raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.

 

Nus (a cura di Fulvio Carmagnola, filosofo, e Matteo Bonazzi, filosofo e psicoanalista)

 

Questo testo riporta le discussioni dei partecipanti al Tavolo “Nus”, presso la Casa degli Artisti di Milano a partire dalle domande poste da Doppiozero

Nus” (come la noce, in milanese, ma foneticamente identico al sostantivo greco nous – “mente”, “intelligenza”) è un progetto continuativo sviluppato in collaborazione con “Orbis Tertius, Gruppo di ricerca sull’immaginario contemporaneo” dell’Università di Milano Bicocca, e “Clac, Clinica dell’adolescenza contemporanea”, di cui fanno parte filosofi, psicanalisti, pedagogisti e studiosi di scienze umane. Matteo Bonazzi, che coordina i lavori del gruppo, ha curato la redazione definitiva del testo che proponiamo.

 

1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.

 

D – Prima di tutto credo che le risposte “a caldo” non siano quasi mai buone risposte, indicano piuttosto un atteggiamento di reazione immediata corrispondente a questo clima frenetico e frettoloso, a questo tono generale che si potrebbe chiamare di ossessione rassicurativa. Forse la risposta più saggia sarebbe, “non lo sappiamo”, ci vuole tempo. Ma il nostro è il tempo della reazione convulsiva, in cui una risposta immediata rischia di essere prevalente espressione di un sintomo. Piuttosto che azzardare previsioni, forse è meglio riflettere su quello che si vede e si sente, che si percepisce stando attenti. 

B – Vorrei notare innanzitutto che le misure che sono state adottate su scala planetaria investono i nostri corpi. Le strade mai come ora si rivelano per quello che sono: collegamenti tra corpi, non tra luoghi. Ipostasi di relazioni, che adesso sono vuote, perché le relazioni non devono esserci. Sono tracce segnate dal flusso dei corpi. E quasi tutti i luoghi sono fatti per molti corpi, luoghi di aggregazione o almeno di passaggio. I luoghi destinati a una persona sola sono destinati a coloro che rappresentano un pericolo per gli altri: sono i dispositivi di disciplina di cui parlava Foucault. Ma ora, improvvisamente tutti sembriamo ributtati dal dispositivo di controllo, quello “dolce” della sorveglianza a distanza, a ciò che sembra tornare indietro nel tempo, al dispositivo disciplinare vero e proprio. 

D – … un salto indietro nel tempo!

B – Sì: è proprio il corpo di ognuno di noi quando si muove, quando esce dallo spazio di sicurezza, che si espone alla sorveglianza. 

D – “Sicurezza” e “confinamento” coincidono.

B – E così, fuori casa il “corpo proprio” diventa una fonte di disagio che aumenta in prossimità di altri corpi. Per aumentare la distanza, quando si teme possa non essere sufficiente, come quando ci si incrocia su uno stesso marciapiede, si evita di guardarsi. Persino lo sguardo che di per sé è un avere a distanza, avvicina troppo. Come questa crisi del corpo si evolverà e che cicatrici ci lascerà? Riusciremo a riappropriarci di un contatto privo dell'ombra insidiosa del contagio? O diventerà normale andare in giro con le mascherine? Nelle creme per il viso, invece di “antirughe”, ci saranno altre proprietà indicate, tipo “aumenta le naturali difese della pelle”, o “tiene lontani i virus”?

F – Vorrei provare a riflettere sulle conseguenze economiche. La prima cosa da dire è che la retorica imprenditoriale ha celebrato l’Italia come il paese del Micro, dove la microeconomia ha permeato la crescita e lo sviluppo delle personalità individuali, dell’ingegno, dell’imprenditoria, della competizione, dei litigi, della segmentazione e del nanismo industriale. Quali riflessi sociali può avere questa celebrata immagine? Forse, in un modo un po’ cinico, si potrebbe azzardare che il Covid oggi ci unisce come ci uniscono le partite di calcio della Nazionale. Mi ricordo che Churchill diceva che “gli italiani vanno in guerra come fosse una partita di calcio e ad una partita di calcio come fosse in guerra”. Ma quanto durerà? 90 Covid–minuti? Voglio dire: questo senso di unità potrebbe essere instabile…

D – A meno che?

