Baggio senza magia

Alla base di tutto c’è l’affetto, se non l’amore, che ciascuno di noi prova per Roberto Baggio. Questo sentimento (credo) muove gli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e la regista Letizia Lamartire; questo sentimento sta muovendo tutti quelli che in queste settimane (Il Divin Codino è uscito su Netflix il 26 maggio) si sono precipitati a guardarlo. Non sono esente da questo sentimento, perciò ho dovuto concentrarmi molto per approcciare il biopic come uno che sta andando a guardare un film e non una partita, non una somma sintetica di molte partite, di molti gol. Mi sono seduto davanti al televisore con in mano il taccuino e ho cominciato a guardare, prendendo appunti senza schiacciare il tasto “pausa” come se fossi al cinema, come se fossi allo stadio. Sapevo che le scelte della regista e degli sceneggiatori indirizzavano la storia in maniera molto precisa: non avrei visto un film sulla carriera di Baggio, ma sull’uomo e su alcuni fatti, momenti, che ne hanno indirizzato la carriera. Sapevo, perciò, che ai miei occhi sarebbe mancato qualcosa e che forse non sarebbe stato così importante. Non è andata proprio così.

 

Il racconto attraversa tre grandi blocchi narrativi. Il primo parte dal Baggio del Vicenza: la prima scena lo vede bambino che, nell’officina del padre, calcia un rigore nella finale dei Mondiali, l’immagine si sovrappone a quella del rigore fallito contro il Brasile a Usa ’94; è un buon modo per entrare nella vita, nei sogni e nei tormenti di Roberto Baggio. È il 5 maggio del 1985. Il fuoriclasse sta per passare alla Fiorentina, che lo ha acquistato per due miliardi e settecento milioni: nell’ultima partita che disputa con il Vicenza (contro il Rimini allenato da Sacchi), si infortuna in maniera molto grave, la carriera rischia di essere compromessa. In questa prima fase, il film mette in risalto il complicato rapporto con il padre, interpretato da uno straordinario Andrea Pennacchi. La famiglia Baggio è numerosa, il padre non fa sconti, predica la cultura del lavoro, non concede mai un “bravo” e non si scompone per il passaggio alla Fiorentina. Ma le espressioni di Pennacchi ci dicono altro, ci dicono l’amore e la preoccupazione per l’infortunio. Sarà proprio il papà ad accompagnarlo a Firenze ancora in stampelle. 

 

 

I primi mesi nel capoluogo toscano sono duri, ma sono quelli dell’avvicinamento al buddismo, aspetto fondamentale della vita di Baggio e, di conseguenza, della carriera. Del periodo alla Fiorentina, come quello successivo alla Juventus (molto lungo) non vediamo niente. Il primo blocco temporale si chiude con la prima convocazione in Nazionale. La scena successiva apre con i Mondiali del ’94, un deciso salto temporale. Restano fuori momenti meravigliosi di Firenze, il lungo periodo alla Juventus, le controversie con Lippi – l’allenatore con cui Baggio ha legato meno – i Mondiali del 1990, in cui è stato forse il miglior calciatore. 

 

Il film nella parte centrale funziona abbastanza bene perché la tensione tra Baggio e Arrigo Sacchi è restituita in maniera credibile (forse avrebbe meritato qualche dialogo migliore). Andrea Arcangeli è bravo nel ruolo del protagonista, mentre Antonio Zavatteri, che fa Sacchi, è eccessivamente caricaturale, seppur in una parte non comoda. L’allenatore che emerge pare molto distante dall’Arrigo di Fusignano. Stando ai ruoli, quello di Andreina, compagna di tutta la vita di Baggio, è interpretato molto bene da Valentina Bellè (che è stata la Dori Ghezzi nel film su Fabrizio De André, Principe libero). Andreina è stata la forza e il conforto del campione in ogni istante. I Mondiali del ’94 sono il cardine del film, e nel racconto pare mancare qualcosa – ma è più una sensazione che un dato di fatto.

