Altre statue cadranno (perdonate il disordine)

Le statue tornano a cadere – e altre statue cadranno. Credo sia giusto così, a patto che il loro destino non finisca qui. Riveniamo anzitutto sui fatti.

 

Far cadere statue

 

La protesta contro i monumenti della Guerra civile negli Stati Uniti risale all’agosto 2017, a partire dai generali degli Stati Confederati Robert E. Lee e Stonewall Jackson. Alcune statue cadono, altre vengono imbrattate, altre ancora sono al centro di lunghi dibattiti pubblici sulla loro rimozione. Tre anni dopo, il 7 giugno, sulla scia delle manifestazioni per l’uccisione di George Floyd, a cadere è la statua in bronzo di Edward Colston a Bristol, nel sud-ovest dell’Inghilterra. Annegata nelle acque del porto, era stata eretta nel 1895. 

Raffigura un benefattore della città, che ha istituito borse di studio, finanziato ospizi locali per i poveri, chiese, scuole e ospedali, lasciando la sua eredità in beneficienza. Un filantropo cui sono dedicate, a Bristol, strade, case, scuole, ospedali, sale da concerto (ma la Colston Hall cambierà presto nome) fino all’immancabile pub. Peccato che questo mercante facoltoso è coinvolto nella Royal African Company, dove esercita il monopolio sulla tratta degli schiavi neri dalla costa occidentale dell’Africa alle Americhe. Sul petto di ogni schiavo vengono incise le iniziali RAC (Royal African Company). Colston fa imprigionare e trasportare circa 84.000 africani, di cui un quarto (19.300) muoiono in viaggio e vengono gettati in acqua (Suyin Haynes, Monuments of Slave Traders, Genociders and Imperialists Are Becoming Flashpoints in Global Anti-Racism Protests, in “Time”, 8 giugno 2020). Colston allarga poi il suo business e commercia schiavi col Sud America (circa 15.931 nel periodo 1714-1720). 

Il filantropo è in realtà un negriero. L’essere umano è disumanizzato al punto da divenire un bene mobile, carne umana, una merce di scambio su cui altri uomini rivendicano la proprietà. Un “article of property”, per usare la terminologia di Roger B. Taney, Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti per il caso Dred Scotto contro Sandford del 1857. Schiavismo e capitalismo vanno a braccetto.

Lo schiavismo è tuttavia un marchio di fabbrica dell’imperialismo vittoriano: “è stata la Gran Bretagna a industrializzare la schiavitù nera nei Caraibi, dare vita a sistemi di apartheid in tutto il continente africano, utilizzando l’appropriazione di terre, risorse e lavoro neri per combattere entrambe le guerre mondiali, servendosene di nuovo per ricostruire la pace”, come scrive la giornalista e attivista Afua Hirsch, una delle voci più lucide che mi sia capitato di leggere (The racism that killed George Floyd was built in Britain, in “The Guardian”, 3 giugno 2020). 

 

 

Eppure l’Inghilterra ha accumulato un ritardo rispetto agli Stati Uniti, dove da anni si studiano, ad esempio, gli archivi delle università più prestigiose per mettere in luce le ombre dei loro alumni. Penso all’archivio sulla schiavitù della Georgetown University, protagonista, nel 1838, di una vendita di 272 schiavi in possesso dei gesuiti, amministratori dell’università, per ripagare i debiti.

Le università inglesi sono invece più reticenti a mettere in luce i proventi economici ottenuti grazie alla tratta degli schiavi. “Questo in parte perché la storia dell’America è più difficile da nascondere, costringendola così a fare uno sforzo in più nel mettere in luce la sua eredità. La Gran Bretagna è, al contrario, ostacolata da un senso di distanza confortevole quanto malriposto. Si dice spesso che i Caraibi sono il profondo sud della Gran Bretagna – il territorio britannico dove la schiavitù, lo sfruttamento e la segregazione razziale, brutale al pari di quanto accadeva sul suolo americano, sono avvenuti per mano degli inglesi, riempiendo le tasche britanniche. Ma la distanza facilita la negazione, e la negazione si fa più profonda fino a diventare amnesia” (Afua Hirsch, Universities must follow Glasgow an own up to their role in the slave trade, in “The Guardian”, 18 settembre 2018).

