Elsa Morante e la necessaria menzogna
L’album Morante (Einaudi, 2025, pp. 263) curato da Emanuele Dattilo è probabilmente fedele al progetto originario di Patrizia Cavalli che, nel raccogliere le fotografie di Elsa voleva fare qualcosa di più di una semplice raccolta. Dattilo è molto bravo e competente su molte fonti diverse del secondo novecento e non solo su Morante: lettere, annotazioni, nel leggerlo, ripercorrendo un filo vagamente cronologico, si ha come la sensazione di leggere una biografia. Ma biografia nel senso stretto questo libro non è, perché nell’evocare la presenza di Elsa si ha anche a che fare con i nodi filosofici del suo mondo che vengono ripresentati piuttosto bene, forse troppo bene, perché la difficoltà di Patrizia Cavalli nel completare il progetto, dovute credo a una vicinanza a Elsa Morante, era che vedere descritto un modo di pensare, tentare di spiegare cosa fosse “l’irrealtà” per lei, o la contrapposizione molto efficace che Dattilo elabora tra Storia e Isola, probabilmente l’avrebbero irritata. Non perché sbagliate, se mai perché troppo calzanti e quindi limiti al pensiero infinito che, come Dattilo bene avverte, è per Elsa e per ognuno di noi tutto: l’arte, la religione, il vivere, l’amare, il morire. Si sarebbe rifugiata nell’ira, nella menzogna, qualunque cosa per evitare che si potesse dire di lei: questo è quello che pensa. Come del resto avvertiva già Platone nella settima lettera dove dice che nulla di quello che ha scritto rappresenta il suo pensiero. Per un poeta e uno scrittore, che costruisce rappresentazioni, questo è un passaggio importante, altrimenti si finisce con lo scrivere di se stessi o peggio, con il credere di scrivere di se stessi. Invece la rappresentazione si nutre anche delle difficoltà, della tradizione, in Elsa Morante risorgono in Alibi cadenze ariostesche che certamente non facevano parte del suo modo di parlare. Erano risorgenze di letteratura, che arrivavano da lontano a salvarla.
Da questa irriducibilità del tutto a una cosa nasce la menzogna. Quando si viene messi alle strette non c’è altra via di scampo, e con il lavoro letterario si è sempre messi alle strette. I compagni di banco sono Giacomo Leopardi, William Shakespeare, la tragedia del vivere, i nostri limiti, la lingua inesorabilmente ci si avvicina, ci riduce a un nulla, all’inesistenza di fronte all’universo e per forza si inventa, si cerca rifugio tra le menzogne e i sortilegi.
Del proprio mentire Elsa si vantava con una certa spavalderia: raccontava ad esempio di aver scritto la stessa lettera a due amanti diversi e che questi l’avessero scoperta confrontandole. Non si possono del resto avere due amanti senza mentire, e neanche uno, e non si può avere una vita erotica e di fatto nessuna vita se tutto viene schiacciato nell’evidenza. Questo era vero anche di Patrizia Cavalli, che con una civetteria molto cara raccontava che se sua mamma le chiedeva anche semplicemente: hai bevuto un tè o un caffè? Lei doveva mentirle. E credo che da qualche parte questo sia vero di qualunque essere umano. Se l’amore è evidente e semplice, è anche una banalità sentimentale. Solo dove dal dolore emergono i fantasmi evocati da Elisa, quasi come una strega, all’inizio di Menzogna e sortilegio, gli affetti rivelano l’ambiguità delle radici. Menzogna e verità si intrecciano nell’implorare, come fa il povero WG davanti alla prigione di Procida sperando che Stella, che di fatto lo deride e lo manda via (Vattene, Parodia), possa amarlo. La tragedia che consumiamo in ogni amore, che chi non ci ama ci ami, che l’amore possa essere reciproco e non un semplice patto. Come scriveva Henry de Montherlant: Le bonheur écrit à l’encre blanche sur des pages blanches.
Dattilo dice belle cose sull’amore coniugale e probabilmente Elsa a questo punto l’avrebbe azzittito, e con rabbia. Possiamo mai essere amati? Non sarebbe un po’ come se Dio dicesse: va bene, per Elsa facciamo un’eccezione: niente Abramo che sta per ammazzare il figlio, niente Caino e Abele o Davide e Betsabea, niente Edipo o Antigone, facciamo che la vita va bene e basta. Quando Elsa stessa in un ricordo infantile racconta che al contrario è lo stesso diavolo che a un certo punto le dice: signorina Elsa, lei da questa parte…
Il dolore ci costringe tutti alla menzogna, che lo sappiamo o meno. A volte perché non possiamo dire quello che abbiamo nel cuore, altre perché al contrario lo diciamo e precipitiamo in un furibondo sovrapporsi di attese, equivoci, nell’implorare, appunto come WG, che ci amino. Che Alberto venga, come scrive la giovane Elsa, sapendo che se lei lo chiede lui non verrà.
