Mengele: il male impunito
Cosa può dirci, oggi, la spietata avventura della vita del dottor Mengele? Più di quanto i dati nudi già non dicano con storica chiarezza: un criminale sadico sfugge per decenni alla punizione per i delitti perpetrati nel campo di Auschwitz da ufficiale medico. Mengele difende la sua vita con nomi falsi e spostamenti segreti. Nessun dubbio o esitazione traversa il suo cervello. L’ideale della sua ricerca – una “classe ariana” da riprodurre scientificamente ripopolando il mondo del futuro (oggi potremmo dire “clonare”) – non è mai messo in discussione. Mengele è ricordato per avere torturato e ucciso migliaia di donne, uomini e bambini, nel campo di sterminio di Auschwitz, sottoponendoli a crudeli e letali esperimenti con la motivazione di un “interesse scientifico” asservito all’ideologia nazista. Lo stesso Mengele si recava alla banchina ferroviaria dove arrivavano i treni dei prigionieri, per selezionare di persona, con spirito intuitivo, le sue cavie non appena scendevano dai vagoni: bambini, gemelli, spesso di etnia rom. I gruppi di gemelli comprendevano individui delle età più diverse: tra questi veniva scelto il più anziano, che assumeva la funzione di Zwillingsvater (capogemelli o padre dei gemelli). Per distinguerli dagli altri prigionieri, sulle loro braccia venivano tatuate, insieme al numero di identificazione, anche le due lettere ZW (cioè Zwillinge, gemello).
Il medico più spietato del Terzo Reich, uno dei criminali di guerra più noti e ricercati del Novecento, è oggi il protagonista dell’ultima opera cinematografica di Kirill Serebrennikov, La scomparsa di Josef Mengele (titolo originale: Das verschwinden des Josef Mengele). Si tratta di un film minuzioso, attento, implacabile, venato di tinte noir, girato quasi interamente in bianco e nero, adattato dall’omonimo libro di Olivier Guez. Presentato al Festival di Cannes del 2025 e proiettato in anteprima italiana durante la trentasettesima edizione del Trieste film festival, è uscito in Italia il 29 gennaio 2026. La trama è incentrata sugli itinerari di Mengele, fuggiasco in Sud America, dall’Uruguay all’Argentina al Brasile, nel secondo Dopoguerra. Narrato interamente dal punto di vista del fuggitivo, dal Paraguay fino alle giungle del Brasile, il film di Serebrennikov dipinge il ritratto complesso di un carnefice che vuole sfuggire con determinazione alla cattura, mentre il mondo intorno a lui prende coscienza dei crimini nazisti. Il lungometraggio non è solo un film sul passato ma parla, anche e soprattutto, del presente. «Ci sono ancora oggi intellettuali che mettono in dubbio l’Olocausto», denuncia Serebrennikov. «È per tale ragione che questo film doveva esistere». Memorabile la sequenza iniziale in cui un anatomopatologo spiega a una classe di studenti le particolarità anatomiche dello scheletro di Joseph Mengele; nella sequenza successiva vediamo un ancor giovane Mengele, nudo allo specchio, che esamina alcuni difetti della sua dentatura; poi si veste, esce dalla sua stanza, vaga con aria diffidente in una Buenos Aires livida e grigia: da quelle scene intuiamo, nella sua solitudine, uno stato di allerta, di tensione, un feroce spirito di sopravvivenza.
Il secondo lungometraggio di Serebrennikov, Izobražaja žertvu, aveva vinto il Festival internazionale del cinema di Roma nel 2006. Dirigerà poi Ksenija Rappoport in Jur'ev den' (2008). Nel 2012 è in concorso al festival di Venezia con Izmena. Nel 2016 presenta nella sezione sul fondamentalismo religioso Parola di Dio, tornandovi in concorso poi con Summer (2018). Dirige anche l'allucinato Petrov's Flu (2021), il dramma La moglie di Tchaikovsky (2022) e il biografico Limonov (2024). Dal 2012 al 2021 è stato il direttore artistico del Centro Gogol' di Mosca. Dichiaratamente omosessuale, Serebrennikov è un attivista per i diritti della comunità LGBT. In un'intervista rilasciata a The Hollywood Reporter, dichiara: «Guarda, se i gay sono sotto pressione, allora l'arte e il teatro in particolare dovrebbero essere dalla loro parte. Se c'è un trauma da qualche parte, è lì che dovremmo essere: con il teatro, con l'arte, con tutto, giusto?».

