L’animale uomo in trappola
Si sta profilando un complicatissimo cambio di prospettiva, per noi umani. L’idea non è affatto nuova e semplicissima da dire: noi siamo animali. Estremamente complesso è invece il passaggio fra l’idea e la realizzazione pratica dei suoi effetti. Si tratta di scardinare millenni di abitudine mentale che ci pone, secondo la scienza, all’apice della catena evolutiva e, secondo la visione religiosa delle tre religioni monoteiste più seguite, come figli prediletti di un dio, generati da lui a sua immagine e somiglianza. È possibile che già oltre cinquantamila anni fa quando grazie a un salto cognitivo ancora da capire a fondo, noi Sapiens abbiamo iniziato a comportarci in maniera piuttosto differente da altri animali, avessimo sviluppato qualcosa di simile a un senso di diversità che forse non era ancora arrivato a quel sentimento di superiorità che ci avrebbe poi contraddistinto per il resto della nostra avventura sul pianeta.
Il tema è diventato di scottante attualità dopo che la nostra specie si è trovata davanti all’idea concreta, come mai prima, della propria estinzione. Non è tanto la crescente quanto evidente corsa agli armamenti che ha rimesso in primo piano il rischio di una autodistruzione imbecille ad opera di armi più o meno nucleari, è più l’evoluzione del sistema a cui abbiamo affidato la produzione delle cose che siamo convinti ci servano che, certamente dall’inizio della produzione di tipo industriale, ha iniziato a modificare l’ambiente in cui viviamo fino a consumarlo e renderlo quasi inabitabile. Qualche tempo fa si usava dare a questo fenomeno, o iperoggetto come lo chiamerebbe Morton, il nome di Antropocene, termine in cui ironicamente risuona ancora quel senso di superiorità in cui ci siamo crogiolati per decine di millenni. Oggi il termine tende ad essere screditato probabilmente perché piuttosto efficace, e quindi scomodo a chi non vuole un cambiamento di abitudini, nell’indicare nelle logiche della produzione industriale il maggior responsabile dei danni che stanno determinando il concreto deterioramento non tanto del pianeta, ma dell’ambiente in cui noi umani riusciamo a sopravvivere.
Sta di fatto che la cultura più avanzata ha iniziato a guardarsi intorno alzando gli occhi dall’ombelico di Sapiens alla ricerca di soluzioni e strategie per evitare la catastrofe e l’attenzione si è rivolta come mai prima agli altri viventi: animali, piante, funghi, fino a rimettere in discussione la definizione stessa di vita. Questo cambiamento di prospettiva ha coinvolto naturalmente anche la stessa cultura umana, mostrando con chiarezza come molte convinzioni vadano lette all’interno della cultura di appartenenza, in sostanza nella cultura umana ci sono visioni predominanti che trattano altre culture come inferiori e si è cominciato a parlare di decolonialismo e prospettivismo, preparando il terreno a un pensiero che ridimensiona notevolmente la presunzione, forse tutta Sapiens, di essere la specie più importante, evoluta e imprescindibile di tutto ciò che vive.
Ma anche parlarne è difficoltoso. Il nostro linguaggio è strutturato in maniera tale che diventa difficile trovare le parole giuste per esprimere il concetto di uguaglianza fra noi e gli animali. Prendete la frase che ho appena scritto. Vi si legge una contrapposizione, noi e gli animali. È proprio questa contrapposizione che andrebbe cancellata. Non è un dettaglio. La stessa cosa accade quando parliamo di natura. Fino a quando non capiremo che noi siamo una parte integrante di ciò che chiamiamo natura, non sarà possibile superare una dicotomia che è esattamente quella che ci impedisce di sentire sulla nostra pelle che qualsiasi danno causiamo all’ambiente lo facciamo a noi stessi. È il distacco che ci tiene lontani, quel “noi” da una parte e “la natura” o “gli animali” dall’altra che fa in modo che consciamente o inconsciamente ci sentiamo staccati e in qualche modo immuni dalle sorti dell’una e degli altri. Quello che è stato per millenni, o forse dal pensiero greco, uno stratagemma per capire meglio la realtà, la divisione fra oggetto e soggetto, tanto utile al progresso della conoscenza che anche su questa abbiamo fondato il metodo scientifico, ora ci è di intralcio. Ancor più da quando lo stesso pensiero scientifico, ormai un secolo fa, ha capito con Heisenberg che le due sfere non possono tenersi separate, ma che, influenzandosi a vicenda, fanno parte di un sistema più complesso.
