Giorgia Meloni & gli Angeli
Nella faccia d’angelo dipinta e poi cancellata in San Lorenzo in Lucina a Roma, c’è meno grottesco di quanto sembri. È andata più o meno così: in una cappella della chiesa, uno dei due angeli del monumento commemorativo a Umberto di Savoia ha assunto qualche giorno fa il volto di Giorgia Meloni (la notizia è diffusa da un articolo di “Repubblica”).

Dopo una giravolta di smentite e mezze ammissioni, lo ha confermato lo stesso pittore, il sacrestano (così sembra) della chiesa romana: era proprio quella la sua intenzione, inserire il viso della premier; forse avrà saputo che la premier è una collezionista di immagini di angeli (a suo tempo ne donò una a papa Francesco). Lo chiamo pittore perché gli è stato concesso di coronare l’opera con il suo nome, in alto, sulla parete: “Instauratum / et exornatum / Bruno Valentinetti / a(nno) D(omini) MMXXV”.
La fotografia del “restauro” ha fatto presto il giro dei giornali (anche internazionali) e, soprattutto, dei social: “è lei o non è lei”? Chi plaude per ragioni politiche, chi depreca per ragioni politiche. Quasi tutti contro il “restauratore”. “Chi paga i danni, e a chi toccava controllare”? Qualcuno vi legge addirittura una premonizione giunta dal passato sul destino di Meloni. C’è chi si scandalizza e chi chiama in causa Federico da Montefeltro nella pala di Brera (anche lui ha fatto più o meno la stessa cosa, si dice). Non mancano sorprendenti precisazioni sui principi del restauro moderno.
Nel frattempo si accavallano le dichiarazioni ufficiali, e c’è anche quella del Vicariato di Roma, che prende le distanze dall’iniziativa, ma anche dalle affermazioni del parroco, certamente al corrente di tutto; stranamente, nello stesso comunicato l’angelo viene chiamato “cherubino” (che nella tradizione iconografica ha tutt’altra forma rispetto all’angiolone di San Lorenzo in Lucina).

Infine, il clamore ha spinto decine e decine di persone all’interno della chiesa, attirati (è lo stesso parroco ad ammetterlo) ben più dalla curiosa situazione che dalla sacralità del luogo.
E così è arrivato anche l’ordine di de-restaurare l’affresco. Peccato, perché il nuovo angelo sarà insignificante come quello di prima, mentre l’angelo configurato-Meloni sarebbe rimasto a rappresentare non dico uno degli evangelici “segni dei tempi”, ma almeno l’indizio di un’atmosfera. Se infatti spogliamo la vicenda di tutti gli elementi strampalati (la qualità del lavoro, l’autore che si paragona a Caravaggio, la firma d’artista in latinorum, il parroco che evoca a sua volta Caravaggio...), e se mettiamo persino da parte le accertate simpatie per la destra del “restauratore”, siamo sicuri che non resti nulla? Il punto infatti è che ad alcune persone – di certo Valentinetti e il parroco – possa sembrare appropriato, in uno spazio sacro, sovrapporre al profilo di un essere spirituale il viso di protagonista della vita politica nazionale.
Entriamo ora in un altro contesto che riguarda di nuovo Giorgia Meloni. È bene precisare che in questo, come in quello precedente, lei ha solo un ruolo passivo (ma è proprio questo l’aspetto interessante).
Nello scorso 2025, in ben tre occasioni pubbliche, il premier albanese Edi Rama ha fatto la stessa scena dinanzi a Giorgia Meloni: la prima volta è stata in gennaio ad Abu Dhabi, quando l’ha salutata inginocchiandosi (per poi porgerle un regalo di compleanno).

La situazione si è ripetuta, ma con enfasi di gran lunga superiore, nel maggio seguente a Tirana, al sesto summit della Comunità Politica Europea. Meloni sfila su un tappeto rosso, alla sua sinistra giornalisti e folla; una decina di metri prima di essere raggiunto, Rama si inginocchia e tiene le mani giunte davanti a sé. È il gesto della preghiera cristiana, ma – ancora prima – quello dell’“omaggio”, il momento in cui il vassallo si dichiarava “uomo” davanti al suo signore; in passato (da qualche parte forse anche oggi) fa così l’innamorato che chiede alla fidanzata di sposarlo. La scena si è ripetuta nel luglio dello scorso anno a Roma, in occasione della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina (ma questa volta era Meloni ad accogliere il premier albanese).
In questo singolare atteggiamento di Rama qualcuno ha visto una dimostrazione di vassallaggio, di piaggeria, addirittura di innamoramento; perché non vedervi piuttosto, lo spiazzamento, la difficoltà di fare i conti non tanto con Giorgia Meloni, quanto con un’immagine femminile in un ruolo inusitato e speciale?
Inconsapevoli e goffi finché volete, il sacrestano, il parroco e il premier albanese, sono figure autentiche; imbarazzanti di sicuro, ma ottimi testimoni. Pur nella loro irrilevanza, infatti, i loro gesti sono spie delle reazioni profonde del mondo maschile (molto probabilmente non solo di destra) davanti a Giorgia Meloni: investita di un’alta carica istituzionale, porta con sé – per quanto inavvertitamente e in lontananza – anche i miti secolari del femminile.
Nella sua opera più importante, Il secondo sesso (1949), Simone de Beauvoir dedicò un intero, lungo capitolo proprio ai Miti, quei racconti che per millenni si sono intrecciati attorno alla donna: racconti di nascita e di morte, di attrazione e di repulsione, leggende di carne e di spirito, di abbandono e di diffidenza. “Tesoro, preda, gioco e rischio, musa, guida, giudice, mediatrice, specchio, la donna – secondo la scrittrice francese – è l'Altro in cui il soggetto si supera senza essere limitato, che si oppone a lui senza negarlo”.
Nel 2022, con una donna per la prima volta ai vertici della vita politica italiana, è successo che “l’impalpabile femminilità” che, come scrive ancora Simone de Beauvoir, da sempre abita “i focolari, i paesaggi, le città e gli individui stessi” ha assunto una presenza del tutto nuova, e più che mai percepibile; il fatto che non compaia mai una figura maschile al fianco di Meloni rende questa visibilità ancora più evidente.
Così, accanto a Meloni (ma sarebbe accaduto con qualsiasi altra leader) si sono affacciate in maniera indistinta e confusa le figure del femminile, con tutta la loro contraddittoria varietà, e anche con tutta la loro imprevedibile forza. “La Chiesa, la Sinagoga, la Repubblica, l’Umanità sono donne, e parimenti la Pace, la Guerra, la Libertà, la Rivoluzione, la Vittoria”, scriveva ancora Simone de Beauvoir. Una quarantina di anni fa Marina Warner pubblicò un libro sull’argomento (Donne e monumenti, Sellerio); il titolo originale (Monuments and Maidens. The Allegory of the Female Form) è decisamente migliore perché mostra il legame tra la “fanciulla” e l’architettura monumentale delle città, sottolineando come questa “fanciulla” sia sempre intesa come allegoria, insomma rimandi sempre ad altro, in particolare in senso politico.

