Lezama Lima nella foresta della parola
«Che cosa ammiro di più in uno scrittore? Che manovri forze che lo travolgono, che pare finiscano per distruggerlo. Che s’appropri di tale sfida e dissolva la resistenza. Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio. Che durante il giorno non abbia passato e che durante la notte sia millenario» (EI, p. 21). Queste parole, scritte dall’autore come prefazione al suo Le ere immaginarie, sono più un trattato di poetica che un testo critico. Nella nuova edizione di Le ere immaginarie, tradotta da Giovanna Marras e Silvia Sichel (Edizioni degli animali, Roma 2026), appare la prefazione di Albert Manguel, che così scrive: «I saggi di Lezama, forse ancora di più delle poesie e dei racconti, mandano in frantumi l’idea di un cosmo unificato e, identificando e reinterpretando simultaneamente ciascuno dei frammenti rimasti, mostrano al lettore vaste costellazioni epistemologiche che suggeriscono senza mai catechizzare». Il desiderio dello scrittore è quello di creare un grande cerchio, un antro immaginario, un pozzo sconfinato dove tutto possa con-suonare, dove tutto sia co-possibile, come dimostrano queste altre sue parole: «Ciò che mi piace e sorprende sono le inaudite tangenze del mondo dei sensi, quando il suono del telefono provoca in me la medesima sensazione che provo nella contemplazione di un polipo in un’anfora minoica» (EI, p. 20).
Chi legge Le ere immaginarie sa come l’autore non lo porterà a riflettere sui temi mitici evocati dai suoi saggi ma lo condurrà sull’orlo di un precipizio, dove il linguaggio si crea e si distrugge. La giusta metafora sarebbe questa: chi legge il libro di Lezama Lima inizia il viaggio in una foresta tropicale della parola dove non è certo di trovare i sentieri che lo condurranno alle mete previste ma è certo di scoprire durante il viaggio parole traboccanti, eccessive, multiformi, sospinte verso nuovi paesaggi linguistici. Lima corre sempre il pericolo di una scrittura decentrata e iperbolica – pericolo che condivide con il lettore – e non ha una bussola precisa per come organizzare il suo viaggio. Possiede, invece, la bussola del sonno: “perduta la bussola si discende al sonno, alla notte, agli inferi”. Non ogni lettore è preparato a viaggiare con lui. Gli può accadere di trovarsi irritato, smarrito, disorientato dentro i fitti intrichi del suo linguaggio magico e smisurato, che non offre appigli razionali. Ma, una volta inoltratosi, si scopre inquieto, eccitato, drogato dalla potenza immaginifica dello scrittore: una potenza poetica fuori da ogni canone, alla ricerca di un “altrove” cercato, voluto, modellato da uno stile misterioso e sontuoso. «Fin dove sono riuscito a camminare nella poesia ho compreso. Poi è tornata di nuovo, l’oscurità, quella che provoca una visita, quella che mi lascia un’immagine. Senza aver tregua e nel momento di udire: So che stavi aspettando. Ho creduto era una beffa, ma essa mi faceva credere che ero segretamente protetto nell’attesa. Mi faceva anche credere che il tempo era uno spazio nella luce» (EI, p.29).
I saggi che compongono Le ere immaginarie, dopo la prefazione dell’autore, sono: Preludio alle ere immaginarie; A partire dalla poesia; Le immagini possibili; L’immagine storica; Serpe di Don Luis de Gòngora: Introduzione ai vasi orfici; Le ere immaginarie: gli Egizi; Le ere immaginarie: La biblioteca come dragone; Cortazàr e l’inizio dell’altro romanzo; Confluenze. Cinque dei saggi presenti sono stati pubblicati nel 1978 a cura di Dario Puccini per Pratiche editrice.
Una riflessione critica sul libro di Lezama Lima non analizzerà saggio per saggio: sarà una digressione lirica che rispetti le acrobazie favolose della sua mente. Parlando di La noche obscura di S. Juan de la Cruz l’autore scrive: «La notte oscura ci regala la sicurezza del senso e non la summula delle culminazioni ineffabili. Sicurezza nottambula che preferisce andare in segreto, andare con segreta scala. (“Devi nasconderti dal turbamento nel nascondiglio del tuo volto... devi proteggerli dalla contraddizione della lingua nel tuo tabernacolo” Noche obscura). Difatti la notte che cade su di noi col suo omogeneo tegumento, ordina una escavazione decisamente particolare, il riscatto che ciascuno deve conquistare, arrivando attraverso scale di personale e intrasferibile misura. In questo modo la notte ci contraddice e ci avvolge, perché un oceano appare in mezzo alla particolarità di ciascun sogno, fra i momentanei indizi raccolti da nuovi sensi nottambuli»(EI, p.139).
