Nora Ephron spregiudicata
Quando si nomina Nora Ephron, la mente vola immediatamente ai suoi film più famosi: Harry ti presento Sally, Insonnia d’amore, C’è posta per te, Affari di cuore, Vita da strega, Julia & Julie ma Nora Ephron è stata un talento poliedrico, una donna che “ha cambiato tre mariti e quattro mestieri”, cioè giornalista, scrittrice, regista, sceneggiatrice, produttrice, tutti lavori diversi che hanno in comune una cosa: la voglia e l’arte di raccontare. Nel caso di Ephron vale anche il raccontarsi, perché, pur non essendo stata nominata nel noto saggio di Tom Wolfe sul cosiddetto new journalism americano, Ephron ne è stata una delle esponenti più brillanti e intelligenti. C’è stata infatti una Nora Ephron prima di Nora Ephron, quando era una giornalista in erba a New York, e anche in questi primordi è possibile rintracciare la stessa luminosa verve che ne farà una delle autrici e registe più amate d’America (e non solo). Ephron in ogni sua carriera ha detto spesso “io”, ma lo ha fatto da una posizione autoriale, per collocarsi nel suo tempo, per rapportare i grandi eventi storici alla fattibilità del proprio mondo individuale, utilizzando il filtro dell’intelligenza e un ironico cinismo per mettere in luce dubbi e criticità rispetto ai grandi movimenti della sua epoca.
Tra questi, imprescindibile, il femminismo e la condizione delle donne, come emerge in Crazy salad – cose che ho da dire sulle donne, una raccolta di articoli scritti per Esquire, Rolling Stone, il Post; pubblicata nel 1975 in America è giunta a noi cinquant’anni dopo grazie al lavoro della casa editrice Sur, che ne ha affidato la traduzione a Milena Sanfilippo e la prefazione e la curatela a Vanessa Roghi.
Prefazione e contesto sono necessari per questa raccolta, perché Ephron tratta qui i temi più disparati, dalla recensione di Gola profonda al raduno del suo College, attraversando le nostre fantasie sessuali, la politica vaginale e la violenza medica e ginecologica, gare di cucina e pasticceria, meeting femministi e ritratti di donne che hanno attraversato la sua epoca, dalla prima arbitra di baseball alla figlia del Presidente Nixon, indagando la complessità di abitare un mondo in costante cambiamento ma anche la sua identità di donna e i retaggi culturali ad essa legati. Nella prefazione al volume scrive infatti che questa raccolta, nata nel ’72 a partire dalla rubrica Women che teneva su Esquire, non vuole essere rappresentativa del movimento femminista, né esaurire gli argomenti che riguardano le donne, di cui “fa sempre più fatica a parlare”, ma sono solo “alcune cose che aveva da dire sulle donne”. Crazy salad deve il suo originale nome a un verso del poeta William Yeats – “It’s certain that fine women Eat/ a crazy salad with their meat” [È certo che le belle donne/ Mangiano insieme alla carne un’insalata matta]. Il poeta irlandese, come scrive Vanessa Roghi nella prefazione, faceva riferimento al cattivo giudizio delle donne in fatto di uomini, e Ephron, che non è una che accetta i termini apodittici, rovescia l’assunto, se ne appropria, per ridere insieme alle altre donne dei cliché che ci sono stati cuciti addosso. È il trucco che le aveva insegnato sua madre, la sceneggiatrice Phoebe Walkind, e che lei riassume nella frase “Take notes, everything is copy”, che possiamo liberamente tradurre con “Prendi appunti, tutto è ispirazione”. La madre lo spiegava così: “Se cadi su una buccia di banana, tutti rideranno di te, ma se tu racconti di essere caduta su una buccia di banana, sei tu a riderne e a far ridere gli altri”. Insomma “smetti di essere la vittima e diventa protagonista della tua vita”, come lei stessa disse nel celebre discorso del 1996 alle laureande del Wellesley College, l’Università femminile presso cui si era laureata in Scienze politiche, e dopo la quale svolse un breve stage alla Casa Bianca − giusto il tempo per capire quanto fosse noiosa Washington e che la sua orrenda permanente le avrebbe precluso una possibile relazione con il Presidente Kennedy − prima di trasferirsi a New York: “Non chiedevo altro dalla vita che trasferirmi a New York ed essere Dorothy Parker. La signora spiritosa. L’unica signora al tavolo. La donna che si guadagnava da vivere con la sua arguzia. Che scriveva per il New Yorker. Che azzeccava sempre la battuta giusta al momento giusto, che una volta tornata a casa non restava sveglia a chiedersi cos’avrebbe dovuto dire perché aveva detto esattamente quello che doveva”. Dorothy Parker è un pezzo dell’ottobre del 1973, il suo idolo è qui messo in discussione grazie alla nuova lente che l’emancipazione femminile sembra fornirle per guardare la realtà: alla luce delle rivendicazioni delle donne, le poesie di Parker le iniziano a apparire superate, spesso schiacciate su un vittimismo legato agli umori maschili che non ha nulla a che vedere con la rabbia rivoluzionaria che inizia a manifestarsi nelle scrittrici a lei contemporanee. Il mondo è cambiato, e così la percezione che le donne hanno di loro stesse: “non si desidera più essere l’unica donna seduta al tavolo. Non si desidera più passare le serate con un gruppo di persone convinte che il senso della vita stia in un rimbecco ben piazzato. Non si desidera nemmeno più farsi pubblicare sul New Yorker”.