F – A meno che capiti qualcosa che non è mai accaduto nella nostra storia. Se fossi un economista o un imprenditore ragionerei sulla possibilità di adottare le teorie keynesiane con la giusta potenza di fuoco. Per esempio: lo Stato, senza vincoli esterni, si mette a difendere le imprese e i posti di lavoro con 400 Miliardi di euro. Questo fatto potrebbe radicalmente modificare l’approccio “micro” delle migliaia di PMI italiane e portarle nell’era della Macroeconomia e di un pensiero comunitario. Lo Stato dice: vuoi il denaro? Investi, fai squadra, unisciti con altri e andate a conquistare il mondo. Se non farai così i soldi non te li do. Queste le uniche regole.

L’imprenditore allora deve cercare un partner italiano, non come la storia dei bandi europei che mi devo trovare un francese e un tedesco. Un italiano. Poi deve imparare l’inglese o assumere qualcuno che lo parla bene perché qui tra i miei amici e cugini non c’è nessuno che lo sappia parlare. Poi devo digitalizzarmi perché ormai dopo il Covid tutte le pratiche si fanno online.

L’impatto potrebbe essere repentino e molto potente. Un nuovo rinascimento, forse.

D – Ma è quello che sta accadendo o non è piuttosto un semplice auspicio, uno scenario ideale? 

C – La considerazione che mi sento di fare è relativa al fatto che siamo di fronte a una situazione inedita, che non si è mai verificata nel mondo. Non è tanto la presenza del virus e della sua letalità a esserlo, perché l’umanità ha sopportato molte altre epidemie con relativa decimazione della popolazione, la novità è la pandemia presente in tutto il mondo. La globalizzazione ha così assunto un aspetto inedito. 

Un tempo c’erano le epidemie che colpivano questo o quel territorio, ma mai tutto il globo nella sua interezza è rimasto sotto scacco. Nel senso che tutto il mondo è entrato in quarantena. Siamo in presenza di un virus globale che ha imposto una risposta globale. Non è mai successo che circa tre miliardi di persone siano invitate/costrette a rimanere in casa in un arco di tempo ristrettissimo. 

Non è mai accaduto che l’economia planetaria sia pesantemente bloccata con danni incalcolabili, come ora avviene.

In questo momento abbiamo una rappresentazione del mondo che ha dell’impensato. Si sta formando una rappresentazione inaudita e dai contorni confusi. Siamo in una sorta di nebbia che a ben vedere ha del terrorizzante, per lo meno dal punto di vista fantasmatico. Nulla è più programmabile, si dice che si viva in una bolla, in sospensione. Tutto è sospeso. Cosa è questa sospensione? 

I – Credo che ci troviamo nel bel mezzo di una Tempesta perfetta, inaspettata nella sua forma epifanica: come tutti i cambiamenti annunciata da segnali che non riusciamo mai a comporre in una prefigurazione adeguata a prevenire o limitare le conseguenze peggiori. 

A Lisbona si trova uno dei miei luoghi preferiti: la Fondazione Champalimaud denominata Center of Unknown, si occupa di ricerche biomediche. Si affaccia sul Tejo alla confluenza con l’Oceano, acque plurali e orizzonte lungo, con un’architettura, realizzata da Charles Correa, che unisce Oriente e Occidente e ammicca alle colonne d’Ercole. Un’architettura scabra in cui il giardino e la natura sono avvolti, domati da geometrie di silenzio e vuoto. Lì ritrovo tutte le suggestioni di questo stato d’animo, di questa transizione che non so se chiamare ancora cambiamento.

