Marco Ercolani: Inventare il passato

2 Aprile 2026

Nel 2025, per festeggiare i settant’anni dell’autore genovese Marco Ercolani, è stato pubblicato un volume collettivo, Il demone della scrittura, che contiene saggi e testimonianze sulla sua lunga carriera letteraria. La formula del titolo è appropriata, poiché Ercolani è sempre stato animato (per non dire «posseduto») da un’intensa passione per l’atto di scrivere. Basta consultare la bibliografia contenuta in quel volume per constatare che, dal 1979 a oggi, ha pubblicato un numero davvero ingente di libri. Sono opere che spaziano tra gli ambiti più diversi: si tratta infatti non solo di romanzi, racconti e poesie, ma anche di saggi sulla letteratura, sulle arti visive, sul rapporto fra arte e follia.

Quest’ultimo argomento è connesso al fatto che Ercolani ha esercitato la professione di psichiatra, un’esperienza che senza dubbio ha arricchito al tempo stesso la sua immaginazione e la sua conoscenza dell’animo umano, inclusi gli aspetti di esso più abissali. In tal senso egli potrebbe dire, come un personaggio di Hoffmann: «Conoscete la mia particolare tendenza a trattare coi matti. Sono sempre stato convinto che la natura preferisca mostrare le sue terrificanti profondità a chi la osserva con occhi abnormi… E infatti perfino il senso di istintivo terrore che spesso provavo venendo a contatto con quegli anormali, faceva germinare in me presentimenti, immagini che mi riempivano di forza, mi suggerivano slanci generosi». Da parte di Ercolani, la generosità nei riguardi delle persone con disturbi mentali è dimostrata anche dal fatto che in alcuni suoi libri egli ha, per così dire, reso udibili le loro voci, astenendosi dal formulare in proposito giudizi o diagnosi.

Ma di certo la sua produzione narrativa non riguarda solo questa tematica. Dapprima egli si è cimentato con il romanzo o racconto di genere fantastico, senza però fare alcuna concessione alla dimensione magico-fiabesca oppure alle stranezze spiegate a posteriori. Ha preferito invece le trame un po’ sfuggenti e nebulose, dunque tendenzialmente visionarie e oniriche. Ma ben presto ha scelto di affiancare a questo tipo di narrazioni quello che diventerà il suo più riconoscibile marchio di fabbrica, ossia la pratica della scrittura apocrifa. Non si tratta, per lui, di scrivere libri per poi attribuirli a qualcun altro, visto che i volumi in questione vengono sempre, senza sotterfugi, firmati col suo nome. È in causa invece l’idea di immaginare dei testi di letterati, pittori, musicisti, attori, registi (siano essi famosi o semisconosciuti), dunque di persone che sono realmente esistite, in un passato lontano o recente. Da questi testi – che non di rado assumono la forma di lettere, taccuini o diari – emerge sempre qualcosa che, nelle opere o dichiarazioni a noi note di questi personaggi era rimasto taciuto, ma avrebbe potuto (e forse dovuto) essere detto.

In questa strana pratica di scrittura non vi è nulla di ludico, e neppure il tentativo di imitare in maniera precisa lo stile dei personaggi evocati. L’intento di Ercolani è per un verso quello di dar voce ai pensieri nascosti, ai dubbi interiori di chi già da vivo è divenuto celebre, e per l’altro quello di rendere giustizia a chi non è stato apprezzato a sufficienza, o non ha potuto realizzare pienamente le proprie aspirazioni. In tal senso, egli concorda con quanto asseriva Elias Canetti: «Chi prende sul serio se stesso e gli altri, […] dovrà tener presenti coloro che nessuno notò quando erano in vita, o perché morti troppo giovani o perché se ne andarono dopo aver perso il cosiddetto lume della ragione. È difficile immaginare che cosa la letteratura tedesca (non volendo estendere il discorso anche alle altre) sarebbe senza di loro: Lenz, Kleist, Hölderlin, Büchner e, nel nuovo secolo, Kafka e Robert Walser». Dunque non è affatto un caso se, all’interno della produzione ercolaniana, si incontrano scritti apocrifi relativi a Hölderlin e Kleist, o interi libri incentrati su Walser e Kafka. Ma ad essi occorrerebbe aggiungerne altri, che riguardano in special modo autori di area culturale slava, come Anton Čechov, Aleksandr Blok e Bruno Schulz. Questa forma di scrittura presuppone anche, da parte di Ercolani, la scelta di inventare talvolta aneddoti non reperibili nelle biografie, ma ai suoi occhi idealmente necessari. Egli infatti non esiterebbe ad affermare, come Danilo Kiš: «Credo che la letteratura debba correggere la storia».

