetture fotografate dai coniugi condividono con i mausolei la medesima stabilità ieratica, il medesimo intento contenitore di una storia intera proiettata verso la propria fine.

Credo che la sintesi più bella sulla portata iconica del lavoro dei Becher sia stata scritta da Thierry de Duve nel suo testo introduttivo al libro Bernd e Hilla Becher. Grundformen (Ed. Schirmer Mosel): “le immagini dei Becher si definirebbero come puri documenti, se qualcosa non lo impedisse. [...] portano in sé una quantità talmente grossa di sentimento smorzato, di malinconia senza nostalgia, di dolore storico, di lotta di classe [...], di conoscenza, di dignità, di corsa contro il tempo, di rispetto per le cose, di umiltà, di modesto indietreggiamento, che io ho solo una cosa da dire: è senz’altro grande arte” (trad.mia).

Talmente vicini alla pratica dell’inventario, talmente conformi a un metodo senza sbavature, da dar vita a un’immensa partitura fondata su pochissime note, quasi un ritorno alla monodia gregoriana in cui tutte le voci si uniscono in un’unica vertiginosa melodia.

Il piano su cui hanno operato i Becher resta comunque strettamente legato all’immanenza, alla storia e alla Storia umane: nel solco di altri grandi autori che li precedettero, August Sander (Antlitz der Zeit) in primis, ma anche Karl Blossfeldt (Urformen der Kunst) e Helmar Lerski (Köpfe des Alltags), la Nuova Oggettività fu il lemma con cui la fotografia, dagli anni Venti fino ai Becher e oltre, guardò il mondo abbandonando ogni accessorio visivo superfluo, e ogni abbellimento pittorialista, in favore della visione diretta delle cose, canale privilegiato di scoperta e conoscenza.

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Il Leone d’Oro per la scultura assegnato ai Becher in occasione della 44a Biennale di Venezia del 1990 ha un significato nella comprensione della loro opera e della fotografia stessa: come viene ricordato in mostra, era abitudine dei fotografi girare attorno ad alcuni soggetti per darne rappresentazioni secondo prospettive diverse e coglierne differenti aspetti. L’edificio, ridotto entro i margini della lastra 13x18cm, diventava un oggetto che poteva essere studiato su più fronti, fatto ruotare come sul palmo della mano; qualcosa per nulla separato dalla propria tridimensionalità originaria, restituita soltanto in tempi e visioni diverse. Come viene spiegato anche nell’esaustivo booklet bilingue che accompagna la mostra: “il concetto di ‘svolgimento’ è entrato stabilmente nel vocabolario di Bernd e Hilla Becher nel contesto del loro lavoro. Con esso si intende una giustapposizione sistematica di fotografie che rappresentano uno stesso soggetto da diverse angolazioni e su più lati, a distanze comparabili.”

Tutta l’opera dei Becher è come un lungo discorso detto senza neanche un balbettio, senza avere mai la bocca impastata: tante parole in fila, ripetute decine di volte, praticamente le stesse, per decenni. Stavo leggendo Il partito preso delle cose di Francis Ponge (opera del 1942, trad. it. a c. di Jacqueline Risset, Einaudi, 1997) nel periodo della visita alla mostra di Bologna, in cui è contenuto un passo dedicato agli alberi e alla fogliazione primaverile: “[Gli alberi] lanciano, perlomeno lo credono, parole qualsiasi [...] credono di poter dire tutto, di poter ricoprire il mondo intero con parole variegate: non dicono altro che «gli alberi»”.

Ciò che i Becher hanno fatto è stato raccogliere foglia per foglia, leggerle nel loro contesto e poi isolarle per capire fondamentalmente che ogni foglia dice «foglia» perché ognuna conserva la propria funzione specifica di foglia, ma che la storia di un albero sta anche nella quantità diversificata dei propri elementi. I differenti rami dell’industria del carbone e dell’acciaio, della produzione di cereali e di energia elettrica, hanno avuto bisogno di innumerevoli foglie che dicessero foglie.

Un paragone affine ai primi interessi di Hilla, dedita alla fotografia macro di soggetti vegetali, su ispirazione del biologo Ernst Haeckel.

Il discorso estetico non si scisse mai, nell’opera dei Becher, da quello tecnico e funzionale: nelle numerose pubblicazioni che curarono in vita, i testi redatti da Hilla in accordo con Bernd volevano essere non soltanto l’analisi del proprio approccio iconografico, ma anche un compendio esplicativo per la comprensione di ogni tipologia di edificio.

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“Quando più oggetti con la medesima funzione vengono posti uno accanto all’altro, nasce una tensione dovuta a minime differenze, percepibili solo in un confronto diretto.” Sono parole di Bernd Becher pronunciate in una conversazione del 2004 con il curatore Heinz-Norbert Jocks riportate nel booklet: davvero come due scultori, o due architetti, i Becher hanno lavorato senza sosta per raggiungere una visione d’insieme, un’unità capace di contenere la tensione delle differenze di edifici fino ad allora considerati privi di ogni valore estetico.

Bernd e Hilla Becher hanno costruito, pezzo per pezzo, la propria opera, che vale nella fotografia, oso dire, ciò che L’Arte della Fuga di Bach – nota ai critici tanto per il virtuosismo matematico e logico delle partiture, quanto per la loro portata estetica – vale nella storia musicale: non mi pare strano, infatti, che il compositore tedesco nacque a due ore di macchina da dove nacque Bernd, e iniziò la propria brillante carriera a tre dalla città di origine di Hilla.

Bernd & Hilla Becher
History of a Method
Fondazione MAST, Bologna
23 aprile – 27 settembre 2026

L’esposizione è ideata dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in cooperazione con il Bernd & Hilla Becher Studio, Düsseldorf, ed è organizzata dalla Fondazione MAST con un nuovo progetto espositivo realizzato in collaborazione tra le due istituzioni. Le opere esposte provengono dal Bernd und Hilla Becher Archiv, conservato presso la Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia, e dal Bernd & Hilla Becher Studio di Düsseldorf, grazie al supporto di Max Becher e alla supervisione dell'Estate Bernd & Hilla Becher.

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