Con Parker, Ephron condivide lo stesso talento per le osservazioni pungenti e intelligenti anche quando racconta delle proprie ossessioni, come quella per il seno che ritroviamo in Due parole sul seno, uno dei suoi pezzi più celebri, che apre la raccolta. Ne viene fuori una storia personale e divertente che contiene sottotraccia il peso delle aspettative sul corpo femminile che inizia a manifestarsi nelle donne sin da ragazzine: da adolescente Hepron è “alta, mora e allampanata”, è androgina negli anni ’50, un maschiaccio mentre il mondo va in deliquio per Marylin Monroe: “Io femmina non mi ci sentivo per niente. Ero un maschiaccio. […] Quanto avrei voluto non essere così, non essere un miscuglio di entrambe le cose, ma una cosa soltanto: una ragazza, un’inequivocabile innegabile ragazza. Morbida e rosea come una culla. E in tal senso nulla avrebbe fatto più al caso mio, pensavo, del seno. […] Era l’epoca in cui potevi adagiare un costume disabitato sulla sabbia e qualcuno ci avrebbe provato lo stesso. Io me ne mettevo uno, un costume ridicolo con le coppe enormi già inserite, con i ferretti che mi perforavano il torace e mi lasciavano delle piaghette rosse, ed eccomi lì, il petto che scendeva in picchiata, totalmente verticale, dalla clavicola all’orlo del costume e poi di colpo, boom, sbucava fuori tutta quell’impalcatura di gomma, stoffa e metallo, totalmente orizzontale”.
Impossibile non sviluppare un’ossessione per il proprio seno quando tutto intorno a te, uomini, donne e società, si aspettano che tu riveli il tuo esser donna attraverso caratteristiche fisiche e atteggiamenti considerati universalmente femminili: per sfuggire ai condizionamenti sociali non basta l’intelligenza, non basta la cultura e a volte neppure l’analisi.
Ephron racconta sé stessa e parla a nome di tutte le donne, si misura con l’esperienza di altre in un continuo passaggio dal particolare all’universale, dal personale al politico e viceversa. Per farlo, si spoglia di ogni atteggiamento giudicante e si mette in ascolto delle altre e di sé, dei propri desideri e ambizioni ma anche delle proprie debolezze e fragilità, rendendo le contraddizioni un modo più interessante di vivere, forse l’unico possibile.
Negli anni in cui scrive questi pezzi inizia anche a frequentare i gruppi di autocoscienza femminile, quei raduni di sole donne in cui si parlava di politica, autodeterminazione, diritti e spesso si osservava con uno specchietto la propria vulva: “viene difficile” – scrive – “non rimpiangere i tempi in cui una serata tra ragazze significava torneo di bridge”.
Un modo di partecipare attivamente al movimento femminista ma anche un esperimento sociale da giornalista dal quale trae uno dei pezzi più interessanti e divertenti di questa raccolta, A proposito di autocoscienza: “cerco di ricordare con esattezza che bugia avevo inventato da rifilare alle amiche un anno fa, quando sono entrata in un gruppo di autocoscienza […] l’autocoscienza, secondo tutta la letteratura, è imprescindibile per il movimento e per l’esperienza femminista, bla bla bla; reputavo importante capire in che cosa consistesse esattamente il processo”.