Estendere il discorso alla sua produzione poetica, aforistica e saggistica sarebbe certo opportuno, ma risulterebbe troppo impegnativo. Cerchiamo almeno di comprendere in che modo l’autore si rapporti al proprio lavoro. A tale scopo risulta utilissimo un suo libriccino, L’altro dentro di noi. In esso egli adotta la forma, di montaliana memoria, dell’autointervista. Le domande non vengono riportate nel volume, ma le risposte di Ercolani sono chiarificatrici, anche riguardo ai punti a cui finora ci siamo limitati ad accennare.

Così, per esempio, i testi relativi ai discorsi dei folli vengono motivati in questo modo: «Il mio compito è guarire la mente inguaribile: una fatica senza senso, come per ogni psichiatra. Per questo scrivo, irrefrenabilmente: almeno le parole non fuggono e possono, se non guarire, accompagnare». Al tempo stesso, però, lo scrittore è consapevole del fatto che, in quanto terapeuta, non potrà spingere troppo oltre la sua vicinanza emotiva rispetto al malato: «L’empatia con il dolore umano, se non esiste, è una mancanza irrecuperabile, come la mutilazione di un arto. Ma, se esiste troppo, è un veleno che paralizza e sprofonda nell’impotenza per ogni dolore che non riusciamo ad alleviare. […] Un medico pervaso dal dolore non è forse il primo dei suoi pazienti?». È lecito ipotizzare che proprio la letteratura gli sia stata d’aiuto nel mantenere questo difficile, ma necessario, rapporto tra identificazione e distacco.

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La stessa disposizione d’animo, infatti, si ritrova nella scrittura apocrifa. Anche in quel caso occorre provare ad entrare nella mente di qualcun altro, al punto da assumerne la voce, mantenendo tuttavia intatta la propria libertà di invenzione. Dal punto di vista di Ercolani, persino chi è scomparso da secoli continua ad essere presente, anzi tale presenza gli appare forte e attiva in misura maggiore rispetto a quella di molte delle persone che lo circondano: «Mi trovo più a mio agio come cacciatore di fantasmi: ho la sensazione che i morti, più dei vivi, abbiano qualcosa di decisivo da dirmi». Evocare personaggi del passato non può certo essere scambiato per un tentativo di evadere, tramite la memoria e la fantasia, dai fastidi dell’esistenza quotidiana, perché in realtà costituisce un gesto ben più impegnativo. Scrive infatti l’autore: «Ritrovare o inventare dei racconti “falsi” che sembrino “veri” non significa imitare tracce passate, ma reinventare tracce anteriori che non sono mai esistite […]. L’arte è il paradossale tentativo di cura dalle distorsioni e dalle ingiustizie subìte nel corso del tempo e della storia da uomini e artisti: un’arte destinata a sopravvivere come fantastico desiderio di giustizia contro i soprusi del potere. Il testo apocrifo è la guarigione immaginaria da una ferita inguaribile». Come l’Angelus Novus di Klee nell’interpretazione di Walter Benjamin, Ercolani vorrebbe «destare i morti e riconnettere i frantumi», anche se ciò può aver luogo soltanto nell’utopico spazio letterario. Infatti «la vertigine della scrittura è scommessa contro le tenebre, nostalgia di cose che non sono mai state dette, desiderio che siano dette e scritte ora, inventando un passato gravido di futuro».

