Migranti, nomadi, stagionali

1 Maggio 2026

La festa del primo maggio è nata in America nel 1867, per celebrare la giornata lavorativa di otto re. Servirono vere e proprie battaglie, negli anni precedenti e in quelli successivi, perché si affermasse, con sparatorie su manifestanti e impiccagioni, ma alla fine è una festa di tutti. Bisogna ricordarne le origini perché i deliri delle destre che culminano con Trump e la sua ristretta setta miliardaria parrebbero cancellare la storia del socialismo americano, delle lotte per i diritti civili, una storia che arriva a oggi con brillanti protagonisti politici come Alexandra Ocasio Cortez ma soprattutto con il senso di appartenenza che è poi il tessuto della musica di protesta, che include Joan Baez e Bob Dylan, di tanti artisti diversi e soprattutto di grandi scrittori come John Steinbeck. I sette articoli di John Steinbeck raccolti nel volume I nomadi (il Saggiatore, pp 110, 16 euro), scritti nel 1936 per il San Francisco News, parlano di un momento straordinariamente drammatico che è diventato ordinario: un’emergenza climatica che sconvolge l’agricoltura e costringe i contadini a spostarsi. Migranti, nomadi, contadini che avevano la loro terra e diventano lavoratori stagionali. Sia la prefazione di Charles Wollenberg che la postfazione di Cinzia Scarpino richiamano Furore, del 1939, fortemente legato al materiale raccolto in questi articoli, ma la relazione tra la realtà e la letteratura è complicata: molti scrittori sono anche giornalisti. A proposito di Il Sorpasso di Italo Calvino, ho scritto per Doppiozero che secondo me la prosa giornalistica di quel libro è superiore a quella artistica di altri libri di Calvino. Lo stile non lo controllano gli autori e certamente neppure gli esegeti. Nasce dalla materia che è ora più semplice e ora più complicata da esprimere. A volte, come nel giornalismo di cronaca, si cerca di dire quello che si ha davanti agli occhi, altre, ed è il caso del lungo articolo di Calvino, vengono al pettine faccende più intricate, altre ancora la lingua è così radicata in nodi profondi di un’epoca che nascono veicoli letterari fantastici, sono necessari personaggi d’invenzione a cui affidare complessità che non si è in grado di interpretare soggettivamente. La buona letteratura è spesso proprio la necessità di dire qualcos’altro, di reagire con l’immaginazione alla fattualità e in questo modo lasciare che il testo si apra in altre direzioni, nutrendosi di tradizione e voci di altri. Ma non voglio dilungarmi su questioni letterarie, Steinbeck qui fa un reportage, è un formidabile cronista e cerco di reagire con un mestiere simile. Vorrei quindi sottolineare due aspetti che sono credo la ragione per cui la casa editrice Il Saggiatore abbia deciso di riproporre il libro e che sono di attualità. O meglio, come accennavo, vorrei si potesse dire di attualità, e cioè che questi temi siano ritornati drammaticamente alla nostra attenzione. In realtà purtroppo questa attualità non è mai passata, è la filigrana dello sfruttamento, del suolo ed umano, che ha preceduto e ha seguito l’epoca descritta da Steinbeck: il primo aspetto è la condizione climatica, il secondo la povertà dei migranti.

Quello che accadde negli anni della Dust Bowl, cui accenna una breve nota nell’introduzione, è infatti l’origine della migrazione di cui parla Steinbeck e vale la pena ricordare di cosa si trattò perché l’allarme non riguarda solo gli Stati Uniti negli anni ‘30. Dopo la crisi economica del ’29 gli agricoltori delle grandi pianure del centro degli Stati Uniti cercarono di aumentare la produzione attraverso un incremento degli allevamenti e delle coltivazioni intensive. Grano e granturco, in gran parte destinati proprio agli animali. Questo portò, insieme a un periodo di siccità, a una rapida desertificazione di stati interi del Midwest e a tempeste di sabbia. Il suolo più ricco, quello di superficie, veniva regolarmente spazzato via dal vento inaridendo stati interi del mid-west. Tra il 1932 e il 1939 vi furono circa 300 grandi tempeste di sabbia che distrussero completamente l’agricoltura e costrinsero alla migrazione la popolazione, che si rifugiò in gran parte in California.

Oggi basta fare un viaggio in automobile da Alessandria a Mestre con il finestrino aperto, se si resiste alla puzza dei fertilizzanti degli allevamenti di animali, per preoccuparsi anche per la zona tradizionalmente più fertile d’Italia, per non parlare della Sicilia e di tante altre parti del mediterraneo. Il tipo di agricoltura che si sceglie è sempre vulnerabile alle condizioni climatiche, non sono neppure necessari sconvolgimenti planetari, spesso usati come scusa per sottrarsi a una responsabilità più semplice e immediata: la disciplina delle coltivazioni. Aumentare lo sfruttamento del suolo rende estremamente vulnerabili. Volare sopra Francia e Germania, così pervasivamente coltivate, mostra chiaramente questi rischi. Boschi, prati, corsi naturali dei fiumi non vanno solo considerati come natura a fianco allo sfruttamento intensivo dell’ambiente, sono il nostro ambiente. Questa è la lezione che dovremmo aver imparato tutti da quanto avvenne nel Dust Bowl. Il rischio è di vedere intere ragioni cedere all’urto di condizioni siccitose, inondazioni e via dicendo.