 

Il passaggio successivo ci porta al 2000: mancano perciò i periodi al Milan, al Bologna e all’Inter. È estate, il calciatore è senza squadra e ha un desiderio: andare di nuovo ai Mondiali, quelli del 2002. La salvezza/speranza arriva dal Brescia allenato da Carlo Mazzone, per Baggio sarà una nuova rinascita, gioca un’annata straordinaria e la squadra finisce all’ottavo posto. Qualche mese dopo Baggio strappa una promessa a Trapattoni (allenatore dell’Italia al tempo): «Se stai bene ti convoco». Sarà una grande delusione: Baggio si infortuna di nuovo, i medici come tempi di recupero danno sei mesi (fuori tempo massimo per i Mondiali); Baggio rientra dopo soli 77 giorni, confermando la sua testardaggine e forza. Molto bella la scena in cui Andreina e il padre sono in giardino, entrambi hanno paura di guardare la partita, ma Baggio segna due gol. Ai Mondiali, però, il Trap non lo porterà.

Dal film viene fuori un Baggio sofferente, più infelice che felice. Ha sempre dovuto lottare contro gli infortuni, contro gli avversari, contro gli allenatori. Ha giocato a lungo senza ginocchia, c’è stato un tempo in cui vederlo saltare gli avversari ci è parso il modo in cui alleviava il dolore. Sembrava sempre che non fosse adatto per un cambio di schema, per una questione tattica, eppure era un fuoriclasse. Tutto questo lo sappiamo, ma non lo capiremmo dalla pellicola. Non fino in fondo, almeno. Mazzone (Martufello) ripete: «Baggio fammi ride’», ed è l’unico che lo ha capito davvero. 

 

 

Mentre scorrono i titoli di coda ci si domanda perché è ancora così vivo l’interesse per un calciatore come Baggio, tale da farci un film. Lo stesso quesito che mi sono posto alla fine del doppio racconto della storia di Totti di qualche mese fa: Mi chiamo Francesco Totti (documentario) e Speravo de morì prima (serie TV). Nel caso dell’ex fuoriclasse della Roma la risposta è più semplice. Vince il documentario, e perché? Perché c’è il Totti vero, ci sono i gol. Nella serie TV, invece, ci sono vari punti deboli, alcuni del tutto speculari a quelli che troviamo in Il Divin Codino. L’attenzione è alta, sono campioni che abbiamo molto amato, calciatori straordinari. La loro storia è ancora molto vicina alla nostra, ha senso che vengano raccontati. Però il rischio di fallire è alto. C’è un filone di libri di narrativa sportiva e di biografie di atleti che funziona benissimo, perché alla necessaria parte romanzata non vengono mai sottratte le gesta, non viene mai sacrificato il gol. Ci interessa il rapporto di Baggio con il padre? Sì. Ci riguarda, però, molto di più il calciatore che vola leggero palla al piede e segna contro la Cecoslovacchia a Italia ’90.

 

Ecco perché Il divin codino è un biopic riuscito solo in parte. La figura di Baggio è umanamente centrata, l’uomo è quello: controverso, testardo, complesso – anche se non si vede, per esempio, il Baggio capace di fare battute. Si scorge troppo poco il campo. Il gol con cui Baggio nel 1989 segnò al San Paolo, scartando mezzo Napoli, facendo capire per la prima volta chi fosse sul serio, avrebbe meritato una citazione. Si può dire di un film che è buono anche se noioso? Forse sì, forse no. La scena più commovente è quella raccontata più sopra, il momento del ritorno in campo nel 2002, dopo l’infortunio. E l’altra, quella delle ultime battute con il padre, in cui vengono dette cose sospese da molto tempo. Poi nei titoli di coda, c’è il Baggio vero, che si abbraccia con Maldini, prima di uscire dal campo, nel giorno del ritiro. E a quel punto possiamo piangere un’altra volta.

 

La scelta di attraversare solo alcune fasi della carriera di Baggio funziona nella misura in cui ci mostra il suo essere incompiuto, l’aver vinto poco. Tutto sommato, Baggio tende a somigliarci. Non paga, invece, dal punto di vista propriamente sportivo, resta il dubbio che forse si poteva tenere lo stesso taglio cinematografico, includendo magari alcuni momenti di gioco: qualcosa degli anni viola, di quelli alla Juve, dello straordinario periodo al Bologna, quello per cui Stefano Piri, nel suo Roberto Baggio. Avevo solo un pensiero (66thand2nd), scrive: «Baggio accede a quello stato di grazia frequentato solo da un campione o due per generazione, in cui gli avversari possono fare poco o niente per arginarlo, e si limitano a contenere i danni collaterali come si fa con i grandi fenomeni naturali». Ecco, il “fenomeno naturale” nel film è assente. Dentro Il Divin Codino manca la magia: un vero e proprio controsenso. Ed è un peccato, sarebbero bastati venti minuti in più, tre quattro scene, un dribbling riuscito, un pallonetto.

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