F – Riflettiamo sulla inoperosità che ci viene imposta. L’inoperosità del momento per la maggioranza delle persone significa riscoprire la dimensione casalinga e scontrarsi con i propri fantasmi, finalmente non soffocati dalla modalità da “automa” lavoratore.

Le personalità estreme o esploderanno o risolveranno. Le personalità equilibrate cercheranno di dare un senso al tempo per poi frustrarsi dal non esserci riuscite perché il tempo nella dimensione non operosa ha un ritmo diverso, difficile da seguire e tendente a trascinarti nell’oblio. Ma credo che alla fine del Covid torneranno a fare quello che facevano prima e dato che la maggioranza non avrà vissuto in prima persona l’emergenza, con i lutti, lo stress, il sudore, l’odio e l’amore dei secondi tra la vita e la morte, ma l’avrà percepita su un divano, probabilmente se la dimenticheranno in breve tempo.

Ma forse c’è un risvolto positivo possibile in questa situazione: l’inoperosità porta all’oblio ma può portare anche al pensiero. Non mi stupirei che per il singolo questi mesi possano portare un accrescimento intellettuale. Una maggiore consapevolezza e conoscenza di sé e degli altri. Una riflessione più approfondita sulle ampissime dimostrazioni di conoscenza e stupidità che vengono offerte in tv e che oggi la maggioranza inoperosa guarda. 

D – Insomma tu credi a un possibile risvolto riflessivo di ciò che chiami “inoperosità”. Questo fa venire in mente la nozione di “comunità inoperosa” che è emersa in questi anni nel pensiero filosofico. A me sembra di constatare però che per ora la reazione sia in gran parte difensiva, da parte di tutti noi, e che abbia svariate forme complementari di un complessivo tentativo di rimozione (forse il termine tecnico non è corretto, ma rende l’idea) nella variabilità delle forme del “facciamo come se la cosa non ci impedisse di …”. Per esempio le Università: “continuiamo a fare lezione, esami, tesi…”. Dietro l’infinità di forme per dribblare l’occursus non si tratta forse di una sorta di evitamento dello choc, e quindi di impedire che l’occursus possa davvero dare origine a un evento di cambiamento? Direi che ha ragione Badiou, che in un suo recente intervento sembra sostenere che, stranamente, questo non è un evento! Certo: è solo un occursus, per quanto gigantesco, e l’occursus, se se ne occulta la domanda che vi può apparire, se non si è sensibili al suo vuoto, non è che la prima parte dell’evento. 

Nel campo che possiamo definire come genericamente “culturale” si può forse prevedere che una delle caratteristiche del “dopo” potrebbe essere l’intensificazione di una deriva che tutto il sistema educativo e formativo sta già prendendo, in direzione della virtualizzazione o come suonava il titolo di un vecchio libro di Sherry Turkle, della “vita sullo schermo”. Dunque, un’intensificazione di una deriva già presente, appunto.

