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Andy Warhol dappertutto

Andy Warhol sempre più interroga il presente, a cui ha lanciato segnali visionari, annunci di eventi destinati spesso ad avverarsi molti anni dopo la sua morte, avvenuta il 22 febbraio 1987. A trent'anni dalla sua scomparsa, non si contano ormai, in tutto il mondo le mostre, le monografie, le rivelazioni sull’artista che nel secondo Novecento è riuscito, meglio di chiunque altro, a entrare rapidamente nel Canone, riuscendo anche a sedurre il pubblico popolare, a farsi odiare dai benpensanti per il radicalismo del suo agire, eppure infine a farsi accettare con il suo mondo mai visto prima. Da poco è in libreria il gran volume Factory Andy Warhol, color d’argento, come la Factory tutta coperta di carta stagnola dalla dedizione certosina di Billy Name, per alcuni periodi servente, maggiordomo, tuttofare dello spazio e del suo proprietario, la prima edizione italiana delle foto di Stephen Shore (testi di Lynne Tillmann, Milano, Phaidon Press, 2016).

 

Il libro è la celebrazione di un apprendistato tumultuoso, quello per cui l’autore abbandonò il proprio itinerario scolastico per “fare il liceo e l’università” a fianco dell’artista, in due intensissimi anni, dal 1965, frequentando i set delle superstar e anche dando feste nella casa dei suoi, due signori borghesi di origine ebraica, che al momento dell’ennesimo round si stonavano di Seconal per andare a dormire, temendo lo scatenarsi degli eventi. Era quella l’epoca di All Tomorrow’s Parties, suprema trama di scialo dell’esistenza e splendore dell’istante, tra riff di sitar, che i Velvet Underground avevano dato alla voce gotica e seducente di Nico, quando i ritrovi erano quotidiani, tutte le sere c’era un altro evento immancabile a cui recarsi, in uno scambio continuo di arte e vita. Ormai gli studiosi di autobiografia hanno stabilito chiaramente come il maestro di Pittsburgh sia stato una grandiosa “occasione autobiografica”, un evento, culturale e umano, di cui tutti i testimoni hanno scritto e scrivono, talvolta con esiti di ridondanza, a caccia di quel sapore speciale degli anni ’60, che mischia nostalgia e ricordi.

 

Peraltro ormai l’artista delle Lattine Campbell è quello più spesso portato al cinema, tra i maestri del Novecento, con interpreti diversissimi, tra cui spicca senz’altro il magnifico, inquietante, intervento di David Bowie in Basquiat di Julian Schnabel del 1996. In questo libro pieno di interviste manca decisamente la voce di Lou Reed, che dopo le mirabili Songs for Drella, stupenda biografia cantata, firmata insieme all’amico John Cale (uscita nel 1990), poco dopo la scomparsa di colui che aveva guadagnato quel micidiale nomignolo (metà Dracula e metà Cenerentola), si è spesso rifiutato di intervenire sul tema. L’elemento che lega le foto di Shore, come quelle coeve di Billy Name, è l’epifania dei personaggi sullo sfondo delle pareti d’argento. Inflessibile, la ruota della celebrità (i famosi “quindici minuti di fama” warholiani) ha posto di fronte all’obiettivo persone che non hanno più avuto chance di entrare nella memoria collettiva. La stessa impressione colpiva alla visione dei Thirtheen Most Beautiful, raccolta di screen tests musicati qualche anno fa dal duo Dean e Britta, in cui celebri e ignoti stavano fianco a fianco. Edie Sedgwick specialmente si incide nello sguardo: le sue intemperanze di “povera ragazza ricca” (come recitava il titolo di un film warholiano), la tentazione della moda, le sperimentazioni con le droghe e con l’arte, tutte le volte che usciva dalle cliniche psichiatriche specializzate in cui la famiglia, di tanto in tanto la chiudeva.

