Asperger: la sorte di un nome

Scriveva Nietzsche in La gaia scienza che “comprendere […] che sono indicibilmente più importanti i nomi dati alle cose di quel che esse sono”, era la cosa che gli era “costata sempre e [gli] costa[va] ancora il più grande sforzo”. Il nome conta. 

Un tempo accadeva che alti prelati e mistici lasciassero il mondo in odore di santità, per poi essere esumati, processati come eretici e quindi arsi sul rogo. Qualcosa di simile è accaduto di recente a Hans Asperger. Nel maggio del 2013 viene pubblicata la quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, e il board dell’Associazione degli psichiatri americani decide di accorpare la sindrome di Asperger, accolta nella quarta edizione del DSM nel 1994, allo spettro autistico, come sua fascia alta, senza compromissione cognitiva. La parabola della fortuna della sindrome era in piena ascesa, aveva ormai travalicato i confini della diagnostica psichiatrica per trasformarsi in un fenomeno culturale globale interessantissimo, ma che sembrava destinato ormai a esaurirsi, a essere riassorbito nella categoria madre dell’autismo.

 

 

La sindrome di Asperger era scomparsa per il discorso psichiatrico che l’aveva generata, ma continuava a proliferare in libri, fiction, gruppi sui social network, poi nel 2018 il processo a Asperger, e il rogo. Degli atti del processo vengo a parlare, nella forma del libro recentemente tradotto di Edith Sheffer I bambini di Hans Asperger: La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista.

Urge una premessa inutile, ovvero spiegare per quale ragione un clinico austriaco non particolarmente eminente, certamente per nulla rispetto a suoi colleghi coevi giganti dello spirito come Freud, Jung, Clérambault, Janet o Kretschmer, goda tutt’oggi di una visibilità straordinaria sulla ribalta sociale. E la ragione è l’emergenza dell’autismo come fenomeno clinico e culturale. L’anno assiale è il 1943, in cui un sintomo individuato da Eugen Bleuler nel 1911 come correlato alla sua scoperta, la schizofrenia, e che faceva indice alla ritrazione dal mondo, diviene in due distinte parti del mondo, negli Stati Uniti con Leo Kanner, padre della pedopsichiatria americana, e a Vienna, appunto con Hans Asperger, una condizione specifica, nel caso di Kanner in presenza di grave compromissione cognitiva, assente invece in quello di Asperger. L’autismo di Kanner rimase per decenni una patologia abbastanza rara, quello di Asperger dimenticato fino agli anni Ottanta, quando una psichiatra infantile inglese, Lorna Wing, riscoprì i suoi articoli e propose di chiamare col suo nome, sindrome di Asperger appunto, ciò che egli aveva chiamato “psicopatia autistica”. Negli anni successivi la diagnosi di autismo cominciò a entrare in una curiosa risonanza con la contemporaneità, a diffondersi fino alla canonizzazione, con l’inserimento nell’ICD nel 1992 e nel DSM 4 nel 1994.

 

 

Ormai diagnosi accreditata, la sindrome di Asperger comincia a proliferare nel discorso pubblico fino a uscire dai manuali diagnostici per diventare un fenomeno complesso e straordinariamente variegato. Alcune tappe sono la pubblicazione di Un antropologo su Marte di Oliver Sacks, che diede visibilità globale alla prima advocate della sindrome, Temple Grandin, l’apparire di testimonianze di persone che si sono riconosciute nella condizione, come Jim Sinclair e Marc Segar, ma soprattutto la diffusione globale del discorso, prima in bbs, poi in mailing list e blog e ora sui social network, cosa che ha portato una delle prime autrici ad aver affrontato in prospettiva teorica la sindrome, nonché ideatrice nel 1998 del fortunato termine “neurodiversità”, l’australiana Judy Singer, ad affermare che la scoperta di Internet è stata per gli autistici un evento fondamentale, come quella del linguaggio dei segni per i Sordi a fine Settecento, è ciò che in sostanza che ha permesso il costituirsi di una soggettività collettiva. Un fenomeno correlato è una iperproduzione culturale a tema, con bestseller, come Il mistero del cane ucciso a mezzanotte di Marc Addon, film, tantissimi, ormai quasi un genere, e fiction televisive, ultima in ordine di tempo, The good doctor. Insomma, una diagnosi dalla fortuna straordinaria, a monte di un fenomeno sociale, l’emergenza delle problematiche relazionali come discorso pubblico, che ha attivato anche il discorso critico accademico, tanto che oggi i Critical Autism Studies sono uno degli ambiti settoriali più significativi di uno dei fronti più interessanti delle scienze sociali attuali, i Disability Studies. Cacciata dal DSM da cinque anni ormai, la sindrome di Asperger insiste comunque nel discorso pubblico e la sua visibilità non smette di crescere.