A – Dobbiamo parlare del tempo. Ho l’impressione che la situazione che stiamo attraversando abbia prodotto un primo cambiamento importante a livello temporale: in primo luogo, tocchiamo con mano che non esiste un unico tempo storico, che quello che stiamo vivendo è contemporaneamente un tempo universale e singolare. Universale, perché il virus ha toccato, tocca e toccherà l’intera umanità; singolare, perché i tempi di questo incontro traumatico sono differenti, producono dunque, nello stesso momento storico, discorsi e reazioni spesso divergenti (si pensi a come ne parlavamo noi mentre sembrava essere un problema soltanto della Cina o come ne parlavano i francesi mentre noi iniziavamo a chiudere tutto); ma soprattutto assistiamo alla contemporaneità di situazioni che, nello stesso perimetro spaziale, costringono ad esperienze diversissime: molti di noi stanno chiusi in casa, lavorano a distanza, vivono per la prima volta questa strana prossimità interna al proprio nucleo familiare o la solitudine del ritiro e, allo stesso tempo, dell’iper-connessione virtuale; altri, nello stesso tempo e nello stesso spazio, combattono quotidianamente, tra la vita e la morte, negli ospedali, nelle ambulanze, nei reparti di terapia intensiva; altri ancora, lavorano col corpo, in quei settori per i quali il rapporto con la materialità della produzione non può cessare, nelle fabbriche, nei supermercati, nei trasporti pubblici cittadini... Da questo punto di vista, è impossibile “dire noi”, qui come ovunque; e, contemporaneamente, forse mai come oggi ci sentiamo parte di un unico “noi” planetario: tutti sulla stessa barca della minaccia virale. Ma poi, ancora, viviamo un tempo che ci costringe continuamente a ripensare quello che avevamo affermato pochi giorni prima: dal Covid-19 che per alcuni inizialmente era poco più di una comune influenza, alla cosiddetta mobilitazione totale, alla dimostrazione sul piano della realtà delle teorie biopolitiche degli ultimi decenni, fino alla loro smentita di fronte alla dimensione inaudita dell’evento, alle speranze di cui il virus sembrerebbe farsi portatore, fino alla rassegnazione lucida e disincantata per cui sarà soltanto un disastro… Ci tocca pensare, e dunque scrivere, in presa diretta con un tempo che strutturalmente si sottrae a ogni tentativo di ridurlo a un pensiero, a una visione generale, a un orizzonte. SE c’è un “evento” allora questa è la temporalità dell’evento – mai come ora, si tratta di essere all’altezza di un pensiero che ne rispetti l’inafferrabilità. 

I – Stiamo sperimentando modalità di lavoro e di organizzazione del lavoro, prima non così diffuse, che entrano negli spazi di intimità della nostra vita (le nostre case) coesistendo a fatica in certi casi con la fluidità dei ruoli professionali e delle responsabilità familiari. Gli spazi delle case non sempre sono pensati per ospitare più postazioni come un co-working, ci astraiamo e proiettiamo senza tempo in uno spazio digitale, il nostro, impreparato ad essere arredato e spazializzato come un ambiente tridimensionale. Più che di realtà aumentata parlerei di relazioni/comunicazioni aumentate. Sperimentiamo l’ubiquità di presenza tra una call e un webinar, mentre scriviamo in una chat e ascoltiamo una telefonata.

È un tempo senza spazio, che ci richiede uno sforzo sensoriale enorme sfiancando udito e vista anche in supplenza di tutta la sfera percettiva di cui ci serviamo in presenza. L’istante come unità di misura… l’istantaneità che brucia ogni distanza geografica. Così la comunicazione esplode di parole, segni significanti che scivolano ammiccanti per sovrastare e il flusso veloce; la memoria, almeno la mia, sembra una locomotiva a vapore o un cacciatore di farfalle.

D – Provo un forte fastidio per questo affollamento di parole, di presenze sul palcoscenico … non è, appunto, un tentativo di schivare l’evento ricoprendo l’occursus di parole? 

A – Appunto: siamo invasi, nella nostra solitudine coatta, dai discorsi sul virus. Certo, una soluzione potrebbe essere quella di tacere. Ho però l’impressione che non ci sia tempo neanche per il silenzio. Dopo i primi giorni, forse le prime settimane, in cui ciascuno di noi, in fondo, si sentiva esposto a quello che nel virus dà da pensare di nuovo, anche di tragico, senz’altro, ma non senza l’intensità che è propria dell’evento, col tempo siamo precipitati in una chiacchiera mediatica: incontri, dibattiti, intellettuali che vengono convocati a interpretare quel che ci sta accadendo, offerte di letture, consigli sulla vita nel confino domestico, considerazioni di macro e micro economia, infinite discussioni medico-sanitarie… l’urgenza, che come diceva Lacan è il solo indice temporale della novità, viene progressivamente ricoperta da fiumi di parole, immagini, commenti. Anche con le migliori intenzioni, non sempre, mi pare. Come diceva a suo modo Merleau-Ponty, la questione è: come parlare sapendo che sarebbe meglio tacere?