L’attaccamento tragico al non poter essere amati si consoliderà quando inizierà ad innamorarsi di omosessuali: prima di Luchino Visconti e poi di Bill Morrow, che era arrivato a Roma con il suo compagno: uomini che non amavano le donne, per cui il suo amore per loro era destinato alla non reciprocità.
Ma credo che in Elsa l’impossibilità di essere amata fosse più antica e varrebbe la pena chiedere a Laura e Daniele Morante dei loro nonni, cioè dei genitori di Elsa. Ma forse non avrebbero voglia di parlarne. Per quello che ora dico non ho nessuna prova, solo delle intuizioni che vengono dalla dimestichezza con Elsa, da suoi racconti in cui però sono anche consapevole di quanto lei cercasse di portarmi in certi nodi. Avendo amato Boccalone mi parlava di droghe, di rapporti libertini e di trasgressioni di vario genere sostanzialmente per venirmi a prendere dove pensava io fossi, perché io la frequentavo ma non l’avevo letta, e quando la lessi questo corteggiamento finì ed emerse un’altra Elsa. Nido d’angeli e roveto di spine, come diceva Patrizia. Elsa era di una tale intensità che Patrizia decise alla fine di non presentarle più le sue fidanzate, perché dopo averle esaltate le faceva fuori con delle osservazioni a cui non si poteva sopravvivere.
Le mie intuizioni sono dunque viziate dal fatto che so bene che Elsa mentiva molto anche con me, per trascinarmi nel suo mondo meraviglioso ma certo anche cupo. Elsa diceva di avere due padri, uno legittimo e uno naturale. Morante e Lo Monaco. Non ricordo quale dei due si uccise per aver preso a prestito una cifra (dalla Posta? dove immagino lavorasse?) e non essere riuscito a restituirla. Adesso mi sembra di aver capito, ma non ricordo se da lei o qualcun altro, che non solo Elsa, ma anche i suoi tre fratelli fossero figli di Lo Monaco, il padre naturale. Morante lavorava come direttore del riformatorio, quindi un impiego pubblico. Tutto quello che ho detto fino ad ora viene dai racconti di Elsa. Rileggendo l’episodio dell’Isola di Arturo a cui mi sono riferito prima, quello del Vattene, Parodia, mi sono chiesto quanto dell’ambiente del riformatorio, di bambini reclusi, riecheggi in quelle pagine. Ma soprattutto, se Morante padre non fosse a sua volta omosessuale e per questo avesse accettato una situazione di una strana famiglia in cui Lo Monaco era evidentemente molto presente. Negli anni del fascismo, quando un’accusa di omosessualità poteva facilmente costare un lavoro nell’amministrazione pubblica se non addirittura il confino. Questo non lo so, come ho detto, forse i nipoti di Elsa Laura e Daniele sanno qualcosa di più preciso, magari che di tutto questo non è vero nulla, o magari non hanno voglia di parlarne o anche loro, comprensibilmente, preferiscono mentire. Ma per tornare al bel commento di Dattilo, qui si vede bene quanto sia irto di difficoltà avvicinarsi a Elsa Morante.
Alla fine della sua vita, quando la conobbi io, era circondata quasi solo da omosessuali. C’era credo in parte il torbido mondo che riemerge in Aracoeli e che forse, come accennavo, pesca da profonde ferite familiari. Ma c’era naturalmente anche una critica sociale (la si trova anche negli scritti corsari di Pasolini) alla famiglia borghese come nucleo del consumismo. E qui hanno ragione lei e Pasolini, basta farsi un bel giro all’IKEA per capire di cosa parlino. Non che l’ambiente che gironzolava intorno a Luchino Visconti, Franco Zeffirelli o alla cara Bice Brichetto brillasse per coscienza politica progressista, anzi… ma qui entra in gioco un altro elemento doloroso del mondo di Elsa. La fatica, la vergogna, il tormento delle classi sociali. Come lei descrive benissimo in una pagina del Diario del 1938 dove racconta di un Vernissage con l’assai trasparente A., che è uno snob, e parla solo con contesse e signore dell’alta società. Lei, ubriaca e con brutti guanti bianchi, vorrebbe essere illustre, per dargli quello che lui vuole. Cosa che non è. Segue interessantissima descrizione di un sogno in cui le figure paterne riappaiono, e che lei caccia (di nuovo, vattene). Così come non vorrà la madre al premio Strega.