 

 

Vediamo brevemente ora di cosa in effetti si tratti quando si parla di sindrome di Asperger e di autismo. Una risposta fondamentale è che non è un’entità clinica, con un’eziologia, una prognosi, una cura. Viene considerata il portato di una specificità nel neurosviluppo, forse con una base genetica, quantunque non individuabile e condizionata da contingenze epigenetiche, che si esprime in un orizzonte surdeterminato di modalità di relazione non conformi alle attese dell’altro nell’interazione in presenza. Lorna Wing aveva individuato la “triade dell’autismo”, che ancora è la base dell’individuazione diagnostica, e che consiste in compromissione qualitativa dell’interazione sociale, compromissione qualitativa del linguaggio e interessi intensivi e stereotipati. Ovvero modalità di interazione percepite come non conformi alle attese sociali, cosa che accorpa in una diagnosi persone assolutamente differenti tra loro almeno quanto lo sono rispetto al resto dell’umanità. Ciò ha portato Ian Hacking, autore straordinario che alla condizione ha dedicato un anno di lezioni al Collège de France e numerosi articoli, a ribadire in ogni occasione che quando conosci un autistico, conosci un autistico, e non l’autismo. Hacking ha criticato inoltre la definizione di “spettro autistico”, in quanto lineare e monodimensionale, proponendo in alternativa quella di “spazio autistico”, inteso come multidimensionale, manifold. Nella sostanza, ad essere diagnosticati sono individui che assecondano modalità comunicative ed esistentive peculiari e non conformi, come da titolo di un libro abbastanza recente che riprende il tema di Ian Hacking degli human kinds, “tipi umani particolarmente strani” (Valtellina, 2016). Un’ultima nota sullo specifico della sindrome di Asperger, tra tutte le condizioni individuate dal DSM è l’unica con connotazioni positive, tanto che per individuare chi ci si ritrova è stato creato un vezzeggiativo, “aspie”, cosa assolutamente inedita per una diagnosi psichiatrica.

 

 

Ciò detto, vengo al libro del rogo. Edith Sheffer è una storica, come moltissimi tra quanti si sono occupati di autismo, la sua dedizione procede da un’interpellazione diretta, essendole stato diagnosticato il figlio. Il libro è apparso nella primavera di quest’anno nel mondo angloamericano, generando immediatamente un vivace dibattito, tanto che dopo pochissimi mesi è apparso in traduzione. Tratta della relazione di Hans Asperger con il regime nazista e l’Aktion T4, il programma di eliminazione delle persone disabili, “Lebenunwertes leben”, vite indegne della vita. Sul tema dell’Aktion T4 sono già state pubblicate varie opere, tra queste Le origini del genocidio nazista di Henry Friedlander e il romanzo documentario I prescelti di Steve Sem-Sandberg, quest’ultimo esattamente centrato sull’istituto al centro della ricerca della Sheffer, lo Spiegelgrund di Vienna, il luogo in cui avveniva l’eliminazione fisica dei bambini disabili secondo le direttive dell’Aktion T4. Non è nemmeno la prima volta che il nome di Asperger viene associato al nazismo, in conclusione a un libro collettivo da lui curato sulla diagnosi differenziale tra sindrome di Asperger e autismo ad alto funzionamento, Eric Schopler, ideatore del metodo di intervento TEACCH, propone la defenestrazione di Asperger per possibili connivenze col Terzo Reich (Schopler, 2001), ma la proposta non era supportata da una ricerca storica che comprovasse le accuse. Di ciò ha provato a farsi carico la Sheffer, appoggiandosi sulla documentazione recentemente portata alla luce dallo storico Herwig Czech (Czech, 2018), in effetti, il libro della Sheffer è una diluizione romanzata delle ricerche di Czech, ne segue l’argomentazione e sviluppa intorno a questa una serie di congetture e supposizioni, ipotizzando dalle tracce storiche e dalle cartelle cliniche consultate profili e dinamiche psicologiche dei protagonisti e dei loro aguzzini.