Allora, per tornare alla domanda, mi pare che il primo importante cambiamento riguarderebbe la posizione di enunciazione. Da dove parliamo? Parliamo per trovare conferma delle nostre teorie in quel che il supposto evento COVID-19 sta producendo? Oppure, prendiamo la parola a partire dalla nostra esperienza, inevitabilmente parziale, frammentaria, colpevole e dunque in debito, strutturalmente, nei confronti di ciascuna delle altre, anch’esse parziali e colpevoli a loro volta? E da questa parzialità, però, ci rivolgiamo non agli altri, come se ancora esistesse quell’opinione illuminata con cui l’intellettuale giustifica immaginariamente la propria posizione di enunciazione, non a “noi” e neppure al nostro tempo, perché questo, più di qualsiasi altro, non è un tempo “nostro”. 

Dovremmo rivolgerci, per dirlo con una figura, ai nostri figli: a quel che non sappiamo di noi, di loro, all’infanzia a venire che l’inconscio di ciascuno custodisce al proprio interno. È in loro, tramite loro e dunque grazie all’infanzia che resta in ciascuno di noi, che incontriamo la risorsa e al contempo il vincolo, la libertà e la necessità con cui vale la pena prendere la parola. Non c’è inconscio che nella trasmissione. Abdicare a questo significa smettere di pensare. 

Ho l’impressione che delle tre crisi di cui avvertiamo l’urgenza, quella sanitaria, quella economico-sociale e quella culturale, quest’ultima, almeno per parte nostra, sia quella che si tratta di leggere con maggiore attenzione, perché non è detto che quel che ci sembra di perdere sia l’essenziale, quando, alle volte, quel che facilmente lasciamo cadere è invece ciò che più conta. Provo a dirlo altrimenti: se dal punto di vista sanitario, economico e sociale, apparentemente, i discorsi (non i loro contenuti) sembrano più lineari, dal punto di vista culturale (il legame, il discorso…) la questione è piuttosto aggrovigliata. Diciamo di trovarci in uno stato di eccezione, di paura, isolati e in preda a una sospensione generalizzata di quei diritti che con grande fatica storicamente abbiamo in parte conquistato. Ma fermiamoci a pensare, a osservare bene, cosa perdiamo? Ci scopriamo soli, eppure iper-connessi, le parole non ci mancano, le riflessioni nemmeno. Che cosa ci manca realmente? Vale la pena tornare a chiedercelo, non darlo per scontato. E con questo, mi rendo conto, faccio prevalere la domanda sull’esigenza di una risposta… o meglio, rispondo rilanciando la domanda. Mi pare la cosa più onesta. 

 

2. Due questioni sono emerse con evidenza da questa crisi sanitaria: la globalizzazione economica e la comunicazione planetaria; a tuo parere, anche se è difficile fare previsioni, come cambieranno le cose? 

 

G – Credo che la globalizzazione economica e la comunicazione planetaria aumenteranno esponenzialmente. Credo che si giungerà a una graduale maturazione, esprimendo non più il soggetto di nazione, ma come persone con diritti e valori comuni.

Al contempo vi sarà una valorizzazione di ogni singolo paese, esprimendo le proprie qualità strategiche, territoriali, produttive, culturali, per il bene della propria comunità e quella globale.

D – Ancora una vota noto che voi condividete una prospettiva “positiva”…
C – Tornerei sulla questione cruciale del tempo di cui si parlava poco fa. Il più grande stravolgimento è il tempo, ha rotto con la linearità, perché le azioni sullo scenario del mondo vanno, certamente verso una certa direzione, ma con tempi diversi, producendo sfasature enormi che rischiano di innescare un processo di mutuo annullamento. Il virus è globale, le risposte però mi sembrano ancora locali.