Lo strano matrimonio con Alberto Moravia, e il fortissimo legame che manterranno anche mentre lui è con Dacia Maraini e dopo, tanto che è a una forma di gelosia/curiosità per Elsa più che a Boccalone che devo il fatto che lui volle conoscermi e ci frequentammo per qualche mese a Venezia. Ma Alberto Moravia, bravo scrittore e essere umano molto più facile di lei, non era tormentato dagli stessi demoni. Moravia, come scrive Dattilo, veniva dal generone romano, un mondo un po’ scasciato, come si dice a Roma, e per bene, che si avvicina alla letteratura ma con un tale cinico sarcasmo che mira soprattutto a far fuori quei frammenti di realtà che potrebbero minare il conformismo salottiero in cui si vive di premi, chiacchiere, celebrità. Elsa quel mondo lo incontra, ma lei è altro. Già dalle pagine del Diario che ho appena ricordato ma poi sempre, prima e dopo, lo sguardo sul mondo sociale, e cioè sugli umani, è intriso del dolore di un’umiliazione che non è solo il Vernissage. È che gli esseri umani guardano alcuni e non altri, perché son ricchi o perché son colti o perché si dice siano belli, e i non amati, come Elsa, colgono con antenne del tutto particolari l’esclusione, non solo lo raccontano ma ne fanno il loro dramma nella vita, un’empatia che diventa immedesimazione, testimonianza, martirio. E chi non ha visto in classe sua un ciccione o una cicciona che gli altri bambini stuzzicavano, magari tirandogli delle palline di carta insalivata, o parodiavano in vignette? Chi non ha visto e non vede ogni giorno non solo i fascisti del Circeo, ma i tanti ragazzi e le tante ragazze per bene che si divertono a titillare dei poveracci e delle poveracce che sono destinati a restare non invitati, a casa, a una festa, che sono rigidamente esclusi da chi si crede dentro chissà poi che cosa? Ragazzi per cui persino la gentilezza dell’invito, se avviene, resta avvolta in una carità pelosa, quasi più crudele del rifiuto? Chi non ha visto una persona ignorante che, nel venire corretta da chi ne sa di più, viene anche rimessa al suo posto? È qui che nasce Elsa, il suo canto umano e ampio che vuole riscattare il mondo intero, continenti colonizzati e borgate romane. E tutti i non amati. Lo vuole fare perché lei stessa nasce da questo attrito, desidera ma poi rimane delusa dalla promozione sociale. Come dice Mazzini di Foscolo, desidera stropicciarsi con i nobili, e molto del suo amore per Luchino Visconti è questo. A me disse che con Visconti si era sbagliata, e certo che si era sbagliata, e su tanti aspetti che del mondo di Visconti fece passare in cavalleria. Deve essere stato faticoso fare i conti con le proprie delusioni, lei che accusava con tanta facilità questo e quello di essere falsi. Un’infatuazione per l’aristocrazia che appare anche nei romanzi e che porta ad avvilire spesso sentimenti più forti e degni, come alla fine anche in Pasolini che diceva di non amare i ragazzi con cui faceva l’amore perché lui amava solo la mamma (Pasolini era poi meglio di come si raccontava come si capisce dal dolore per il matrimonio di Ninetto Davoli).
Come si fa dunque a non mentire? Fatta un po’ di strada nella società romana, con un certo complesso verso i piemontesi (quanto è breve la storia d’Italia! Porta Pia distava da lei come oggi lei dista da noi!) Elsa se ne stufa. Il tradimento dell’umano, di quella che Gramsci chiama criticando I promessi sposi, la medesimezza umana, diventa una preoccupazione centrale per cui si avvicina a Goffredo Fofi e Adriano Sofri. Ma è proprio il venire disprezzati, essere l’oggetto di quel Vattene, che diventa protagonista. Altra dolorosissima caratteristica di Elsa era che spesso (Dario Bellezza, Luca Fontana che sappia io, ma certo anche altri) diceva alle persone: non voglio vederti mai più. E lo faceva. Un abbandono, un respingimento intollerabile dopo che quella persone era stata accolta nell’intimità di pensieri magnifici, di una tenerezza umana che si nutriva del resto di quegli elementi: crudeltà, perdono, fuga, respingimento e via dicendo. Io di Elsa ho conosciuto l’affetto e i furori e rileggerla in un libro che la riporta così vicino non è stato facile.
E forse questo è l’elemento che mi è piaciuto di più nel libro di Emanuele Dattilo. Non cerca troppo di scoprirla, se il suo scialle era intessuto di menzogne e sortilegi, cercare di strapparglielo non ha senso. Forse qui Dattilo, verso la fine, scrive qualcosa di troppo. Non è necessario arrivare a delle conclusioni o a un congedo, meglio lasciare tutto aperto. Il desiderio di leggerezza di Elsa, che si realizza davvero solo in Arturo, mentre in ogni altro libro lei soccombe a una pesantezza e a un senso cupo di castigo, una mortificazione erotica, morale, queste sì davvero cristiane, una passione che acquista il suo spessore autentico nella croce. Certo, nessuna come lei. E questo non perché sia una persona straordinaria, ma al contrario perché portando la vicenda di tanti, di tutti, ci invita a raccoglierci intorno all’attesa di salvezza che per il momento non è neppure stata annunciata.
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