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Questa è la premessa del libro e spiega perché nelle condizioni drammatiche descritte da Steinbeck, ci sia tanta attenzione alla condizione sociale di partenza dei nomadi, che sono spesso persone i cui guadagni sono stati improvvisamente azzerati. Steinbeck insiste infatti, in modo programmatico, sulla necessità di ricostituire delle condizioni di integrazione (scuola, sistema sanitario, alloggio, cibo ecc.) di ampi strati della popolazione precipitati da una condizione media alla povertà. Questa parte della California è di fatto diventata fascista. Lo stato è scomparso, i proprietari terrieri hanno assunto vigilantes armati che picchiano e ammazzano i lavoratori stagionali, i bambini muoiono di stenti, le case fatiscenti sono campi di rifugiati. Roosvelt nel New Deal parla di un terzo della popolazione negli USA che vive in povertà. Qui c’è il punto più controverso del libro perché, e Cinzia Scarpino lo ricorda nella postfazione, il problema del razzismo nelle campagne nasce qui, ed è presente oggi in modo analogo nelle campagne italiane che sfruttano intensamente i migranti e che vengono facilmente sedotte dai leghisti.

Marx queste cose le vedeva bene, e cioè che la relazione tra rapporti economici e ideologia è cogente. Si dovrebbe infatti partire dalla descrizione che lui fa delle enclosures inglesi che alla fine del XVIII secolo espellono una grande parte della popolazione rurale della Scozia e nel secolo successivo, soprattutto nell’epoca della Grande Carestia 1845-1852, dall’Irlanda. Sono genocidi e espulsioni massicce della popolazione che hanno ragioni politiche. In Scozia, dopo la sconfitta dei giacobiti a Culloden, e cioè degli highlanders cattolici, in Irlanda con il tentativo di estirpare anche il Gaelico. Sono all’origine della rivoluzione industriale, che sfrutterà l’eccedenza di mano d’opera nelle poor houses e nelle work houses tra Glasgow e Lancaster, che sono anche centri di rifugiati di questo esodo forzato dalle campagne, che saranno mano d’opera a buon mercato costretta a vivere in condizioni di sfruttamento mostruoso oppure a emigrare in America. Una volta passato l’Atlantico, sono all’origine dell’espansione a Ovest degli americani bianchi. In America si comporteranno come gli inglesi si sono comportati con loro, con le clearances, è cioè lo sgombero dei villaggi bruciando le case e spingendo gli highlanders verso la costa. Trasformando i terreni dalla coltivazione alla pastorizia, che necessitava meno mano d’opera ed era di conseguenza più redditizia.

Il razzismo in campagna regola la sottomissione di strati della popolazione che vivono al di sotto del diritto. Steinbeck lo tratta come un fatto implicito, e per questo il libro è stato in seguito accusato di insensibilità verso gli asiatici. I buoni agricoltori americani, precipitati dalla condizione di classe media a un’improvvisa povertà, senza case, letti, soldi per le scarpe dei bambini e via dicendo, si trovano a competere nella campagna californiana degli anni trenta, con la mano d’opera cinese e giapponese, capace di incredibili sacrifici. Quanto di questo razzismo finisce nei sostenitori di Vance? Sarebbe diverso se i produttori piccoli e medi del Veneto e dell’Emilia, che oggi se la cavano abbastanza bene con Prosecco, Lambrusco e tante bestie, fossero improvvisamente costretti da tempeste di vento a spostarsi nel Cilento, e lì a competere con lavoranti africani e di altre parti del mondo?

La forza delle questioni sul tavolo è così drammatica che la prosa di Steinbeck persino in traduzione (ottima, firmata da Francesca Cosi e Alessandra Respossi) mantiene l’urgenza politica che avvertiamo oggi intorno a noi. Purtroppo l’urgenza, l’attualità del testo è come dicevo di lunga data. Il bell’appoderamento di tanta parte dell’Appennino, ciò che ha mantenuto magnifiche tante nostre regioni, impallidisce di fronte alla devastazione che inevitabilmente consegue lo sfruttamento intensivo delle grandi ditte. Le grandi corporazioni sono il vero nemico, racconta Steinbeck, che le identifica come i maggiori responsabili dei guai di cui è testimone. Parti della California finiscono sotto i suoi occhi in condizioni di fascismo, presidiate da sceriffi armati, con il divieto di organizzazioni sindacali, dello stesso formarsi di comunità perché la vita sociale mette subito al primo posto preoccupazioni diverse dal profitto: la cura dei bambini e dei vecchi, dei malati, la vita stessa degli esseri umani. Del resto i guai del latifondo li studiamo a scuola e li conosciamo bene. Leggere Steinbeck oggi rimette davanti agli occhi la minaccia di un domani che è anche ieri e adesso. Un bel libro sul lavoro che emerge dalla magnifica tradizione del socialismo americano, così diverso da quello russo a cui Steinbeck dedicò un altro bel reportage, Diario russo (Bompiani 2018), con le fotografie di Robert Capa e alcune sue note divertenti sullo scrittore americano e una informata introduzione di Luigi Sampietro.

In copertina, fotografia di Adil Edin.

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