La globalizzazione è nata come imposizione del mercato che per essere tale necessita di un “mercato comune” globalizzato, appunto, ma se questo è avvenuto come logica conseguenza dell’esserci del mercato, non altrettanto avviene ciò che i teorici “illuministi” si auspicavano: la nascita di un governo universale, affinché si potessero garantire le condizioni stesse del mercato. 

Il “mondo” è al lavoro su tutte queste cose, ma non si sa ancora l’esito di tutte le azioni che oggi sono in essere. Mai come oggi viviamo la dicotomia tra azione e esito dell’azione stessa.

Siamo nella necessità di una risposta universale, laddove questa è impossibile per mille motivi.

Il futuro è una rappresentazione anticipativa di ciò che non esiste, è importante perché dà forma immaginaria al nostro desiderio, alle nostre aspettative. Ma, come si è osservato, mai come oggi il desiderio coincide con l’aspetto di rassicurazione, rassicurazione rispetto al fatto che potremo perdere parte di ciò che abbiamo oggi, senza avere qualcosa d’altro che compensi ciò che sarà perduto. 

A – Ho l’impressione che il futuro dipenderà molto da quello che saremo stati in grado di dire e fare oggi, durante l’isolamento, di settimana in settimana. Ed è al presente, mi pare ancora, che avvertiamo, o almeno così capita a me, un certo fastidio per questo proliferare di discorsi che parlano di senza parlare a. Ripeto: forse, prima ancora di chiederci cosa ne sarà di noi, o che cos’è ciò di cui stiamo vivendo gli effetti, sarebbe opportuno chiederci a chi ci rivolgiamo. A chi parliamo? Perché credo che qui stia lo snodo fondamentale tra una posizione cinica e disincantata, che quanto meno ha il pregio di non sublimare ipocritamente il dramma reale che ci ha toccato, e la retorica mediatica pronta a offrire speranze messianiche a ogni piè sospinto. Se parliamo, in fondo, è perché sappiamo di non essere soli. Perché, nonostante l’impossibilità a “dire noi” di cui dicevamo, nel lucido disincanto che la situazione che viviamo ci impone, scommettiamo sul fatto che vale la pena dire. Non a qualcuno che già ci è noto, non a “noi italiani”, “lombardi”, “milanesi”, “giovani”, “adulti”, o addirittura “a noi, l’umanità” ma, propriamente, a quel che saremo e che, per l'appunto, ancora non possiamo sapere. Prendiamo la parola oggi non per noi stessi, non c’è alcun “noi” qui ed ora, ma per quel che saremo diventati un domani. Perché è soltanto così, scommettendo su questa interlocuzione impossibile, che forse ci sarà un domani. Soltanto così vale la pena rompere il silenzio di fronte al reale del trauma.

 

3. Negli ultimi decenni si è parlato ampiamento della crisi dei temi umanistici, dell’umanesimo tradizionale, a vantaggio della tecnologia e della scienza come motori dello sviluppo e del cambiamento. A tuo parere sarà ancora così o l’elemento umanistico, coi suoi valori, torna di attualità? E di quale umanesimo si tratterà?

 

G – Da parte mia penso che i temi umanistici torneranno a vivere una centralità con la scienza e la tecnologia. 

Un nuovo umanesimo è già in atto in buona parte di queste comunità.
Nell'attesa che la voce si diffonda in maniera univoca tra politica, società civile e religiose, verso una rigenerazione, un nuovo rinascimento.

I – Un umanesimo che ricerca modelli di coesistenza, coltivando un pensiero che si confronta con la realtà dell’istante e la crisi della finitezza, forse è possibile...