Non sorprende così che sul suolo britannico manchi ad oggi un memoriale sugli africani ridotti in schiavitù (Britain was built on the backs of slaves. A memorial is the least they deserve, in “The Guardian”, 23 ottobre 2019), o un museo sull’Impero, sebbene esista dal 2007 un Museum of Slavery a Liverpool. 

 

Fare storia

 

I fatti di Bristol non sono insomma una rivolta circoscritta e scaturita da Black Live Matters, ma un piccolo grande passo in un percorso di giustizia e riconciliazione lungo e accidentato.

Ora, caduto Colston, rimosso il mercante Robert Milligan, che possedeva 526 schiavi in Jamaica, dall’Isle of Dogs a Londra, altre statue sono prese di mira. La prossima in lista sembra quella di Cecil Rhodes – che definiva l’imperialismo “philantropy plus 5 percent” – all’Oriel College dell’università di Oxford di cui è stato benefattore, sostenuta dal movimento sudafricano Rhodes Must Fall. O ancora Viscount Melville o Henry Dundas. Non manca chi se l’è presa con la statua di Winston Churchill, a causa, per dirne una, della carestia in Bangladesh nel 1943. 

 


I casi si moltiplicano a livello internazionale mentre scrivo questo articolo: Frank Rizzo, ex-sindaco italo-americano e razzista di Filadelfia; il re Leopoldo II, responsabile di un genocidio che ha mietuto tra i 3 e i 10 milioni di vittime, ad Anversa; due statue di Victor Schoelcher in Martinica, sebbene abbia decretato l’abolizione della schiavitù il 27 aprile 1848; tre statue di Cristoforo Colombo, una a Richmond (Virginia) finita nel laghetto di Byrd Park, un’altra a Boston e un’altra a Saint Paul (Minnesota). 

Navigatore ed esploratore per la comunità italo-americana, sterminatore per altri, Colombo era stato decapitato già nel 2017. Ma le proteste contro il genovese risalgono al XIX secolo, al punto che Columbus Day, che cade il 12 ottobre, è stato ribattezzato da diversi stati americani Indigenous Peoples Day.

Non si è salvata neanche la statua di Mahatma Gandhi, rimossa nel dicembre 2018 dal campus dell’Università del Ghana per le sue idee sugli africani in quanto esseri inferiori.

Torniamo a Bristol. Le statue tornano a cadere e altre statue cadranno – ed è giusto che sia così, perché a cadere non è solo una statua. “La rappresentazione di Edward Colston era altamente controversa e offensiva per molti, e nel buttarlo giù, è importante tenere a mente che non stiamo cancellando la storia, ma stiamo invece facendo la storia”, secondo una dichiarazione del museo della schiavitù di Liverpool (in Suyin Haynes, Monuments of Slave Traders, Genociders and Imperialists Are Becoming Flashpoints in Global Anti-Racism Protests, in “Time”, 8 giugno 2020). 

 

Fare storia: è a questo livello che, mi sembra, dovremmo ragionare. Un punto messo in chiaro dalla storica Charlotte Lydia Riley: “Gli storici non sono troppo preoccupati dalla minaccia che rappresenta la ‘riscrittura della storia’. Questo perché riscrivere la storia è la nostra occupazione, il nostro impegno professionale. Siamo costantemente impegnati in un processo di rivalutazione del passato e di reinterpretazione delle storie che credevamo di conoscere. [...] Il passato può essere morto, ma la storia è viva, e si costruisce nel presente”. Fino al commento sulla caduta della statua di Colson: “Questa non è una sinistra cancellazione della storia: è una rivalutazione della nostra storia basata su nuove prove e idee. Questa è storiografia” (Don’t worry about ‘rewriting history’: it’s literally what we historians do, in “The Guardian”, 10 giugno 2020).

 

 

Una mossa necessaria perché il razzismo coloniale, formalmente archiviato, sopravvive in diverse forme, come nello institutional racism, che include l’accesso al lavoro, all’istruzione, alla sanità, alla giustizia e ovviamente alla casa, come ha tragicamente dimostrato l’incendio della Grenfell Tower il 14 giugno 2017, dove 72 persone sono morte soffocate e carbonizzate nel quartiere quasi gentrificato di North Kensington. E sopravvive anche nei monumenti che ornano le città. 