In realtà, ammette, “era una bugia. La verità è che c’entra il mio matrimonio”. Le donne del suo gruppo di autocoscienza, esattamente come lei, sono lì principalmente per parlare dei loro problemi coniugali, per risolverli o per accelerare la chiusura del proprio matrimonio e divorziare, come fa lei dal suo primo marito, Dan Greenburg, subito dopo aver mollato il gruppo ed essere ritornata dal suo analista.
Gli anni Settanta sono anni di grande fermento politico e di cambiamenti, che Nora attraversa in prima persona e registra in questa raccolta, dove la seguiamo, pagina dopo pagina, mentre mette il proprio corpo (e quello di tutte le donne) al centro della narrazione, muovendosi da un posto all’altro degli Stati Uniti alla ricerca delle sue cose da dire sulle donne. Ogni articolo sembra indagare il presente, punzecchiarlo per sottolinearne le contraddizioni, indicare, con una battuta, che il re è nudo.
Da un lato la lotta per i diritti civili, le Black Panther e i femminismi, dall’altro lato la scrittura, l’amore smodato per la cucina, il senso di inadeguatezza per il proprio aspetto fisico e la voglia di essere “la reginetta del ballo”: come si fa a conciliare tutto questo col femminismo senza andare in corto circuito? Come si pratica la sorellanza senza smettere di mantenere il proprio spirito critico, anche se significa criticare un’altra donna? Ephron è una giornalista, ma è anche una femminista, una natura bifronte difficile da conciliare, come racconta in Verità e conseguenze, a proposito di un libro femminista che non le è piaciuto e che è indecisa se stroncare o meno: “mi sembra che uno dei paradossi ricorrenti del movimento sia che non c’è verso di raccontarne la verità senza, almeno in minima parte, dare l’impressione di danneggiarlo. […] È ciò che nel movimento femminista viene chiamato sorellanza, e in effetti è una buona politica, presumo, però non fa al caso della buona critica. Né dell’onestà. Né della verità”.
La sorellanza è un patteggiamento continuo tra l’onestà intellettuale e il desiderio di sostenere una giusta causa che si rivela faticoso, e in Miami analizza le divergenze interne al movimento femminista, tra le leader storiche del movimento come Betty Friedman e Gloria Steinem, ma anche tra le comuni partecipanti che non riescono a comprendersi: “ho perfino sentito una donna difendere la sua passione per la cucina davanti a un gruppo di donne allibite e convinte che cucinare in generale, figuriamoci amare farlo, significasse ingoiare il condizionamento culturale della peggior specie. Una volta ho cercato di spiegare a una compagna femminista perché mi piace truccarmi; per tutta risposta, mi ha spiegato perché a lei non piace. Nessuna delle due ha capito una sola parola dell’altra”.
Abitare le contraddizioni sembra essere l’unico modo per sollevare le domande giuste, usarle come grimaldelli per cambiare il sistema. Ad esempio: come si rapporta l’emancipazione alle nostre fantasie sessuali, ai desideri di sottomissione che ci vengono da secoli di letteratura? In Fantasie Ephron svela la propria personale fantasia erotica – la stessa che farà pronunciare a Sally durante una delle sue passeggiate a Central Park con Harry nel film Harry ti presento Sally del 1989: “la mia fantasia consiste nell’idea di essere dominata da uomini senza volto che mi strappano i vestiti di dosso”. È una donna emancipata ma ha fantasie di stupro, come le chiamerebbe Margaret Atwood. La domanda che rivolge a sé stessa e a noi è semplice ma cruciale: se siamo tutti, uomini e donne, bloccati in fantasie sessuali di sottomissione, come potremo realmente emanciparci? Come possiamo costruire l’uguaglianza se non portandola anche in camera da letto? Cosa ne sarà del sesso dopo l’emancipazione delle donne? È un grande mistero, scrive.