D – Così però si dà per scontato il valore di un termine problematico, come “umanesimo” o “nuovo umanesimo”. Noto che queste sono anche le insegne delle forme più smaliziate di marketing culturale. A me pare, invece, che la tonalità che si sta affermando sia quella di una sorta di coloritura umanistica – meglio, umanitaristica – quasi una copertura consolatoria: “ce la faremo!”, “tutti uniti contro il virus!”, “musica che unisce!” o, in sintesi, “restiamo umani!” e cose del genere. Mi domando se invece la vera questione non sia: come trovare un’adeguata via di uscita da questo schema informale, da questa doxa di buoni sentimenti. Ci dovremmo chiedere: ma che significa umanesimo? Che equivale a chiedersi quale sia la forma del “noi” o del Gemein-sinn implicata: dietro questo termine si mostra una forma di copertura ideologica di cui si fa uso nell’occasione. 

Forse, piuttosto che a una sorta di contrapposizione tra umanesimo e tecnocrazia, si deve constatare un’alleanza tra la cultura degli “esperti” convocati a rassicurare o a dare verdetti, e il senso comune umanitaristico. Come mostravano Foucault o Lévi-Strauss, un atteggiamento critico nei confronti dell’umanesimo implicherebbe che si tenga presente la genealogia delle cosiddette scienze umane, di cui l’umanitarismo attuale rappresenta probabilmente la ricaduta mediatica. 

Dunque, a me pare che la situazione abbia la veste di un umanesimo tecnocratico. È a questo che occorrerebbe sfuggire. Forse per evitare di scomparire del tutto, le “scienze umane” – ma la psicoanalisi, la filosofia, l’antropologia, tanto per fare tre nomi, sono davvero “umane”? – dovrebbero dis-umanizzarsi. In questa situazione l’appello che alcuni fanno alla filosofia come “il vaccino del nostro tempo” (Corsera, 30 marzo) sembra un po’ patetico – come un’idea ancora verticale, della filosofia come vertice, con il resto delle scienze umane al seguito, nella presunta resistenza o contrapposizione alla tecnocrazia. 

 

 

Forse potremmo ripartire da una constatazione: non c’è “umanità”, e forse l’unica forma comunitaria immaginabile non può prescindere dalla singolarità o dalla “solitudine comune”. Ma siamo pronti? È prevedibile che una posizione del genere sia tacciata di cinismo, e messa in disparte… 

E – Io invece continuo a credere che una forma positiva di rapporto, o una forma superiore di umanesimo, sia possibile. Faccio un primo esempio. “Ma tu, quando sarai vecchio, chiamerai un medico per metterti un catetere, o un filosofo?”. Ero presente quando un luminare di medicina interna rivolse ad un suo collega, insigne latinista, questa domanda dopo una convulsa seduta di un Senato Accademico che doveva ripartire percentuali e quote di fondi tra le discipline scientifiche e quelle umanistiche. 

La questione era e rimane stucchevole per me: una lotta economica fondata sulla utilità disciplinare, tra supposti utili e inutili, tra “essenziali” e “non essenziali”. Davvero crediamo e vogliamo tagliare ancora una volta, ora, il mondo in due? 

Forse prima o poi avrò certamente bisogno di un catetere, e forse, altrettanto certamente, quando quel catetere sarà inutile per continuare a farmi vivere, avrò bisogno di qualche cosa che mi aiuti a lasciare la mia vita nel modo più umano possibile. Come quando Socrate in punto di morte, cosciente della sua fine imparò a suonare un’aria musicale col flauto. A che gli serviva? Aveva bisogno di un antidoto contro il veleno, non di un incanto musicale. Eppure, la sua risposta fu che quella sua piccola azione gli serviva, semplicemente, per imparare quell’aria, un effimero privilegio, il suono intimo di un respiro prima di morire. 

Vedo allora un grave pericolo, molto più insidioso del virus, un contagio che per altro aveva già attecchito in superficie, non tanto nella grande categoria dei tecnici quanto in quelli che tecnici non sono, e che alla tecnica hanno speso delegato troppi spazi della loro sfera pubblica e privata. 