Perché passeggiare all’aperto guardando, dal basso verso l’alto, statue erette in onore di colonialisti, razzisti, promotori di genocidi? Perché edificare, eroicizzare, mettere sul piedistallo – fisicamente e simbolicamente – esseri umani per cui comprare e commercializzare, torturare e uccidere schiavi faceva parte del loro modo di essere al mondo e nella società, del loro modo di compiere la volontà di Dio?

Come sostiene Kehinde Andrews, professore di black studies alla Birmingham City University: “Sono monumenti eretti per venerare queste figure, e se diciamo che vogliamo una società non razzista, non ci resta che sbarazzarcene. Le statue non riguardano la storia, le statue riguardano una certa versione della storia” (in ‘Get Rid of Them’: A Statue Falles as Britain Confronts Its Racist History, in “New York Times”, 8 giugno 2020).

Detronizzare una statua non vuol dire distruggerla ma riscrivere la storia, cioè quello che gli storici hanno sempre fatto, seguendo Charlotte Lydia Riley. Non è un atto iconoclasta ma getta le basi per una giustizia sociale e la riconciliazione. Non vuol dire distruggere la memoria collettiva, perché il problema è proprio questa collettività, segregante o, come si dice oggi, divisiva, tale da far passare uno schiavista per un filantropo.

 

Produrre immagini

 

Le statue tornano a cadere e altre statue cadranno, ed è giusto che sia così, dicevo. Non sono sordo alle critiche di chi, leggendomi, pensa che voglio buttare giù la Casa del Fascio di Como; che voglio bruciare i dipinti futuristi assieme ai film western; che, nato a Roma, voglio erigere monumenti a Remo brutalmente ucciso da Romolo; che sono un iconoclasta incosciente del ruolo della memoria culturale. Inutile nascondersi dietro un dito: il dibattito sulla statuaria e la toponimia, sul ruolo dell’arte pubblica, così come il processo di giustizia sociale e riparazione necessiteranno lunghe negoziazioni. E questo non solo perché i simboli che queste statue rappresentano non sono univoci; il filantropo e lo schiavista spesso convivono in Inghilterra come altrove, se pensiamo a Jules Ferry, colonialista e promotore della scuola pubblica, gratuita e laica in Francia. 

Occupandomi di arte contemporanea, credo ci sia un aspetto cruciale in questo dibattito che non va ignorato in Italia, ovvero il rapporto alla rappresentazione visiva e simbolica nella cultura inglese e americana.

 

Un paio di esempi eterogenei basteranno. Ricorderete, siamo nel 2002, il caso di John Ashcroft, procuratore generale durante la presidenza di George W. Bush. Un giorno si accorge che sopra la sua testa troneggiano i seni di Spirit of Justice, una statua di quasi quattro metri in alluminio parzialmente nuda sotto la toga, installata nella Great Hall del Robert F. Kennedy Department of Justice. Così durante i suoi discorsi e altri eventi trasmessi alla televisione la nasconde dietro un tendaggio chiamato TV blue e costato, pare, 8000 dollari (Maureen Down, A Blue Burka for Justice, in “New York Times”, 30 gennaio 2012). 

Un altro repubblicano voleva coprire le statue senza veli dei monumenti di Washington, con quelle turgide rotondità di pietra che lo turbavano o eccitavano più di un sito porno. Non è una questione di pruriginosi conservatori: la statua di Lady Justice, o Minnie Lou come è soprannominata, è ricoperta anche nel gennaio 2014 in occasione di un discorso di Obama.

 

In una cultura d’immagine come la nostra – dove, all’interno delle chiese, le sante sono raffigurate in estasi sensuali, i santi più venerati hanno le stigmate, i peccatori affondano in bagni di sangue, i fedeli venerano le reliquie –, posizioni come queste sono incomprensibili. Lo dimostra, a contrario, la pagliacciata di quei pannelli bianchi dietro i quali vennero occultate tette e culi marmorei dei Musei Capitolini di Roma durante la visita del presidente iraniano Hassan Rohani nel gennaio 2016.