 

 

Nella sostanza, a Asperger vengono rimproverate una serie di colpe, in primo luogo di aver saccheggiato per le proprie pubblicazioni, senza citarne l’origine, il lavoro di colleghi, Georg Frankl e Anni Weiss, costretti all’esilio e approdati in America alla John Hopkins da Leo Kanner (suggerendo così che non di sincronicità si sia trattato, ma della migrazione delle idee a monte delle sue pubblicazioni). Inoltre di aver tratto vantaggio per la propria carriera dalla cacciata dei colleghi di origine ebraica, ma soprattutto la colpa veramente infamante che gli viene imputata è la connivenza con le direttive del regime per l’eliminazione dei bambini disabili, la cooperazione al progetto di sterminio Aktion T4, facendo egli parte di commissioni delegate alla selezione dei candidati all’invio allo Spiegelgrund, e di conseguenza all’eliminazione fisica. Più che come un elemento organico al progetto, molti colleghi e superiori lo erano, Asperger viene dipinto come un opportunista che asseconda le direttive senza opporre resistenza, ogni traccia della sua vita, non solo professionale, viene riletta come testimonianza di una acritica connivenza con il regime nazista. La stessa partizione tra bambini autistici intelligenti da riportare sulla retta via dell’integrazione sociale, oggetto della sua tesi, e bambini gravemente compromessi, corrisponderebbe per la Sheffer al mandato nazista alla soppressione di chi non fosse in possesso dei requisiti per contribuire alla maggior gloria del Volk germanico. Le congetture relative al periodo dei primi anni di guerra possono talvolta apparire plausibili, meno quando la Sheffer legge le lettere dal fronte croato, Asperger nel 1943 lascia la clinica pediatrica per servire come medico da campo, in cui, anziché entrare nel merito delle atrocità che avvenivano in uno dei luoghi in cui il conflitto è stato più violento, racconta paesaggi ameni e situazioni quotidiane, traendone spunti per continuare a insinuare l’idea che fosse un opportunista meschino. La Sheffer vede inoltre nelle dedizioni professionali successive alla guerra, con varie pubblicazioni relative alla psicologia di bambini malati terminali, come tentativi ulteriori di giustificare su un piano religioso e morale la loro morte precoce, evidentemente per lavarsi la coscienza per la propria condotta durante il regime nazista.

 

 

Alcune mie deduzioni mi hanno portato a cogliere alcune debolezze del discorso dell’autrice che possono passare inosservate. Quando Edith Sheffer afferma “In questo libro vogliamo proporre una nuova chiave di lettura del Terzo Reich: un regime basato sulla diagnosi” (p.17), lascia trasparire una scarsa conoscenza della storia della psichiatria e della catalogazione delle problematiche cognitive, evidentemente si è occupata esclusivamente dell’ambito germanico e del periodo in questione, trascurando la letteratura sull’argomento, invero assolutamente interessante, come i testi ormai classici di Trent (1994) e McDonagh (2009), tra molti altri. Quando poi afferma che “Quasi tutti i bambini morti allo Spiegelgrund – tre su cinque – avevano ricevuto vaghe diagnosi di “imbecillità”e “idiozia””, sembra ignorare la storia delle due diagnosi. L’idiozia era, con malinconia, delirio e demenza, una delle quattro categoria nosologiche di Pinel, e tutta la psichiatria dell’Ottocento, da Esquirol e allievi a Sollier e Binet, si è accanita a mappare le due diagnosi, che resteranno nell’ICD fino all’ottava edizione, degli anni Cinquanta del secolo scorso. In effetti, la finalità limitata del volume, trattare di come si sia attuato in Austria lo sterminio dei bambini disabili, e del ruolo eventuale di Hans Asperger, fa perdere di vista come quel capitolo sia assolutamente in linea con quanto avveniva nel resto del mondo occidentale. La sterilizzazione delle persone disabili, praticata allo Spiegelgrund, è stata attuata sistematicamente anche dopo la guerra nei paesi occidentali, fino alla metà degli anni Settanta in nord europa. Una decina di anni fa, con un gruppo di colleghe/i eccellenti, avevo partecipato a una ricerca sull’istituzionalizzazione delle disabilità relazionali nelle cartelle cliniche dell’ex frenocomio di Venezia, sull’isola di San Servolo (1874-1939). Era agghiacciante vedere come bambini disabili relazionali, individuati come idioti e imbecilli, finissero accorpati con sifilitici, deliranti, pellagrosi e folli criminali, e come per lo più la loro degenza non durasse oltre qualche mese, finendo poi tutti morti per cause dubbie, polmoniti, gastroenteriti, marasma (Capararo, Russo, Valtellina, 2013). Temo che alla luce della storia, una lettura come quella della Sheffer rischi, malgrado le intenzioni, di occultare l’enormità dello specifico della relazione del Terzo Reich alla disabilità, ovvero la sua soppressione come progetto politico pianificato razionalmente.

