Un libro, un luogo. Cagliari

2 Settembre 2026

“Solo dopo aver lasciato Cagliari, un po’ di anni fa, sono riuscito a liberarmi almeno in parte del Primitivo che era dentro di me e nell’ambiente tutt’intorno a me”. Dirigente di un’importante azienda informatica di Milano, il mio amico Gavino mi parla del “Primitivo” come se si trattasse di una fase della storia umana, simile al Neolitico o all’Età del Bronzo: un modo arcaico, potente, del vivere, una saggezza dura, caparbia, silenziosa, che in tutta la Sardegna, e quindi anche a Cagliari, permarrebbe a suo dire con forza immutata, accanto a ogni manifesta apertura verso gli ultimi sviluppi della tecnologia e della contemporaneità. Del resto lo aveva notato anche Guido Piovene, nel suo famoso Viaggio in Italia, del 1955 (ultima riedizione: Bompiani, 2017). Proprio nel capitolo su Cagliari, Piovene commenta positivamente, a proposito non solo del suo capoluogo ma della Sardegna tutta: «È questa l’unica regione del nostro paese in cui si assiste ad un passaggio tra due termini entrambi sani: il primitivo autentico e la modernità convinta».

Osservo meglio, con ammirata attenzione, l’aspetto del mio amico Gavino: in elegante stile manageriale, mantiene una struttura massiccia, compatta e squadrata del corpo. Sembra, se così si può dire, un “gigante basso”, dalla mascella dura e dallo sguardo fisso, ombroso, intenso; sa maneggiare con disinvoltura gli algoritmi più complessi, ma conserva nelle dita una presa poderosa, da pastore; parla sciolto e spedito, ma nel fondo del suo eloquio si nasconde qualcosa come una taciturna bontà. Se si presentasse in antico costume sardo, potrebbe assomigliare perfettamente a uno di quei contadini che lo scrittore inglese David Herbert Lawrence aveva incontrato a Cagliari, durante il suo viaggio del 1921:

«E vedo il mio primo contadino in costume. È un bell’uomo anziano, diritto, splendido nel suo costume bianco e nero. Indossa la camicia bianca con le maniche ampie e il corpetto nero chiuso di grossa rascia locale, corto (…) In testa ha il lungo berretto nero a calza, che pende sulle spalle. Come è bello e splendidamente maschio! Cammina con le mani appoggiate dietro la schiena, lentamente, eretto, distaccato. La splendida inaccessibilità, indomabile. E il balenare di nero e bianco, il passo lento (…) il petto bianco, e di nuovo il berretto nero: che meraviglioso accavallarsi di contrasto, meraviglioso e superbo, come in una gazza! Come è bella la virilità, se trova la sua giusta espressione! E come è resa ridicola dagli abiti moderni!».

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Mario Pes, Cagliari, porto, post 1929, Archivio Ilisso Edizioni.

Partito con la nave da Trapani, Lawrence era sbarcato in Sardegna nei primi giorni del 1921, insieme alla moglie Frieda von Richthofen, che lui significativamente, nei suoi scritti, denomina con l’acronimo QB, vale a dire Queen Bee, cioè “Ape Regina” (“a-r”, nella traduzione italiana). Il che è come dichiarare – ironicamente e amorevolmente, ma anche drammaticamente – che la vera Signora della coppia rimane e rimarrà lei, mentre a lui è attribuita la parte del fuco, dell’ape maschio, pronto sì a fecondare l’ape regina, ma destinato a rapida morte, dopo aver esaurito il suo compito. Fa impressione, se ci si pensa: perché in effetti Lawrence sarebbe stato ucciso dalla tubercolosi di lì a non molto, nel 1930 (a soli 45 anni), mentre la sua a-r (peraltro più anziana di lui) sarebbe vissuta fino al 1956, dopo una raggiante, lunga vita di nuovi amori, nuovi libri scritti da lei, nuove avventure… Ad ogni modo, la stravagante coppia, sempre inquieta, sempre pronta a cercare nuove residenze lontane dall’Inghilterra, nel marzo del 1920 aveva preso casa a Taormina, per poi avvertire già a dicembre an absolute necessity to move, “un impulso inarrestabile a muoversi” ancora, in cerca di qualche posto migliore. Ed eccoli dunque partire verso l’esplorazione della Sardegna, nel caso i «luoghi selvaggi» dell’isola, per loro del tutto sconosciuta, si rivelassero il posto giusto dove stabilirsi. Non sarà così: dopo un micidiale, scalcagnato viaggio di appena una settimana (ogni notte una stamberga diversa), fra treni di terza classe, corriere sobbalzanti, locande gelide ridotte a lugubri tuguri, i due, partiti appunto da Cagliari, percorrono l’interno dell’isola (Mandas, Sorgono, Nuoro), per imbarcarsi subito a Terranova (oggi Olbia) e far ritorno a Taormina. Il vagheggiato trasferimento si è rivelato impraticabile, ma Lawrence è rimasto ugualmente felice, entusiasta dell’antica, schietta “barbarie” sarda e, non appena tornato in Sicilia, scrive di getto, in poco più di un mese, lo straordinario racconto della loro avventura: Sea and Sardinia (prima edizione americana già nel 1921. In italiano: Mare e Sardegna, a cura di Luciano Marrocu, Ilisso Edizioni, Nuoro, 2000). Di quel breve, stravagante viaggio, un solo capitolo è dedicato a Cagliari, ma basta la descrizione della città, che per la prima volta si mostra a Lawrence dal ponte della nave, per capire che ci troviamo di fronte a un vero capolavoro della narrativa di viaggio:

«E improvvisamente ecco Cagliari: una città nuda che si alza ripida, dorata, accatastata nuda verso il cielo dalla pianura all’inizio della profonda baia senza forme. È strana e piuttosto sorprendente, per nulla somigliante all’Italia. La città si ammucchia verso l’alto, quasi in miniatura, e mi fa pensare a Gerusalemme: senza alberi, senza riparo, che si erge spoglia e fiera, remota come se fosse indietro nella storia, come una città nel messale miniato da un monaco. Ci si chiede come abbia fatto ad arrivare là. Sembra la Spagna, o Malta: non l’Italia. È una città ripida e solitaria, senza alberi, come in una miniatura antica. E al tempo stesso simile a un gioiello, un inaspettato gioiello d’ambra a rosetta nudo nel cuore della vasta rientranza. L’aria è fredda, tira un vento freddo e pungente, il cielo è tutto a grumi. E quella è Cagliari. Ha quell’aspetto strano, come se si potesse vederla, ma non entrarci. È come una visione, un ricordo, qualcosa che è passato. Impossibile che si possa davvero camminare in quella città: metterci piede, e mangiarci, e riderci».

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Ed ecco che mi torna in mente d’improvviso il ricordo di me bambino, la prima volta a Cagliari, portato lì dai nonni. Era il settembre del 1959, avevo nove anni, e il mio nonno materno, l’ingegnere Andrea Binetti, all’epoca ancora direttore della Miniera di Monteponi, mi aveva portato in città, dovendo lui incontrare per lavoro alcuni colleghi. Ingigantita dalla memoria infantile, mi si mostra dinanzi agli occhi l’immagine di un abitato fiabesco, straordinariamente alto sul mare, innalzato sopra la piatta pianura, sopra le bianche saline. Come una fortezza ripida, imponente, dove i palazzi e i bastioni stavano accumulati quasi a perpendicolo gli uni sugli altri: una roccaforte magica, protesa verso il cielo, neanche stesse in equilibrio su nascosti, lunghissimi trampoli. E, lassù in alto, ecco le case severe degli ingegneri minerari, deputati, per uno strano, vertiginoso contrasto, a progettare con mio nonno pozzi profondissimi giù giù in fondo, dentro il ventre buio della terra, nel sottomondo nero delle miniere, intanto che noi eravamo lassù, nel soprammondo della città sospesa in mezzo al vuoto bianchissimo del cielo. Me li ricordo ancora quei signori calmi, concentrati, chini sui grafici delle gallerie dove barbagliavano i cristalli dei preziosi minerali: l’ingegner Musìo, alto e scuro come un antico fenicio, mentre indicava con il lungo indice il punto sotterraneo dove collocare l’esplosivo; o l’ingegner Murroni, dalla voce bassa e gentile, accomodato in quieta postura signorile sul divano in pelle, drappeggiato con bruna stoffa antica; ma nelle braccia – così m’immaginavo allora – una forza erculea, capace di frantumare le rocce in furibonde picconate… Mi parevano personaggi da romanzo d’avventura: uomini eroici, potenti, intelligenti, animati da profonda pietas e coraggiosa, arcaica determinazione. Autentici esemplari di quella dimensione del “Primitivo”, di cui mi parlava l’amico Gavino.