“Siamo uscite indenni dall’epoca in cui la felicità era un cucciolo caldo, poi quella in cui la felicità era un martini dry, ed eccoci approdate all’epoca in cui la felicità è ‘sapere com’è fatto il tuo utero’”, scrive in Politica vaginale dove racconta prodezze e limiti delle politiche di self-help e auto visita ginecologica diffuse negli anni ’70. Ephron ci strappa un sorriso con il suo scetticismo, ma non si dimentica di sottolineare quanto la violenza ginecologica sia un fatto reale, all’epoca come ai nostri giorni: “Eppure, ho decine di amiche a cui è toccata una diagnosi sbagliata, una cura sbagliata, che sono state maltrattate e male informate; e ogni settimana, così pare, ascolto un nuovo racconto di atrocità ginecologiche”. Ne viene fuori un’analisi a tutto tondo delle problematiche nel rapporto corpo femminile/medicina, frutto di infantilizzazione della paziente e errata formazione medica, e che risulta ancora uno dei temi più caldi per i femminismi contemporanei. Il corpo delle donne è politico perché viene spesso messo al centro del capitalismo che tenta di monetizzare le insicurezze che la società stessa ha generato, ad esempio mettendo in commercio inutili deodoranti vaginali (anche questi tornati prepotentemente di moda ai giorni nostri), come racconta nel long form Alle prese con, ehm, il problema.
Ephron parla delle donne e dei loro corpi senza peli sulla lingua, e di come quei corpi siano al centro del dibattito pubblico: se vogliamo cambiare le cose, sembra suggerire, dobbiamo capovolgere la narrazione sul corpo delle donne e i suoi desideri che ci viene da una tradizione maschile. Quando Ephron va al cinema a vedere Gola profonda, uno dei capisaldi del porno anni ’70, ne esce scombussolata, non per il film in sé quanto per la prospettiva, tipicamente maschile, di pensare che il massimo godimento femminile possa venire da una fellatio. Ne viene fuori un pezzo brillante che rimarca, ancora una volta, quanto il mancato dialogo fra i sessi generi mostri: “La rivista Screw gli ha assegnato cento punti sul Pisellometro. […] La trama di Gola profonda (e che ne abbia una è già di per sé una svolta epocale) racconta di una giovane donna, Linda Lovelace nel ruolo di sé stessa, che non riesce a raggiungere l’appagamento sessuale con il solo amplesso. «Voglio sentire le campane suonare, le dighe straripare, i razzi esplodere», dice. Allora va da un medico che scopre che il suo problema è semplicemente che ha il clitoride in gola […] intraprende un’intensa attività di comportamento compensatorio, e qui dovrei precisare che le sue abilità consistono principalmente nel fatto che, come i mangiaspade del circo, ha sviluppato un tale controllo dei muscoli della gola che sembra non avere alcun riflesso faringeo; di lì a poco, le dighe straripano e i razzi esplodono”. Ephron non fa una lettura politica di un film non politico, ma non tace le impressioni sgradevoli e disturbanti che ha ricevuto: “non è solo contro le donne, è anche contro il sesso. Sono entrata al World Theatre certa di essere imperturbabile – dopotutto, riesco a buttare lì espressioni come ‘a fica aperta’ con una disinvoltura spregiudicata – e ne sono riemersa come un’invasata tremante”.
Ephron gioca con gli stereotipi tentando di indagare il presente con onestà intellettuale e spirito critico, concedendo a tutte le donne di essere umane e imperfette, a volte anche incoerenti. Intende il femminismo come la possibilità di lasciare libere le donne di scegliere, di esercitare opzioni. Non è la medietà che cerca, quanto il conflitto, lo scontro, la complessità, la possibilità di avere tutto e essere tutto. Nel 1996 tornerà al Wellesley College per tenere un discorso alle laureande, ed è alle donne del futuro che − vent’anni dopo Crazy salad − consegna le sue cose che ha da dire sulle donne, affidando loro la responsabilità di scegliere entrambe le strade di un bivio: “possiamo farlo, sarà difficile ma anche incredibilmente interessante: qualunque cosa scegliate, qualunque siano le strade che deciderete di percorrere, spero che scegliate di non essere una ‘signora’. Spero che troviate il modo di infrangere qualche regola e di creare un po' di problemi là fuori. E spero che decidiate di creare alcuni di quei problemi a favore delle donne. Grazie. Buona fortuna”.
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