 

Personalmente non porto a Asperger alcuna affezione particolare, è risaputo che era un cattolico conservatore, non quindi un rivoluzionario o uno spirito antagonista. È risaputo anche che non è mai stato membro del partito nazionalsocialista, a differenza di tutti i colleghi, per cui non è stato messo in questione dopo la guerra. La sua sovraesposizione attuale, più che di suoi meriti particolari, è il portato di curiose contingenze, la riscoperta di Lorna Wing negli anni Ottanta, la centralità del discorso sulle problematiche relazionali nel tempo presente, caratterizzato in modo fondamentale dalla comunicazione come chiave di cittadinanza. Ciò detto, Asperger è diventato un significante relativamente autonomo dalla figura storica di Hans Asperger, e forse è proprio nel nome, nelle prime tre lettere, ASP, in particolare, che dobbiamo cercare parte della sua fortuna. Ho accennato che quanti si sono, o sono stati, riconosciuti nella sindrome, si individuano tra loro con il termine vezzeggiativo “aspie”, a volte come aspidi o asparagi, più di tre lustri fa avevo realizzato con Fabrizia Bugini del Gruppo Asperger Onlus un libretto esplicativo delle caratteristiche della sindrome il cui protagonista era il fantasmino Casperger, lo “spettro autistico”, un gruppo ormai storico sui social media che tratta di comicità e sindrome, si chiama Aspironia, un genitore, Ugo Parenti, per divulgare consapevolezze sulla condizione, ha creato il personaggio dello “gnomo Aspirino”, anni fa avevo trovato in un blog il riferimento a una mailing list di persone con sindrome di Asperger e diabete, si chiamava Aspartame. Un nome che si presta benissimo a derive buffe.

Molti dei soggetti più impegnati sul fronte della divulgazione delle caratteristiche della sindrome si sono espressi in modo abbastanza perentorio sul libro della Sheffer, tra questi Christopher Gillberg, Walter Heijder e l’australiano Tony Attwood, e un’amica mi raccontava che anche Steve Silberman, autore di NeuroTribù (Silberman, 2016), in una comunicazione privata, sosteneva a sua volta la necessità di continuare a parlare di sindrome di Asperger. La cosa resta comunque controversa, sono incappato in varie discussioni su gruppi a tema nei social network che si sono risorte in flame. Io non partecipo ad alcuno schieramento, la cosa importante è che prosegua la divulgazione delle consapevolezze sulle particolarità esistentive, relazionali, emotive, sensoriali di molte persone, per evitarne la stigmatizzazione e la deriva sociale e valorizzarne le risorse, talvolta straordinarie. A quello fa segno la sindrome di Asperger, all’apertura al non conforme alle attese nell’interazione in presenza. Progetto di coscientizzazione sociale meravigliosamente espresso da René Char in un famoso frammento caro a Michel Foucault.

 

Patetici compagni che a stento mormorate, andate con lampada spenta e restituite i gioielli. Un mistero nuovo vi canta nelle ossa. Sviluppate la vostra legittima stranezza.

 

Per saperne di più

Chzech, Herwig (2018), Hans Asperger, National Socialism, and “race hygiene” in Nazi-era Vienna

Friedlander, Henry (1997), Le origini del genocidio nazista, Roma, Editori Riuniti.

McDonagh, Patrick (2009), Idiocy: a cultural history, Liverpool, Liverpool University Press.

Russo, Concetta; Capararo, Michele; Valtellina, Enrico (2013), A sé e agli altri: Storia della manicomializzazione dell’autismo e delle altre disabilità relazionali nelle cartelle cliniche di S. Servolo, Milano, Mimesis.

Sheffer, Edith (2018), I bambini di Hans Asperger: La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista, Venezia, Marsilio.

Sacks, Oliver (1995), Un antropologo su marte, Milano, Adelphi.

Schopler, Eric; Mesibov, Gary B.; Kunce, Linda J. (2001), Sindrome di Asperger e autismo high-functioning: Diagnosi e interventi, Spini di Gardolo, Erickson.

Sem-Sandberg, Steve (2018), I prescelti, Venezia, Marsilio.

Silberman, Steve (2016), NeuroTribù, Milano, NSWR.

Trent, James W. (1994), Inventing the feeble mind: A history of mental retardation in the United States, Berkeley, University of California Press.

Valtellina, Enrico (2016), Tipi umani particolarmente strani: La sindrome di Asperger come oggetto culturale, Milano, Mimesis.

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