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Occhio rotondo 68. Nose Mask

7 Giugno 2026

Che cos’è la moda? L’immagine d’una immagine. Nessuno meglio di Irving Penn lo ha capito dal giorno in cui ha debuttato su “Vogue” – era il 1943 –, al giorno in cui ci ha lasciato, non tanti anni fa – era il 2009. In origine Penn è stato un pittore e un disegnatore, per quanto abbia poi distrutto gran parte di quello che aveva prodotto prima di dedicarsi a un genere ritenuto dai più “commerciale”. Nel passaggio ha portato con sé l’idea che ogni immagine abbia la propria realtà in un’altra immagine, cui rimanda in modo inequivocabile, sia che lo si sappia sia che invece lo si ignori. La sua bravura è consistita in questo gioco di rinvio, senza però raggiungere quella che si chiama meta-immagine. No, Penn possedeva il potere, come capita ai grandi artisti, di rinnovare l’immagine di un altro facendola propria. Nella fotografia il gioco è più difficile, perché gli scatti contengono “cose”, sono un ritratto quasi veritiero della “realtà”, mentre nel disegno si può ridisegnare, se si è bravi davvero, e nella pittura idem, dipingere la pittura. Tutto questo senza dover dire che si è rifatto qualcosa che c’era già. David Campany ha sostenuto una cosa simile quando riferendosi a Penn ha scritto che era capace di “prendere un pezzettino di mondo in un luogo e metterlo in un altro”. Scrive “luogo” perché, nonostante che tanti fotografi-artisti del giorno d’oggi si sforzino di togliere dalle foto la cosa più importante, lo spazio, la fotografia dice incessantemente: ecco qui lo spazio! Prendere quel pezzettino e metterlo altrove, è la specialità di Irving Penn, e lui lo ha fatto – cosa difficile – scattando ritratti. Eccolo qui con il grande disegnatore Saul Steinberg. 

Siamo nel 1966. Pochi anni prima, dal 1959 al 1963, lavorando con Inge Morath, Steinberg aveva prodotto dei ritratti di sé e dei suoi amici usando dei sacchetti di carta da panettiere, ridisegnandoli in modo da farli diventare delle maschere. Dopo averli segnati – occhi, naso, bocca – Steinberg infilava queste maschere sulle teste e Inge Morath le fotografava. A volte li tagliava con le forbici e li ritoccava con la matita, aggiungendo pure le orecchie, per cambiarli un poco. Sono ritratti diventati famosi per via del gioco che istituiscono tra disegno e corpi, tra disegno e realtà: le maschere rivelano quello che c’è sotto, anzi tipicizzano il soggetto fotografato, così come accade in una caricatura. Caricano la persona di qualcosa che la definisce. Penn fa qualcosa di diverso. Prende Steinberg e gli mette davanti un grande rettandolo dove ha fatto il buco per gli occhi e per un piccolo naso. È l’immagine d’una immagine, non solo perché cita gli scatti di Morath, ma perché questa fotografia cancella quello che c’è sotto. Un metodo tipico di Penn: rovesciare il già visto, ma senza annullarlo. La moda funziona perché schiaccia l’occhio a chi guarda. Gli dice: “Lo avevi già visto?” “No?” “Eppure se guardi bene, ti accorgerai di sì!”. 

Naturalmente Penn, essendo bravissimo, non ti dice a cosa si riferisce, ma stai tranquillo che c’è. La moda è questo: una allusione che non finisce di alludere. E allora cosa si vede in questa fotografia? Che è un ritratto di un signore che si chiama Saul Steinberg. Ovvio, c’è scritto nella didascalia. Ma di che ritratto si tratta? Un ritratto che mostra e cancella insieme: Steinberg è un grande foglio di carta, una superficie in definitiva, e nulla più. Vero che s’intravede la giacca e che sotto a quella lui porta una camicia – quella piccola V – tuttavia è la superficie a dominarlo. Una faccia superficiale? Probabilmente sì. In effetti cos’è un disegnatore, come qui il mago del “New Yorker”, se non un tracciatore di superfici? Non può che essere superficiale, come l’arte che utilizza. All in line si intitolava nel 1945 il suo primo libro, e dopo non ha fatto altro che tracciare linee sulla superfice dei suoi fogli con cui, per altro, campava bene. Irvin Penn è stato un genio proprio per questa sua capacità di dire – ogni foto è qualcosa di detto, anzi di pronunciato – e allo stesso tempo di non dire. Proprio come la moda, che cambia sempre, e insieme non cambia mai: cita sempre. 

Penn è stato un campione della citazione, e quando non l’aveva a portata del suo occhio di vetro l’inventava. Penn per questo è ultra-bravo. Le sue fotografie sono fatte di nulla anche quando sono elaborate – altra caratteristica della moda medesima. Qui ha fotografato un artista che ammirava, e ha detto una cosa importante: sei un grande disegnatore, ma, non solo non ti si vede, non hai una faccia, o meglio: la tua faccia altro non è che una superficie. Lo dice quasi distrattamente, senza insistere troppo. La fotografia oggi esposta nella mostra Irving Penn Photographs 1939-2007 presso il Centro della Fotografia di Roma (a cura di Alessandra Mauro, Pascal Höel e Frédérique Dolivet) s’intitola: Nose Mask, “maschera respiratoria”, una mascherina, per dirla meglio. Tutti noi oggi sappiamo cos’è. Serve per respirare meglio. Attraverso il naso, perché la bocca non c’è. Un piccolo naso per una faccia così grande. Gli sarà stato grato per tutto questo il mitico Saul, maestro d’umorismo? Non lo sappiamo. Del resto, cosa importa, sarebbe senza dubbio qualcosa d’accessorio.

Irving Penn - Saul Steinberg in Nose Mask, New York, 1966.
Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris. ©️ Condé Nast

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