Con il significativo titolo Non siamo gli unici, L’arte segreta della natura, è uscito per Aboca nel 2026 un libro di Giorgio Volpi, chimico e naturalista, dove l’autore porta innumerevoli esempi di come nel mondo animale siano già presenti comportamenti e caratteristiche che comunemente riteniamo di nostra stretta pertinenza. Assumendo la prospettiva del noi siamo animali, allora, potremmo dire che ci sono comportamenti degli esseri viventi che noi reiteriamo, continuiamo, integriamo nelle caratteristiche della nostra specie come fanno altre specie, non invenzioni ma adattamenti, esattamente come fanno gli altri. Non è “abbiamo imparato dagli animali a fare questo” ma piuttosto “noi animali facciamo così”. Ci vuole una mente molto elastica per riuscirci e non è affatto scontato che ci si riesca. Volpi pone l’ipotesi che ci siamo cacciati da soli in una specie di vicolo cieco evolutivo. “In generale, in biologia si usa l’espressione ‘vicoli ciechi evolutivi’ per descrivere una situazione in cui una specie, pur essendosi evoluta con successo in un certo ambiente, sviluppa caratteristiche così specializzate o comportamenti così rigidi da limitare drasticamente la sua capacità di adattarsi a cambiamenti futuri. (…) Comportamenti innati troppo rigidi, che impediscono l’adattamento culturale o comportamentale a contesti nuovi, sono esattamente quelli che definiscono la nostra società moderna, che ha perso il controllo del proprio impatto sul pianeta.”
Nel capitolo dedicato all’arte della recitazione, Volpi parla dell’uccello giardiniere.
Durante la stagione degli amori, passa la gran parte del suo tempo ad allestire, decorare e mantenere architetture vegetali alte fino a un metro. “Se valutiamo i pergolati o nido d’amore degli uccelli giardinieri, con le loro collezioni di oggetti colorati, come il prodotto della selezione sessuale intraspecifica, cosa dovremmo dire di grattacieli e residenze di lusso tipiche della nostra specie? È possibile che il frutto delle nostre abilità costruttive derivi da uno sviluppo incontrollato di comportamenti istintivi necessari alla formazione della coppia, della famiglia e poi del nucleo sociale? (…) L’uccello giardiniere erige e decora strutture complesse che controlla in modo maniacale perché ha selezionato i comportamenti più del piumaggio rispetto ai cugini uccelli del paradiso. Ebbene, noi umani facciamo qualcosa di simile, ma in modo molto più estremizzato. (…) Dovremmo vedere attraverso questa chiave interpretativa le grandi opere architettoniche dell’uomo proprio come la coda del pavone: una estremizzazione della selezione naturale sul comportamento.”
Il caso della musica è interessante. Il tordo boschereccio utilizza quella che noi chiamiamo scala diatonica, la stessa usata nella musica classica europea, mentre suo cugino tordo eremita preferisce il jazz e la scala pentatonica. Fra gli umani, la scala diatonica fu codificata da Guido D’Arezzo solo nel 1026. Guido e gli altri hanno copiato dal tordo? Poco probabile, allora? Abbiamo gli stessi gusti musicali? Facciamo parte di un insieme di viventi che vibrano a sequenze simili? Potremmo dire che ci siamo ispirati alla natura, ma continueremmo a reiterare la solita dicotomia. Continua Volpi: “È straordinario osservare come tutti gli abbellimenti codificati nella musica umana si trovano anche nelle esecuzioni degli uccelli canori: ogni specie ne preferisce alcuni, e nessuno risulta unicamente umano, con la differenza che le melodie degli uccelli canori si sono sviluppate molto prima di ogni forma musicale umana.”
Nella sua panoramica alla ricerca di abilità comuni con gli altri animali, Volpi ci porta a scoprire come molte di quelle che consideriamo comunemente nostre prerogative sono in realtà presenti in molti altri viventi. “Quando ci poniamo come i difensori e i custodi di una natura immaginata come delicata e bisognosa di aiuto, allora cadiamo nel solito tranello storico di crederci i padroni del pianeta. (…) Se l’arte umana non è nulla di nuovo sul pianeta, se scienza e tecnica sono state parimenti sviluppate da altri viventi (in modalità e forme molto diverse), allora dobbiamo ammettere di non essere i figli privilegiati dell’evoluzione o quelli prediletti di un dio insondabile. Se non siamo custodi del pianeta e nemmeno i suoi dominatori, allora ne siamo semplicemente parte. La sfida che siamo chiamati a raccogliere ci permette quindi di contattare la vera natura dell’essere umano.”