Questa scrittura saggistica, che procede a tentoni, nel buio, fra mille indizi, non è una scrittura che si proclama certa del suo metodo. Al contrario viaggia errabonda nel suo “sentire”, mescolando i generi letterari, dal poema lirico alla riflessione filosofica all’indagine mitica. Lezama non sa, come noi, dove approderà. La sua digressione sfiora mondi tangenti, paralleli, compossibili, e toccherà alla nostra attenzione percepirli, capire che ogni forma di ragione non è un discorso chiuso dentro limiti angusti ma una considerazione complessa, errabonda, incompiuta, affidata alle estrose fantasie dello scrittore in viaggio per le sue narrazioni storico-fantastiche. «La poesia che è istante e discontinuità è riuscita a confluire nel poema che è uno stato e un continuo. Giacché c’è sempre, in ogni poeta, una comparazione attraverso la quale possiamo rendere stabile un elemento di per sé fugace e irriproducibile. Se diciamo magari che un cristallo è acqua rappresa o brezza consolidata non è che cerchiamo di fermare l’eco, ma semmai cerchiamo una dualità impossibile come un’aquila o un toro che trascinassero un omerico carro. Tale dualità impossibile comparativa, fatta per un senso iperbolico, è quella che conserva la liaison tra poesia e poema. Mentre l’invitato è atteso le sue fattezze davanti al vetro della finestra si tramutano in un poliedro cangiante» (EI, p.193).
Questo “poliedro cangiante” è la limpida allegoria della scrittura di Lezama Lima, la “dualità impossibile comparativa” il suo metodo di lavoro. In sintesi: l’esercizio di una metafora interminabile, che non ha mai abbastanza parole per espandere i tappeti della sua immaginazione. Lo scrittore nomina con affetto l’angelo della Jiribilla, il diavoletto dell’ubiquità e della simultaneità, superiore all’angelo del duende, simbolo del parossismo, della frenesia di fronte alla morte. Sua è questa singolare preghiera: «Angelo della jiribilla, prega per noi. E sorridi. Fa che accada. Mostra una delle tue ali, leggi: realizzati, avvérati, sii anteriore alla morte. Vigila le ceneri che fanno ritorno. Sii il guardiano dell’etrusco potens, della possibilità infinita. Ripeti: l’impossibile agendo sul possibile genera un possibile all’infinito. L’immagine ha già creato una causalità, è l’alba dell’era poetica fra noi. Ora possiamo penetrare, angelo della jiribilla, nella sentenza dei Vangeli: “Abbiamo questo tesoro in un vaso di creta”. Ora sappiamo che l’unica certezza è generata da ciò che ci sopravanza. E che il tentativo di Icaro dell’impossibile è l’unica certezza che si può raggiungere, là dove tu devi essere ora, angelo della jiribilla». (EI, pp. 71-72)
Scrittore clamoroso, favoloso, barocco, mitopoietico, Lima sviluppa la sua pagina come se creasse su fogli di carta un nuovo regno, dove le parole inventano vincoli e associazioni nuove, oasi di memoria e di sogno. Gli egiziani incidevano tavolette col disegno delle orecchie per essere uditi dagli dei: queste erano le loro lettere ai morti. «Il mondo egizio si può interpretare solo se riscattiamo i suoi valori dall’influenza del causalismo greco e del culto solare dei Persiani, e lo ricollochiamo in quella preistoria dove già fruisce d’un universo gerarchizzato e di una totale ierofania o maturità della casta sacerdotale. In quel tempo l’uomo è più vicino al fiume e alla foglia, il sacerdote riceve la visita degli dèi, e in esso dovremmo giustificare i mutamenti spesso sperimentati dall’anima nello stesso modo in cui il corpo si rompe per creare e ogni frammento del corpo può far scaturire la creatura intera» (pp. 185-186). In un tripudio felice di immagini Lezama Lima percorre trasversalmente il mondo arcaico del mito e compone “ere immaginarie”, dove non è impossibile incontrare Lao-Tse accanto