Tornato a Cagliari molti, ma molti anni dopo quel primissimo viaggio di me bambino, scopro che c’è un altro bellissimo termine per descrivere esseri umani di tal fatta: balentes, vale a dire valenti, valorosi, avventurosi, fino al sacrificio estremo di se stessi. Sono i primi giorni del 2025, lo stesso periodo dunque del soggiorno a Cagliari di Lawrence: mia moglie e io stiamo andando a trovare Giovanni Columbu, talentuoso artista e regista, amico nonché vecchio compagno di liceo di Gigliola, cioè della mia personale “Ape Regina” (se vogliamo ironicamente chiamarla così, in omaggio a Lawrence). Siamo nel quartiere vecchio della città, subito dietro al lungo viale sontuoso, animato e alberato, che si affaccia sulla zona del porto. Ma basta lasciarsi alle spalle gli eleganti caffè del viale, perché l’aria di mare si dissolva in un angiporto fatto di strette vie e viuzze, su cui incombono vecchi palazzi scalcinati. In uno di questi si trova appunto lo studio di Giovanni Columbu: due enormi, antichi stanzoni con rustico tavolo di legno e un fresco sentore di pomodoro, aglio e basilico, aleggiante fra quadri e disegni sparsi qua e là. Con il suo fare sommesso e gentile, ma determinato e convinto di sé stesso, Giovanni ci spiega che sta ultimando un film d’animazione, intitolato appunto Balentes (verrà poi presentato nelle sale a fine 2025): la trasfigurazione, sotto forma di drammatici disegni in bianco e nero, di «un racconto popolare della Sardegna profonda» – così lui stesso ci spiega. Si tratta della storia – tramandata oralmente e udita anche da Giovanni bambino sulle labbra di sua nonna – di un fatto realmente accaduto nel 1940: un furto di cavalli destinati al fronte, compiuto ai danni di un allevamento militare. Proprio per salvarli dalla guerra, due ragazzi di 11 e 14 anni li liberano di notte fra i monti della Barbagia, ma vengono presto individuati e uccisi dalla milizia fascista. Perché lo hanno fatto? Per generosità e per desiderio d’avventura, per balentìa, come si dice da queste parti. Giovanni ci mostra, una dopo l’altra le tavole inquietanti e fascinose dei suoi disegni, e subito ci troviamo immersi nelle atmosfere cupe di una Sardegna aspra, brulla, fra militi incappucciati, paesaggi lunari, cieli stellati, il lungo pianto delle donne, durante il funerale dei due piccoli balentes. Così, dallo studio di un artista, nel buio quartiere antico di Cagliari, eccoci di colpo trasportati in piena, cupa Barbagia, come se Cagliari fosse appunto una città aperta più sui grandi vuoti stepposi dell’interno che non sulle distese azzurrine del mare vicino…

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Un’impressione che si rafforza ancor più il mattino dopo, quando dall’angiporto saliamo a piedi verso i bastioni della città alta, seguendo il medesimo percorso compiuto dai nostri due viaggiatori inglesi. Ma sentiamo che ne dice lo stesso Lawrence: «La sommità di Cagliari è la fortezza: la vecchia porta, i vecchi bastioni di bella arenaria giallastra a nido d’ape. Il muro di cinta sale su con un’ampia curvatura, spagnolo, splendido e vertiginoso. E la strada che di nuovo si insinua giù ai piedi della collina, sull’altro versante. Lì giace la campagna: quella pianura morta con i suoi ciuffi di palme e un mare appena visibile e di nuovo l’entroterra, colline. Cagliari deve trovarsi su di un unico, isolato, perduto promontorio di roccia a picco. Dalla terrazza proprio sotto la fortezza, sulla città, non dietro di essa, ci fermiamo e guardiamo il tramonto. È tutto terribile, perché avviene dietro le colline aggrovigliate dalle creste serpentine che giacciono, bluastre e vellutate, al di là delle desolate lagune (…) Giù sotto giacciono gli stagni salmastri. Sembrano stendersi per miglia e miglia, e totalmente desolati (…) Scendiamo per le strade ripide, puzzolenti, scure, umide e molto fredde (…) La gente vive in un’unica stanza. Gli uomini si pettinano i capelli o si allacciano i colletti sulle porte».

Oggi naturalmente tutto è molto più luminoso e allegro e sontuoso, come in una splendida “città d’arte”, dove davvero verrebbe voglia di trasferirsi. Però, però… Saliamo fin su in cima al quartiere del Castello, dove da alcuni anni è stata realizzata la Cittadella dei Musei: un polo museale dove si trovano l’importantissimo Museo Archeologico Nazionale; l’altrettanto affascinante Museo Etnografico, dedicato agli usi e ai costumi della Sardegna; e il sorprendente Museo d’Arte Siamese “Stefano Cardu”. Della bellezza dei primi due non avevamo dubbi, ma era soprattutto questa incongrua presenza d’arte siamese, (oggi diremmo thailandese) che ci incuriosiva. Che ci fa lì? Il fatto è che un avventuroso e intraprendente marinaio cagliaritano, oltre che costruttore edile, Stefano Cardu (1849-1933), giunse a fine Ottocento nell’allora Regno del Siam, dove trascorse una trentina d’anni a Corte, come ideatore e costruttore di importanti palazzi, chioschi, padiglioni e alberghi di Bangkok. Tornato in Italia con un’eccezionale raccolta di manufatti artistici, Cardu volle donare alla città di Cagliari la sua intera collezione, oggi esposta appunto in un museo apposito della Cittadella, e presentata come «la più ampia collezione d’arte siamese in Europa».

