Un cornuto politico
Marzo 2026: nella piazza centrale del mercato multietnico di Ballarò, a Palermo, campeggia un grosso cartello con l’immagine di un toro. Anello al naso, l’animale sembra abbastanza aggressivo. Il disegno che lo rappresenta sta lì ad accompagnare una scritta che, senza mezzi termini, taccia di ‘cornuto’ chi getta l’immondizia proprio lì, in strada, senza peraltro seguire le regole comunali circa la raccolta differenziata dei rifiuti. Da quelle parti si tratta di un’usanza abbastanza frequente, com’è abituale, del resto, la pratica di insultare gli altri ricorrendo a questo appellativo. Poca educazione di chi imbratta l’ambiente, pochissima di chi vi reagisce. Tant’è: facciamocene una ragione, sicuramente non bella ma assai radicata in una società e in una cultura come quelle siciliane.
Fin qui il messaggio esplicito del cartellone, a dir poco enfatico nella sua volontà di colpire senza mezzi termini l’onore e la dignità del cittadino che, abbandonando la spazzatura senza criterio, si rivela essere assai poco rispettoso dei valori comuni. Ammesso che ve ne siano. A ben vedere, però, quel gesto offensivo che usa il cartellone per richiamare al senso civico, pura comunicazione pragmatica non si sa quanto efficace, dice molto di più. E lo fa mettendo in gioco il dispositivo poetico della doppiezza (esplicitamente nominata, visivamente riprodotta) e quello retorico dell’ironia (non per forza evidente a eventuali destinatari non locali). L’autore del cartellone, difatti, sa giocare con le parole, e prova a fare altrettanto con la grafica.
Che cosa significa ‘doppiamente cornuto’? E perché due tori (in effetti la stessa immagine, ma invertita di direzione) piuttosto che uno solo? Potrebbe trattarsi, nel caso della bestia, di una semplice trovata estetica, la quale però, quasi certamente in modo inconsapevole, fa scattare una procedura visiva molto precisa: quella della cornice. L’immagine del toro, ripetuta e invertita, incornicia la frase insultante, rendendola ancora più potente. Non si tratta di una scritta qualsiasi, di un insulto fine a se stesso, ma di una frase in cornice, come dire fra virgolette, messa in rilievo, con tutta l’enfasi che ne deriva. Incorniciare qualcosa è sottolinearne il valore, di fatto producendolo. Senonché, questa doppiezza dell’immagine si riverbera sull’insulto stesso. Come dire: ci sono due tori? Sì, ed è perché tu sei ‘doppiamente cornuto’. Ed ecco l’ironia: ‘doppiamente’ non significa allora, banalmente, ‘molto’ ma, per chi lo sa cogliere, ‘due volte’. Come dire: eri già cornuto, adesso lo sei di nuovo, ma per motivi diversi. Prima eri cornuto per ragioni, diciamo così, adulterine (tua moglie ti tradisce – ed ecco l’onore ferito); adesso ti stai dimostrando di nuovo tale perché imbratti il suolo pubblico con l’immondizia. Come dire ancora: fa bene tua moglie a tradire uno come te, rifiuto tu stesso della società che non rispetti, dell’intersoggettività che neghi ben due volte.
Il tutto, come se non bastasse, all’interno di un preciso dispositivo comunicativo, quello della sfida, che si regge a sua volta sulla classica logica dell’inferenza. Se disperdi per strada l’immondizia, vuol dire che sei un toro, anzi due, dunque doppiamente cornuto. Vediamo allora se questa benedetta spazzatura sei capace (‘te la fidi’) di gettarla per davvero in strada… rivelandoti per quel che potresti essere: un cornuto che raddoppia la sua qualificazione di fondo. Tuttavia, se invece non la butti, magari non solo non sarai cornuto due volte ma manco una. Una provocazione, una specie di ricatto morale che propone la salvezza del proprio onore in cambio del rispetto assunto dei valori comuni. Un buon esito nel privato di un buon comportamento pubblico. Bastone e carota.
Ma la storia continua. Quel che colpisce è piuttosto il fatto che, a volgere sul nostro cartellone uno sguardo ancora più smaliziato, siamo costretti ad ammettere che la sua significazione sia tutt’altro che esaurita nell’interpretazione che ne abbiamo sinora dato. C’è dell’altro. Al di là del messaggio esplicito che il suo creatore voleva trasmettere, e di quello relativamente implicito che la sua iscrizione nel testo ha fornito, c’è quel senso in più che scaturisce dalle connotazioni delle due configurazioni: l’immagine del toro e il termine ‘cornuto’. Se pure a tutta prima l’accostamento di questi due segni, uno visivo e l’altro verbale, appare ovvio – il toro difatti ha le corna, e anche abbastanza pronunciate –, emerge progressivamente qualcosa come uno stridore fra i due simboli.
