Il 1977 non finisce mai

13 Ottobre 2026

Avvicinarsi al 1977 non è facile perché molti dei conti che lasciò aperti sono sul tavolo ancora oggi. Il conflitto tra USA e Russia, sempre giocato attraverso paesi terzi determina anche le politiche interne di quei paesi. Così anche per la forbice tra garantiti e non garantiti, come si diceva allora, e cioè tra un gruppo sociale protetto nel lavoro a tempo indeterminato e una grande riserva di precariato ovunque, dai campi di pomodori alle università, che rende a volte obsoleto il negoziato tra capitale e lavoro, che era il ruolo tradizionale del sindacalismo.

Il libro che dedica a un anno cruciale di quell’epoca Pasquale Palmieri (1977, L’Italia leggera nell’anno del movimento, Il mulino, pp.2 28) è un contributo molto utile per tentare di disancorare la discussione infinita su quegli anni dall’etichetta Anni di piombo. Si legge rapidamente, Palmieri è sempre molto chiaro e scrive con la leggerezza adatta al materiale che esamina, che racconta le fortune televisive e della musica leggera. Ci si può chiedere quanto siano noti al pubblico di oggi molti di quei nomi, da Sabina Ciuffini, valletta di Mike Bongiorno ma anche modella, imprenditrice e persino cantante, a una miriade di persone che transitarono per la televisione con maggiore e minore fortuna. A volte si ha la sensazione di essere in un enorme deposito di rottamazione ma Palmieri, sulla scia di Tommaso Labranca, ha simpatia per il pop e lo descrive divertito, minuziosamente. Cerca di mostrare l’Italia dei consumi culturali di quegli anni senza moraleggiare sui contenuti, tenendosi piuttosto saldo sulle vendite e sulla diffusione dei vari prodotti dell’industria culturale. Segue lo svolgersi dell’anno attraverso le stagioni e in tante parti del paese, mentre il movimento riguardò una mezza dozzina di città e in modo molto diverso da un luogo all’altro.

A leggere i dati di vendita di canzoni e programmi è subito evidente quanto fossero distanti le proposte discografiche e televisive dalla società a cui si rivolgevano. Ne viene fuori un ritratto inedito del ’77, sebbene non molto diverso dalla distanza che abbiamo oggi tra industria culturale e società, dove sono ovviamente salari, case, relazioni umane a determinare come vivono gli individui. Le proposte televisive possono annoiare o intrattenere, ma sono ovviamente una cosa diversa dagli esseri umani. Come scriveva Guy Debord, lo spettacolo non è la relazione tra pubblico e palcoscenico, ma tra gli umani nel pubblico attraverso il palcoscenico. Così le intenzioni di chi compila i palinsesti di quegli anni o ignorano completamente la società a cui si rivolgono o, nella migliore delle ipotesi, appaiono a distanza di anni voyeuristiche.

I pettegolezzi e in generale la faciloneria nel sorvolare su qualunque cosa, l’essere leggeri appunto, che si tratti di musica, comicità, spettacolo in generale, cinema e letteratura, caratterizzano da sempre la necessità di distrarsi dalle tragedie. Non si potevano certo fare programmi in prima serata sulle bombe disseminate per un decennio in Italia alternate alla musica leggera. Così, allora come oggi, non è facile distinguere TV Sorrisi e Canzoni di allora o Chi oggi dal mondo di cui parlano, anche se sono sicuro che in quelle redazioni lavorino molte persone in gamba. Il fatto è che quelle trasmissioni e quei rotocalchi nascevano e continuano a nascere esplicitamente come alternativa al senso della realtà nella propria epoca, spingono a fughe sentimentali sia quando ritraggono in modo zuccheroso i rapporti amorosi che quando, come spiega bene Palmieri, si rivolgono addirittura a speculare su extraterrestri o erigono tragici fatti di cronaca nera a simboli dell’epoca, come con Alfredino, il bambino precipitato in un pozzo. Palmieri sembra accogliere l’assioma che le redazioni ascoltino il mercato, portando in primo piano quello di cui la gente vuole parlare e leggere. Che insomma il successo sia un’espressione della società. Difficile dirlo ma anche contraddirlo. Ci sono certamente veline e indicazioni date alle direzioni dal potere, soprattutto nel caso della RAI che era completamente in mano alla politica con un primo canale democristiano e il secondo un po’ più liberale. Non c’era ancora il terzo e non esistevano TV indipendenti. C’erano anche in quel sistema intrattenitori che ascoltavano le tensioni sociali e molti si saranno sentiti ascoltati da certi programmi. Eppure l’idea che in qualche modo il pop sia neutro è come dire che in fondo il capitalismo è buono, regolato dai mercati e quindi alla fine della filiera a decidere sia il consumatore, cioè il cittadino.

L’impegno morale e civile appare in questa prospettiva una prepotenza degli intellettuali su una società che vorrebbe solo canzonette. Pasolini negli elzeviri del "Corriere della Sera" attaccava frontalmente l’aborto, scriveva poesie contro i giovani del ’68 o faceva film come Salò; la maggioranza degli italiani guardava davvero altrove? Cercavano davvero tutti di evadere in qualunque modo dalle domande che si ponevano nella società e di cui gli intellettuali a volte erano interpreti? Palmieri non affronta questo nodo da un punto di vista teorico, descrive semplicemente il contrappunto del mercato agli eventi, ed è un contrappunto istruttivo.