Secondo esempio: a gennaio scorso l’università di Yale ha deciso di sospendere il suo rinomato corso Introduction to Art History: Renaissance to the Present, in quanto troppo improntato sul “canone occidentale”, per citare il celebre libro di Harold Bloom che proprio a Yale ha insegnato. Quel corso è “il prodotto di un gruppo di artisti prevalentemente bianchi, straight, europei e maschi” (Margaret Hedeman, Matt Kristoffersen, Art History Department to scrap survey course, in “Yale Daily News”, 24 gennaio 2020). Un canone, per inciso, che corrisponde alla collezione di opere della loro Art Gallery. La storia della pittura europea non è la storia dell’arte tout court, sostiene Yale, che appronta nuovi corsi alternativi: “Art and Politics”, “Global Craft”, “The Silk Road” e “Sacred Places”. 

 

Ripescare le statue

 

Quando scrolliamo la testa davanti alle statue che cadono, dovremmo forse interrogare anche la nostra cultura d’immagine – italiana, europea o occidentale – che genera tali reazioni. Immaginate la statua di un confederato minacciata dai manifestanti e protetta da un picchetto o un cordone della polizia perché manca una firma o perché la statua è un bene pubblico. La statua di uno schiavista protetta dalla polizia che, negli Stati Uniti, non esita a esercitare la violenza sulle minoranze. Io non me la sentirei di stare dalla parte della statua né di chi la protegge. O di proporre che basta giusto aggiungere una placca a mo’ di ammenda, di pezza riparatrice.

Per dirla con uno slogan che ha ritmato la protesta di Occupy Wall Street, “New Paradigm Under Construction. Please Pardon the Mess”: “Nuovo paradigma in costruzione. Perdonate il disordine”. Sì, ci sarà un po’ di disordine, perlomeno finché le statue dei Confederati resteranno al loro posto – e non ci sono ragioni per lasciarle lì dove sono. Ma “se non sei arrabbiato, ti sei distratto”, come recitava uno degli ultimi post di Heather Heyer, la ragazza che ha perso la vita a 32 anni durante le manifestazioni anti-naziste di Charlottesville, investita da una macchina in corsa guidata da un estremista di destra nell’estate 2017.

 

 

Ma, aggiungo, la statua di Colston va ripescata dal fondo del porto di Bristol, come le altre statue che in queste ore vengono annegate. Ripescarle non per issarle di nuovo sul loro piedistallo vacante né per ripulirle dalla vernice applicata dai manifestanti che da anni chiedevano pubblicamente la rimozione. Bisogna ripescarle per metterle in un museo, idealmente in un museo dello schiavismo, del colonialismo, del razzismo, dei genocidi, o anche nei musei comunali che ripercorrono la storia della città. O in un’istituzione simile al Parco degli eroi caduti a Mosca. Di certo non in un deposito sotterraneo o in un cantuccio dove scompariranno dalla vista del pubblico. In un museo non per proteggere il patrimonio (“our beautiful statues and monuments”, Trump dixit) secondo una mentalità conservatrice che fa dei musei dei mausolei volti esclusivamente alla patrimonializzazione di tutto ciò che è o suona antico.

Queste statue vanno collocate, al contrario, in una sala dedicata, dove sono ricostruite le contingenze storiche che hanno legalizzato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, una sala che diventa la memoria vivente di un’epoca trascorsa. E che include nella storia anche coloro che quella statua hanno disarcionato.

 

Se altre statue cadranno, non lasciamole arrugginire in mare, perché la storia non può essere rimossa come una statua. Una volta sbullonate dai loro piedistalli di gloria, andranno accuratamente conservate e valorizzate per quello che sono. Perché quei monumenti non ricordano il nostro passato razzista ma il razzismo del nostro presente. 

Lasciare la statua di Colston in acqua come un relitto negli abissi dell’oceano non vuol dire estirpare il razzismo o sbarazzarsi di un passato di oppressione, ma esporsi al rischio che questo passato riaffiori nei momenti più inaspettati. Come quel pomeriggio soleggiato al centro di Minneapolis. Solo un video clandestino – il cosiddetto copwatching – ha permesso di non liquidare quanto accaduto come l’ennesimo fatale incidente ma di chiamarlo per nome: un crimine.

 

Vedi anche 

Riccardo Venturi, Furia iconoclasta. Parte prima

Id., Anche le statue muoiono. Parte seconda

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