«Se c’è un trauma da qualche parte» è una frase decisiva, che però sfiora appena lo spirito di Mengele. Come molti gerarchi nazisti riesce a fuggire dalla Germania aiutato da alcuni ex ufficiali delle SS, e prova a ricostruirsi una vita sotto falso nome. Mengele, impersonato da August Diehl, si sposta da un Paese all’altro per oltre un ventennio, cercando con determinazione di sfuggire ai tentativi di arresto e condanna come a qualunque richiesta delle autorità di assunzione di responsabilità per i crimini commessi. Sarà suo figlio Rolf (interpretato da Maximilian Meyer-Bretschneider) a trovarlo e a esigere da lui delle risposte. In tutto il film, che dura 135 minuti, la narrazione seguirà il protagonista a balzi avanti e indietro nel tempo e da un Paese all’altro. I flashback a colori irrompono sulla scena, interrompendo il ritmo della narrazione, per evidenziare l’epoca in cui Mengele si trovava ad Auschwitz: attraverso l’uso originale del colore, come segno di memoria, e le variazioni della colonna sonora, Serebrennikov suggerisce che, per Mengele, quegli “attimi colorati”, illustrati in tutta la loro violenza, erano momenti di felicità e di soddisfazione. La nostalgia per gli “esperimenti” medici realizzati nel campo di concentramento non ammette neppure la coscienza delle atrocità commesse, mai percepite dal carnefice come tali, in ogni momento del suo lungo esilio dal territorio tedesco.
Le modalità della fuga di Mengele sono state analoghe a quelle di Adolf Eichmann: acquisì dei documenti falsi in Alto Adige, che riportavano il nome di Helmut Gregor. Nel 1949 si imbarcò nel porto di Genova su una nave diretta nelle Americhe del sud, sbarcando in Argentina in luglio. Abitò prima a Buenos Aires e dintorni, poi nel 1959 fuggì in Paraguay e infine in Brasile, dove rimase fino alla morte. Durante questo lungo arco temporale convisse prima con due sorelle ungheresi, anticomuniste e simpatizzanti per il regime nazista, poi con una famiglia del luogo, mantenendo nascosta la sua vera identità; inizialmente adottò nomi falsi, poi dopo alcuni anni tornò a utilizzare il suo vero nome, convinto ormai di essere scampato alle ricerche. Tuttavia, a partire dalla cattura di Eichmann, avvenuta fra l'altro proprio in Sudamerica, Mengele ritornò ad adottare una falsa identità e si spostò varie volte, cambiando diverse abitazioni. Nel periodo in cui visse in America Latina, lavorò come operaio nella stessa industria della famiglia Mengele, che in Sud America aveva degli stabilimenti. Morirà annegato a causa di un ictus a 67 anni, mentre nuotava in una spiaggia brasiliana, a pochi metri dalla riva dell'oceano Atlantico. Fu sepolto a Embu das Artes sotto il nome di Wolfgang Gerhard. La sua tomba venne scoperta nel 1985, la salma riesumata nel 1992 e il DNA confrontato con quello del fratello. L'esame accertò, con una probabilità pari al 99%, che la persona lì sepolta fosse effettivamente Josef Mengele. I resti del criminale nazista sono conservati in un magazzino dell'istituto di medicina legale di San Paolo del Brasile, e le ossa sono a disposizione degli studenti di anatomopatologia. Mengele ebbe il tempo di vedere realizzati due film ispirati alla sua figura: Il maratoneta del 1976, dove veniva impersonato da Lawrence Olivier e, nel 1978, da Gregory Peck in I ragazzi venuti dal Brasile.
Secondo alcuni superstiti dei campi di sterminio, il lavoro di Mengele sui corpi dei deportati era il segno dell’assoluta fedeltà all'ideologia nazista. L’estrema dedizione con la quale si sentiva chiamato a svolgere il proprio dovere non tradiva nessuna emozione. Alternava momenti di pacatezza e di rispetto (alcuni gemelli ricordano come, pur analizzandoli nudi, fosse stato sempre corretto), con altri segnati da scatti di collera incontrollabili (diversi assistenti raccontano come si irritava per la lentezza con cui venivano fatte le iniezioni mortali di fenolo dallo stesso personale delle SS e come lui stesso abbia strappato dalle mani di uno di loro la siringa per mostrare come doveva essere praticata l’iniezione). Uno dei tratti caratteriali di Mengele è legato all'estrema attenzione per i dettagli e per l'efficienza. Il giorno prima della chiusura del campo di Auschwitz continuò imperturbabilmente ad eseguire le sue selezioni: esaminò l'ultimo treno con circa 506 prigionieri condannandone alle camere a gas circa 480.