 

 

Restaurant (in cui era sempre una superstar) era girata a L’Avventura, locale alla moda, il cui nome era ispirato al film di Michelangelo Antonioni (popolarissimo in quegli anni nel Village, come ribadisce il notevolissimo memoir di un amore maledetto Sylvia di Leonard Michaels, da poco pubblicato da Adelphi, pp. 129, € 16). E poi, tra i tanti, lo scontroso Gerard Malanga, a cui Jim Morrison “soffiò” il look di pelle nera (così almeno diceva l’interessato, ma lo ribadiva anche la sua collega di performance Mary Woronof). Negli scatti di Shore ha spesso una frusta in mano, con cui poi venne in Italia. Da noi il suo legame con Warhol, di cui fu a lungo collaboratore, è anche connesso a un’opera di discussa autorialità, una serigrafia che clamorosamente rappresentava Che Guevara, presentata all’Attico a Roma, per poi sparire subito dopo (al tema era dedicata qualche anno fa una mostra-studio al Warhol Museum di Pittsburgh). Nico, Ondine, Rod La Rod, Brigid Berlin, Viva, Ultra Violet, Benedetta Barzini (a cui sarebbe l’ora a Milano di dedicare una mostra fotografica, essendo comparsa di fronte agli obiettivi di molti dei maggiori fotografi del Novecento) compaiono uno dopo l’altro. Ballano, cantano, fissano, hanno spesso le magliette marinier, a righe, che facevano tanto Francia, e gli occhiali scuri per non far vedere tutti i segni che, festa dopo festa, si marcavano sotto le palpebre.

 

Tra droghe e alcool, influssi orientali e pane azzimo, pillole dietetiche e Quaalude, tutti sono magrissimi e dinamici, salvo poi accasciarsi sui divani in attesa del prossimo pusher. E poi, una alla volta, o insieme arrivavano le regine della notte, le drag queens, di cui per primo Warhol ha intuito il ruolo di moderne sciamane, e pizie profetiche. Candy Darling, Jackie Curtis e Holly Woodlawn, magnifiche in Women in revolt, vennero tutte immortalate da Lou Reed in Take a walk on the wild side. Alla Factory si è data una versione convincente di moderno laboratorio estetico, che si basava in primo luogo su una complessa alchimia degli incontri, su un continuo interscambio di esperienze. Nei cinque anni della Factory (con cambi di luogo e adattamenti) che dal dicembre 1963 corsero selvaggiamente fino al 3 giugno 1968, data in cui Valerie Solanas attentò alla vita dell’artista, tutti cercarono di stare per un giorno, per un’ora, per il tempo di un party o per l’acquisto di una serigrafia, in quello spazio, che via via cambiava forma e colore. Quella era la vera stanza della metamorfosi per una intera generazione, in cui molti sentivano, per via allucinogena o per forza di semplice suggestione, di poter vivere l’esperienza di Alice (nel paese delle meraviglie e attraverso lo specchio), nel momento in cui il personaggio di Carroll era l’icona perfetta per una generazione che si cercava tra funghi e pillole magiche, come riassunsero mirabilmente i Jefferson Airplane nella loro White Rabbit, del 1967.

 

Non è un caso, comunque, che la contestazione radicale, visionaria e spesso fascinosa di SCUM (che ha sedotto in anni recenti anche Michel Houellebecq) potesse andare in scena solo nelle ampie sale dove una intera generazione di artisti ha rappresentato la propria continua messinscena. La Factory era il luogo in cui si mettevano a prova comportamenti e azioni che poi rapidamente diventavano mainstream. La prova più clamorosa di questa linea è la scena della festa di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger (1969), dove tutto il mondo warholiano è in scena come momento di una visione onirica, distorta, della vita metropolitana, come un' aggiornata versione di Hyieronymus Bosch. Jon Voight, magistrale nello scolpire il personaggio del marchettaro Joe Buck (a partire dal notevole romanzo di James Leo Herlihy, uscito per la prima volta in Italia nel 1966, con il titolo originale, assai più allusivo: Cowboy di mezzanotte), rimane abbacinato di fronte a uno spettacolo son et lumiére psichedelico, in cui compaiono bellissime dame, provocatorie quanto fascinose. E poi come ci parla oggi, nell’era del controllo delle comunicazioni, del quotidiano che diventa forma d’arte social, quella smania di registrare tutto, di trasformare le conversazioni di ogni giorno in materia d’arte, come accadeva nell’esperimento metanarrativo, di notevole interesse, A, summa aberrante di chiacchiere sul contingente e sull’assoluto, uscito da Newton Compton nel 1998. Bobine che giravano incessantemente, macchine fotografiche che registravano volti in fuga, cineprese che erano pronte a cogliere l’essenza del prossimo personaggio: in attesa del prossimo screen test. Tra le tante foto di Stephen Shore brilla quella della strepitosa Mama Cass, voce d’angelo oversize dei Mamas & Papas, accasciata su una sedia in attesa dell’arrivo messianico di Andy e della sua troupe.

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