a Verlaine e Rimbaud. Lo scrittore affronta le domande sull’uomo e sul cosmo come la pioggia torrenziale affronta gli argini del fiume: minacciandoli e poi ripensandoli e ricostruendoli. Dalle sue parole si modellano “ere immaginarie”, eventi trasversali alla storia, metamorfosi indotte, nella scolpita parola, da fluenti cicli di creazione e distruzione del linguaggio. Lo si legge come avvolti da un’onda magica dove l’anima è sempre il “violino” e mai il “posacenere”, e tutto si sviluppa per onde concentriche, dilaganti, come in una lunga cavalcata. «L’uomo e i popoli possono attingere il loro vivere per metafora e l’immagine, mantenuta dall’esperienza obliqua, può designare l’incantesimo che ricopre l’umanità. Il bosco e le città non sono l’infinita muraglia dove l’interpretazione si affida all’oscurità o all’incantesimo, ma la penultima, la sospensione, da cui scaturisce la nuova cavalcata, l’interminabile esercito con diverse uniformi». (EI, pp. 80-81),
Lezama Lima trasforma le sue percezioni psichiche, vicine alla fantasia delirante, in impressioni che la parola potrebbe narrare e con le quali la parola vuole combattere: tutti frammenti che generano frammenti, come in un processo di partenogenesi, dove la mano dell’uomo non è mai sola e cerca, nella notte, l’altra mano, come un fantasma vivente a cui congiungersi.
“La notte per me era il territorio nel quale si poteva riconoscere la mano. Mi dicevo, la mano non può essere lì come in attesa, non le occorre che io lo constati. Eppure una voce flebile... mi diceva: allunga la mano e vedrai che lì c’è la notte con la sua mano sconosciuta. Sconosciuta, perché dietro non vedevo mai un corpo... Oggi, dopo quasi mezzo secolo, sono in grado di chiarire e persino di suddividere in diversi momenti la mia ricerca notturna dell’’altra mano. La mia mano calava sull’altra mano perché era attesa. Se quella mano non ci fosse stata, la delusione, una paura, sarebbe stata superiore alla paura causata dal trovarla lì. Una paura nascosta dentro a un’altra. Paura perché la mano c’è e possibile paura della sua assenza. Più tardi ho saputo che anche nei Quaderni di Rilke la mano c’era e poi ho scoperto che c’era in quasi tutti i bambini, in quasi tutti i manuali di psicologia infantile. C’erano già il divenire e l’archetipo, la vita e la letteratura, il fiume eracliteo e l’uno parmenideo». (EI, pp. 264-5)
Nel mistero della mano viva che cerca la mano fantasma si agita un’inquietudine primordiale, sovrannaturale, che emoziona il lettore come un sogno arcaico, strettamente legato all’inconscio dell’autore.
«...la sovranatura non perde mai la primordialità da cui deriva, poiché somma l’uno all’uno non duale; l’uomo, essendo immagine, partecipa come tale e alla fine trova la completa delucidazione dell’immagine, se l’immagine gli fosse negata, ignorerebbe completamente la resurrezione. L’immagine è il complemento incessante di ciò che è intravisto e di ciò che è intraudito” (EI, p. 270).
La scrittura primordiale di Lezama inizia senza mai finire, si dissemina e si raccoglie, flauto magico che richiama figure luminose dallo sfondo nero, e “ci rammenta l’esistenza di un fiume, di cui è impossibile determinare l’affluire” (EI, p.285). Lo scrittore evoca quello che è un Sistema poetico. «Il Sistema poetico non pretende di avere né applicazione né immediatezza. Non chiarisce, non oscura, non derivano da esso opere, non fa romanzi, non fa poesia. È, sta, respira» (EI, p. 18). Dilata l’immagine fino alla linea dell’orizzonte ri-formando l’esperienza inestinguibile della creazione con quella “qualità incantata” del linguaggio in cui domina la magia di una lingua mai ridotta in una strada a senso unico ma che le strade le vuole tutte, insaziabile, inventandole mentre le polverizza.