Max Leopold Wagner, Cagliari, giovani facchini (piccioccus de crobi), 1904-06, Archivio Ilisso Edizioni.

Gigliola e io entriamo colmi di aspettative, e subito ci rendiamo conto che qualcosa non va. I reperti di Stefano Cardu sono effettivamente numerosi e di alto valore. Ma ciò che ci sorprende – facendo addolorare me e infuriare la mia Ape Regina – è che tutto è stato lasciato come allora, quasi fosse stato imbalsamato, senza nessun adeguato aggiornamento dei pannelli espositivi, senza nessuna pubblicazione dedicata a Cardu e alla storia artistica della Thailandia, addirittura con le vecchie, polverose etichette dei vari reperti che si sono staccate dal loro supporto… Usciamo sconcertati, chiediamo spiegazioni alla biglietteria del vicino Museo Archeologico, per scoprire che loro non c’entrano nulla. Malgrado la dicitura di Cittadella dei Musei, o polo museale, non c’è coordinamento: ogni museo fa caso a sé, l’Archeologico è infatti statale, l’Etnografico e il Siamese sono entrambi comunali, ma seguono ognuno orari diversi; infatti in quel momento l’Etnografico è chiuso e il Siamese aperto… Ridiscendiamo frustrati verso l’angiporto, ma lungo il cammino avviene in noi una sorta di riconciliazione. Al Museo dell’Arte Siamese è avvenuto ciò che facilmente accade qui: è stato anch’esso inglobato nel Primitivo, riassorbito in quel magnifico, ancestrale mondo arcaico che da queste parti convive con la contemporaneità, creando un’aura magica che non si ritrova da nessun’altra parte d’Italia.

E di questa fascinosa commistione si era accorto naturalmente anche il nostro Lawrence: «È giorno di mercato. Giriamo su in largo Carlo Felice, un vasto ma cortissimo viale, come la fine di qualcosa. Cagliari è fatta così: tutta pezzetti e mozziconi. E a lato del marciapiede ci sono molte bancarelle, bancarelle che vendono pettini e bottoni da colletto (…) Le contadine stanno sedute con i loro prodotti, con le gonne di lino tessute a mano, enormemente ampie e variopinte, che si gonfiano come palloni attorno a loro. Le ceste gialle emanano un bagliore di luce. C’è nuovamente un senso di abbondanza (…) Cavolfiori stupendi, come ad una mostra di fiori, quelli viola intensi come grandi mazzi di violette (…) E poi le lunghe sottili infiorescenze dei carciofi grigio-porpora, e pile di fichi bianchi spolverati di zucchero, e fichi neri dall’aspetto più serio, e brillanti fichi bruciati (…) “Oh!”, esclamò l’a-r, “se non vivo a Cagliari e non vengo a fare la mia spesa qui, morirò senza aver soddisfatto uno dei miei desideri!”».

Ma anche per noi due è giorno di mercatini, in quanto periodo festivo fra Capodanno ed Epifania. Eccoci dunque fra una miriade di bancarelle tenute da ragazze e donne davvero simili a quelle che avevano incantato Lawrence, proprio perché «così vivaci e spavalde» – aveva scritto lui, gioioso. Per poi aggiungere con ironia allegra: «Le loro schiene sono dritte come piccoli muri, e le sopracciglia decise e ben disegnate. Stanno sul chi vive in un modo divertente. Non c’è nessun tipo di servilismo orientale. Come uccelli vivaci e svegli, sfrecciano per le strade, e ti rendi conto che ti darebbero un colpo in testa con la stessa facilità con cui ti guarderebbero. La tenerezza, grazie al cielo, non sembra essere una qualità sarda». E pure noi due incontriamo ora queste donne così gentili e così sicure di se stesse. Sorridendo in modo misurato, oppure rimanendo in “primitivo” silenzio, ci offrono meraviglie di ogni cosa. «Oh, guarda!» – esclama la mia Ape Regina – «voglio assolutamente quei carciofi mai visti, di uno strano verde quasi blu! E poi non posso rinunciare a quello scialle ricamato! E guarda quelle borsette, quei borsellini di sughero: ne compro uno adesso!». Del resto, così rifletteva Lawrence, a proposito del mondo sardo e della sua terra: «È un paesaggio molto più commovente, più sconvolgente dello splendido fascino dell’Italia e della Grecia. Si sente che il mondo era così, questa nudità e tristezza, prima che il sipario della storia si sollevasse».

In copertina, Max Leopold Wagner, Cagliari, quartiere di Castello e Terrapieno, 1904-06, Archivio Ilisso Edizioni.

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