Per questo autore, tutto è possibile e nulla è predeterminato. Ciò vale, alla lettera, anche per la sua pratica effettiva: «Non ho mai avuto l’intenzione di scrivere nessun libro, almeno non nella forma in cui sono scaturiti. I miei sono sogni in presenza della ragione, temporali che prevedono un sole che soltanto in un secondo tempo illuminerà il paesaggio. Sono proprio vertigini. Chi è in grado di prevedere quale sarà la vertigine successiva? […] Quando ritroverò un momento di quiete riprenderò in mano la materia, la dipanerò, troverò le giuste parole». Un certo nomadismo psichico diviene per lui il modo di opporsi alle consuetudini, di mantenere aperto il proprio campo visivo: «Essere nomadi, o fingere di esserlo nei propri scritti, non significa abitare nelle tende del deserto: significa vivere essendo pronti a lasciare tutto, in luoghi diversi della mente e del mondo. Avere un cuore che pulsa oltre i recinti e scrivere di chissà cosa».

Dal volumetto emerge con chiarezza l’amore di Ercolani per le arti in genere: non solo, dunque, la letteratura, ma anche i quadri, il cinema, il teatro, la musica. Egli può così spiegare certe sue predilezioni: quelle, ad esempio, per scrittori come Novalis e Bernhard, pittori come Klee e Wols, compositori come Schubert e Berg, registi come Sjöström e Kantor. Sbaglierebbe, però, chi gli attribuisse un culto ossessivo per gli artisti, giacché di fatto l’autore genovese sa trarre ispirazione per i suoi testi narrativi praticamente da tutto: da un episodio di cronaca letto sul giornale, dai dialoghi con gli amici o con i pazienti, da minuscole cose osservate mentre cammina per strada o si trova in viaggio. Ciò non viene poi trascritto fedelmente sulla pagina, ma sempre, almeno in parte, reimmaginato, reinventato. D’altro canto, però, egli avverte: «Le mie visioni non sono svincolate dalla realtà. È la realtà stessa che, più la guardi, più si complica, si avvolge in sé e si dipana, non ha mai fine, come non hanno fine i pensieri degli uomini che abitano quella realtà producendo gesti e parole».

Anche il lavoro dello scrittore Ercolani presenta le stesse caratteristiche, sicché ogni suo libro non va visto come chiuso in sé, ma piuttosto come se fosse solo una momentanea sosta durante un viaggio interminabile: «Ogni opera autentica è costituzionalmente incompleta, perché invasa da tutti i libri possibili che l’autore ha pensato e sognato senza scriverli». Al lettore che sia disposto a seguirlo nel suo percorso, basterà dunque attendere la prossima tappa, che di certo si rivelerà fruttuosa al pari delle precedenti.

Libri citati: AA. VV., Il demone della scrittura. Studi, testimonianze e documenti su Marco Ercolani, a cura di R. E. Giangoia e S. Verdino, Il Canneto, 2025; E. T. A. Hoffmann, Romanzi e racconti, vol. II, Einaudi, 1969; M. Ercolani - Lucetta Frisa, Anime strane, Greco & Greco, 2006; M. Ercolani - Lucetta Frisa, Sento le voci. Discorsi di «matti», La Vita Felice, 2009; M. Ercolani, Turno di guardia, Il Canneto, 2011; M. Ercolani, Col favore delle tenebre, Coliseum, 1987; M. Ercolani, Praga, Ripostes, 1990; M. Ercolani, Taala, Greco & Greco, 2004; E. Canetti, Processi. Su Franz Kafka, Adelphi, 2024; M. Ercolani, Vite dettate, Liber, 1994; M. Ercolani, Discorso contro la morte, Joker, 2008; M. Ercolani, Preferisco sparire. Colloqui con Robert Walser (1954-1956), Robin, 2014; M. Ercolani, L’età della ferita. Intorno ai «Diari» di Kafka, Medusa, 2022; M. Ercolani, Aleksandr Blok. Taccuini 1902-1921. Romanzo, Ripostes, 1992; M. Ercolani, Il mese dopo l’ultimo. Frammenti di un romanzo incompiuto, Graphos, 1999; M. Ercolani, Un uomo di cattivo tono, Indipendently published, 2020; M. Ercolani, Aleksandr Blok. Taccuini 1902-1921. Romanzo, Ripostes, 1992; M. Ercolani, Il mese dopo l’ultimo. Frammenti di un romanzo incompiuto, Graphos, 1999; M. Ercolani, Un uomo di cattivo tono, Indipendently published, 2020; D. Kiš, Homo poeticus, Adelphi, 2009; L’altro dentro di noi, Verona, Anterem, 2024; E. Montale, Sulla poesia, Mondadori, 1976; W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, 1997.

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