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Negli anni ’70 si disfaceva in tutta Europa, e soprattutto lungo la frontiera con i paesi comunisti (Italia, Germania, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia), l’architettura politica messa in piedi alla fine della Seconda guerra mondiale. In Italia ne furono il segno più evidente i referendum su aborto e divorzio che segnalarono a tutta la società come l’egemonia culturale di Democrazia Cristiana e PCI si andassero esaurendo. Il movimento, come venne chiamata questa fuga dalle parrocchie e dalle sezioni di partito, non era un’organizzazione ma un aggregarsi anarchico e occasionale di persone, per lo più giovani, intorno a momenti diversi. I referendum mostrarono per primi questa distanza, ma la galassia di trasformazioni che gravitavano intorno a quei nodi era molto più ampia: dal femminismo, che fu la vera spinta culturale di quegli anni, e quasi conseguentemente la soggettività che conquistava il centro del diritto. Un po’ nello stesso modo anche la musica e il cinema, il ritrovarsi in certi luoghi (i concerti, le piazze) per essere insieme, era trovarsi in qualcosa di diverso. La parodia in un film di Nanni Moretti dei giovani di quegli anni (faccio cose, vedo gente) cattura bene ma in modo tutt’altro che negativo l’atteggiamento di molti. Di fronte al destino di entrare passivamente nel mondo del lavoro, era proprio la liberazione dal dover essere qualcosa, che fosse una professione, un genere, un conto in banca o chissà che altro, a portare un vento nuovo. Che questo atteggiamento venisse percepito come sovversivo, non faceva che fomentare la voglia di dissenso.

La televisione era distante per due ragioni da questo mondo: la prima perché essendo direttamente controllata dai partiti politici raccontava un regime esaurito, la seconda, anche più decisiva, perché un televisore costava molto e certamente erano pochi gli studenti che ne avevano uno in casa. Sul ritratto più ampio di quegli anni, le 140 bombe fasciste di quel decennio, gli ammazzamenti delle BR, l’azione repressiva della magistratura con i 40.000 arresti tra i cosiddetti fiancheggiatori, per non dire del ruolo giocato dai servizi segreti americani, russi, israeliani e naturalmente quelli nostrani, Palmieri dice poco perché il libro non è su questo. Molto se ne è scritto altrove e Palmieri non si perde in cronache e raffronti. Il libro dà per scontato che il lettore abbia presente questo materiale e lo lascia in sottofondo, ciò da cui gli italiani, tutti gli italiani, volevano allora e vorrebbero anche oggi uscire. Che bello se invece della strage di Bologna o quella di Gaza ci fosse solo il Festival di Sanremo o le partite della nazionale di calcio! Ma non è così.

L’ambito dei consumi culturali di quegli anni non è così alla fine lo specchio dell’epoca, ne è una parte, e la scelta di Palmieri di metterla al centro del racconto fa emergere un quadro interessante. Perché indubbiamente anche se gli studenti che furono i protagonisti del ’77 non consumavano prodotti televisivi, il loro orizzonte era anche quello. Era secondo me l’orizzonte delle famiglie di origine e soprattutto a Bologna, dove il movimento era nutritissimo di studenti fuori sede, ne sottolineava la distanza. Ma c’era osmosi tra gli ambienti. Soprattutto con il crollare dei dover essere legati a Cristianesimo e Comunismo, si era diffusa una dissidenza ironica che rendeva riconoscibili i disaffiliati. Quello che non siamo, quello che non vogliamo. Al conflitto feroce di destre e sinistre, entrambe sostenute ideologicamente e spesso materialmente da padri ancora immersi nella Seconda guerra mondiale, opponevano ironia, distacco, dai numeri parodici del Male a Radio Alice, ma più semplicemente nel non prendersi troppo sul serio. La cacciata di Lama dall’università di Roma ne fu un clamoroso esempio, gli slogan che parodiavano la seriosità della militanza politica (Lama nessuno l’ama ecc.) crearono disorientamento tra chi, monopolizzando canali televisivi e giornali, non sapeva più come raggiungere o influenzare la generazione che aveva di fronte.

Non so quanto sia diversa la situazione di oggi. All’origine c’è sempre una protesta contro l’austerità. Non solo materiale, ma l’austerità che è anche uno sguardo del potere sulla società, su come vivono e consumano i cittadini ed è il tentativo di imporre una disciplina. Se le proposte televisive vengono accolte con delle pernacchie e i giovani sentono che la loro vita è appartenere ad altri luoghi, altri linguaggi e altri segni marginali, se sono autonomi, indiani e sconvolti, come dice Palmieri, o semplicemente altro dall’oggetto delle proposte dell’industria culturale, cosa può fare il direttore di una rete televisiva? Come in tutto il mondo cercherà di inseguire dove è il pubblico, cosa vuole, ma non potrà mai riassorbire quello che è altro perché si sposta e si riproduce sempre altrove.

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