Raramente la storia ci consegna donne al comando, eppure da millenni la vita pubblica occidentale è contrappuntata da questi profili femminili: le personificazioni che nella letteratura e nella storia dell’arte rendono visibili concetti astratti. Statue, dipinti, illustrazioni che parlano agli uomini attraverso immagini di donne. Prendiamo un esempio non a caso, il tema della sicurezza, anzi della Sicurezza.

Sul verso di una moneta di Nerone, l’intento propagandistico non lascia dubbi: accanto alla parola Securitas, una giovane donna seminuda si appoggia tranquilla allo schienale della sedia. Secoli dopo ecco un’altra Securitas, questa volta a Siena, negli affreschi che descrivono gli effetti del Buon Governo, un’opera che compare su tutti i manuali scolastici di storia dell’arte.

La scritta principale è in latino, ma quella che deve spiegare il senso del dipinto è in volgare, perché potessero capirlo in tanti, e non solo i chierici e i letterati: camminare in città “senza paura”, ecco il centro delle scritte e dell’intera scena. Ambrogio Lorenzetti, il pittore che ha affrescato la sala in cui si riuniva la più importante magistratura cittadina, conosceva la moneta romana appena vista, tant’è vero che ne usa lo schema per l’allegoria della Pace nello stesso dipinto. Ma per la Sicurezza civica crea una figura apposita in cui i caratteri femminili sono ancora più marcati dalla nudità; in più, quasi fosse un angelo, la donna è dotata di ali e si libra in volo. La forca con un impiccato che tiene con la mano sinistra contrasta solo in apparenza con la delicata bellezza della fanciulla, poiché la donna – scrive de Beauvoir – “rappresenta in maniera carnale e vivente tutti i valori e i disvalori da cui la vita prende senso”; essa viene intesa come “la creatura che riepiloga il Mondo”.
Una conclusione provvisoria: la posizione di Giorgia Meloni è speciale non solo perché c’è stata un’alternanza di genere ai vertici della vita politica, ma anche (e soprattutto) per le proiezioni mitiche maschili che si addensano – che ne siamo o meno consapevoli – attorno al lei. Edi Rama prima di salutare Meloni in carne ed ossa, si è inginocchiato davanti al suo “corpo glorioso” (sto usando ancora parole di Simone de Beauvoir).
E ci si può chiedere che ruolo abbia assunto questa speciale posizione di Meloni nel complesso della sua comunicazione (e bisognerebbe studiare in parallelo quanto successe molti anni fa nel caso di Evita Peron). Guardate i suoi comizi: una mimica vivacissima, la bravura nell’alternare toni delicati e toni aggressivi, l’una e gli altri con una declinazione schiettamente femminile. Un’aggressività graziosa. Insomma, tutto quello che da secoli gli uomini ammirano nelle donne, anche (e forse soprattutto) quando assumono atteggiamenti impetuosi: come diceva Diderot, “belle come i serafini di Klopstok, terribili come i diavoli di Milton”.
Ma dove precipita tutto questo? I comizi di Giorgia Meloni si aprono con una voce maschile che annuncia stentorea (come si fa in America): “Il Presidente del Consiglio dei Ministri! il Presidente di Fratelli d’Italia!”. La collisione femminile-maschile si manifesta immobile nella pagina ufficiale di Palazzo Chigi, ed è qui che si affloscia la fortunata progressione: “io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana...”.
Come insegnava Roland Barthes, il pensiero di destra ama la tautologia, perché così si evitano troppe discussioni, e soprattutto si mette un po’ d’ordine nella realtà: è così perché è così. “Il” presidente del Consiglio è “il” presidente del consiglio. Il potere deve essere maschile anche quando a comandare è una donna.