Come non si ripeterà mai abbastanza, una figura del mondo convocata all’interno di un discorso non è mai neutra. Se pure il contesto discorsivo seleziona fra i suoi possibili sensi quello pertinente per l’occasione, la riserva di significazione che essa ha conquistato o ereditato nel corso della storia, della geografia, dell’immaginario diffuso, della cultura nella sua dinamicità intrinseca permane comunque: se non a livello realizzato, comunque a quello attuale, pronto cioè a realizzarsi alla prima occasione. Detto in altri termini, quando una figura diviene simbolo, non c’è niente da fare: continuerà a portarsi dietro il carico di senso che del simbolo è proprio. Narcotizzato fino a un certo punto.
Tornando al nostro cartellone – esito di una comunicazione improvvisata, relativamente casuale nei suoi risvolti ironici – appare abbastanza evidente come il toro da un lato, e le corna dall’altro, e il toro con le corna da un altro lato ancora, sprigionino una gran quantità di significazione che esonda l’insulto sprezzante, per certi versi ribaltandone le valutazioni. Il toro è (un) cornuto, certo, ma è anche aggressività e potenza, pericolosità che ne consegue, così come è portatore di una sessualità riproduttiva vigorosa; è segno zodiacale; emblema della città di Torino e della sua squadra di calcio; andando indietro nel tempo, è animale sacro a Babilonia, indice di dèi falsi e bugiardi nelle avventure di Mosè sul Sinai, un pezzo di Minotauro nella mitologia greca, lo strumento che permette a Europa di fuggire… e così via. Di conseguenza, se pure la figura-toro cornuta ricorda mariti traditi, e perciò disonorati, il simbolo-toro permette di riabilitarne le sorti, con tutto quello che ne consegue. Chi getta l’immondizia è un toro, e guai a farlo innervosire, eccitare, arrabbiare; potrebbe incornarci violentemente. Lasciamolo allora gettare la spazzatura per la strada, dai, altro che raccolta differenziata! Sono pure in due, le bestie presenti.
Interpretazione surrettizia nemmeno così peregrina, a ben pensarci, enfatizzata ulteriormente dalla convocazione verbale delle corna – il cui valore simbolico, come stato più volte evidenziato, è fortemente ambivalente. Le corna significheranno pure l’infedeltà coniugale, in certi contesti, ma stavano anche negli elmi dei vichinghi e non solo, a simboleggiare potenza, forza, furbizia, ostinata capacità distruttiva. Il gesto di fare le corna è apotropaico, e indica la superstizione di chi lo usa. Per non parlare della musica heavy metal che lo sbandiera come sberleffo. E c’è chi fa le corna dietro la testa di qualcuno nelle fotografie di gruppo, a mo’ di scherzo pecoreccio facilmente perdonabile: un sereno momento di estetica trash. Del resto, anche in Sicilia dire di qualcuno che è ‘un cornuto’ vuol significare che è una persona furba, relativamente cattiva, sicura di sé, indomabile come un bambino che si intestardisce nei suoi giochi pericolosi. Altro che tradimenti coniugali.
Ed ecco che chi getta l’immondizia è un cornuto, nel senso che si ostina a farlo in barba d’ogni comunanza di valori civili, peggio che mai di ogni regolamentazione comunale. Che si tratti di una intimidazione al Sindaco? Il palermitano sa usare un’altra figura retorica ancora: quella dell’allusione.
Il nostro toro, e il nostro cornuto permangono nella memoria grazie alla loro doppiezza. Una doppiezza aggiuntiva, quella legata alle dinamiche della semiosfera, luogo dove testi e metatesti articolano gesti, figure, simboli e valori, parlandosi fra di loro entro i meccanismi ben oliati delle culture. Pur nella loro parziale sovrapponibilità, o forse proprio per questo, la loro presenza in quel cartellone improvvisato – tanto sottile nelle argomentazioni figurative quanto spontaneo, immediatamente popolare – dice di una cultura in perenne conflitto, interno ed esterno. Di una cultura locale che pone le basi del proprio riscatto sociale (il raggiungimento di un minimo comune denominatore fondante una qualche intersoggettività) passando per i suoi valori più ancestrali, quelli retrivi dell’onore maschile.
La proposta potrebbe essere perciò quella di spostarlo su un altro piano, quest’onore: non più idiosincratico, egoistico, sfacciatamente individuale, ma collettivo, condiviso, apertamente salubre. Ed è così che il gesto delle corna – qui significato più che significante – diviene portatore di sensi ulteriori, ridando alla tradizione una potenza nuova: il paventato tradimento di chi getta l’immondizia per strada, in uno spazio pubblico troppo a lungo percepito come spazio di nessuno, diviene simbolo di un altro tradimento: quello nei confronti della collettività. Ancora una volta la ricerca del pulito è sintomo di una volontà di salvezza, del corpo e dell’anima.