Il comportamento di Mengele nel campo, durante i 21 mesi di permanenza ad Auschwitz, è registrato da numerose testimonianze. Mengele veniva anche chiamato der weiße Engel (l'angelo bianco) dai deportati, per l'atteggiamento composto e per il camice che indossava quando sceglieva chi avrebbe dovuto essere oggetto delle sue ricerche, chi avrebbe lavorato e chi era destinato alla camera a gas. Vittima di crisi psicotiche di sdoppiamento, a volte si mostrava gentile e professionale; altre volte uccideva senza pietà, a colpi di pistola, calci, iniezioni; in un battito di ciglia decideva, all'arrivo del treno dei deportati alla banchina del campo, se una persona era da destinare al lavoro o alle camere a gas. Disegnava una linea sul muro del blocco dei bambini, alta circa 150 centimetri, ordinando l'esecuzione nelle camere a gas di chi non raggiungeva tale misura. Quando un capannone venne infestato dal tifo, Mengele decise di uccidere tutte le 750 deportate che vi risiedevano. Il 25 maggio del 1943 ordinò la morte di 528 donne e 507 uomini per evitare una nuova epidemia.
Mengele si era guadagnato la reputazione di essere uno dei più fanatici e spietati medici delle SS adibiti alle "selezioni" e alle “eliminazioni” dei prigionieri. Non esitava a sopprimere i deportati al solo scopo di studiare i loro organi interni; a volte uccise personalmente dei gemelli solo per risolvere dei quesiti diagnostici. I sopravvissuti hanno testimoniato della sua straordinaria indifferenza, e della sua fascinazione nei confronti del dolore umano. Ma qualcosa di più inquietante lo si può immaginare oltre il normale catalogo delle crudeltà.

Come per altri carnefici nazisti, il tratto dominante del suo carattere era l’affermazione onnipotente e indiscussa del potere. Con una variante, che potremmo oggi considerare un’aggravante. Il medico Mengele sezionava personalmente i corpi dei deportati: non si limitava a ordinarne la gassazione o la cremazione, come accadeva per certi comandanti dei campi di concentramento, ma agiva, con un potere illimitato, sulla carne stessa dei condannati allo sterminio, pensando, o volendo pensare, che la sua era comunque, benché assoluta, un’“arte medica” che avrebbe potuto riportare l’umanità degenerata alla purezza della razza ariana. Ma, più che un’arte medica, a distanza di decenni noi leggiamo il comportamento “disumano” di Mengele come quello di un dio che stermina, spesso, o salva, talvolta, manipolando i corpi reali delle vittime, e che non mette mai in discussione la legittimità del suo agire da chirurgo e da torturatore, benché gli anni di esilio avrebbero potuto indurre in lui qualche forma di ripensamento: per Mengele il “debole” essere umano va soppresso per lasciare spazio a una razza nuova, che nella sua “forte” purezza si mostri in grado di incarnare l’utopia hitleriana. Quelli con cui il medico dispone della “carne” dei prigionieri, sono i modi più efferati con cui il potere può dilaniare la creatura viva in nome di chissà quale, non ancora visibile né prevedibile futuro. Dopo Mengele niente è cambiato realmente, nella metafora del potere. Gli eccidi sono proseguiti, mascherati da ogni forma di alibi, e proseguono, in nome di Dio e del potere assoluto, con lo scopo di annientare non solo la libertà della mente ma l’integrità della carne. Mengele, per un bizzarro destino, evita sempre la punizione per i suoi crimini: solo l’esito casuale di un ictus potrà togliergli la vita mentre nuota nell’acqua dell’oceano, su una spiaggia del Brasile. La domanda che emerge dal film di Serebennikov è quella pronunciata dal figlio Hans: «Papà, perché sei andato ad Auschwitz?». Mengele non risponderà a quella domanda né allora né mai: ammetterà, con il suo silenzio, l’ineluttabile potenza del male al quale ha partecipato letteralmente e in prima persona, assoggettando corpi vivi a spietati processi di morte.
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