La tecnica ci salverà, si crede. Però non subito. C’è bisogno di tempo e intanto siamo solitari, isolati, perché ora per la tecnica siamo un elemento di pericolo. E le risposte, come ben sanno anche i tecnici, devono beneficiare di due attori consenzienti e collaboranti, il medico e il paziente ad esempio, o più estesamente la cultura tecnica e quella umanistica. È quest’ultimo un dialogo che non si è mai del tutto interrotto e dispiace assistere a schermaglie superficiali in cui si tende ad assegnare un primato inequivocabile alle conoscenze squisitamente tecniche come se anche nelle scienze umanistiche non fossero necessarie abilità anche tecniche. Ma si replica che queste ultime non salvino la vita, non siano essenziali, non sfamino. Forse non in senso letterale d’accordo, ma chi di noi non ricorda anche solo l’esperienza di Primo Levi che ha trovato la forza di resistere ai patimenti del lager anche grazie allo sforzo di ricordare e declamare i versi di Dante?

L’obiettivo futuro non deve abdicare, sull’onda emotiva del momento, al primato di un paradigma tecnico ma proseguire, in termini più diffusi culturalmente, per perfezionare ed allargare un modello di dialogo continuo tra scienze tecniche ed umane, troppo spesso impropriamente giudicate come separate. L’organizzazione del lavoro, così come appare oggi, ha subito pesantemente l’influsso tecnico scientifico determinando in tutti i settori della sfera pubblica ed economica un modello a compartimenti stagni che si è rivelato il precipitato di una stagnazione delle coscienze delle conoscenze. L’eccessiva specializzazione, con un indirizzo rivolto alla ipertrofia delle competenze, ha determinato un’azione fatta da tanti piccoli monconi, anche perfetti e preziosi, a cui però mancava un disegno unitario, formulato con troppi obiettivi di piccolo cabotaggio. 

Queste due strade devono ora creare incroci, rotonde, connessioni, pena una prospettiva non tanto a due velocità, gli essenziali e gli inessenziali a cui accennavo prima, quanto il depauperamento cognitivo individuale e lo spopolamento di una ancora presente ma fragile, coscienza culturale collettiva. 

Occorre sforzarsi di mettere insieme il saper fare con il saper desiderare, pensare a cose complesse e immaginare di semplificarle, progettare in maniera rigorosa secondo regole precise ma anche saper inventare ed essere creativi, lasciare più spazio anche all’indeterminatezza di una ricerca.

Due possono esser gli esempi che mi sento di chiamare in causa per far comprendere come questi 2 approcci a mio avviso debbano far parte della coscienza collettiva che dovrà maturare.

Il primo, quello più orientato ad acquisire competenze e che imputa all’uomo di aver trascurato colpevolmente un apprendimento collettivo di conoscenze tecniche, è bene espresso dal progetto di Marcin Jakubowski con il Global Village Construction Set. Jakubowski, in prospettiva di una catastrofe che lascerà pochi superstiti sulla terra, (tra i quali potrebbero non esserci scienziati o tecnici in senso lato, ma solo pizzicagnoli, giostrai, o “filosofi”) ha costruito una piattaforma tecnologica aperta che permetterà di realizzare in maniera semplice 50 differenti macchinari che nel loro insieme costituiranno, in maniera integrata, tutte le infrastrutture necessarie per una comunità autosufficiente per far ripartire la vita tecnologica sulla terra senza disperdere le conoscenze di base raggiunte.

Il secondo chiama ancora una volta in causa Primo Levi. Nel racconto-resoconto “Trenta ore sul Castoro sei” l’autore è imbarcato come osservatore su un sommergibile tecnologicamente sofisticatissimo il cui lavoro consiste nel depositare sul fondo marino, nel braccio di mare che unisce la Tunisia alla Sicilia, un tubo d’acciaio lungo diverse miglia, rivestito di cemento e deputato al passaggio del gas. 

L’operazione di deposito e distribuzione di questi tubi prevede, spesso in condizioni meteo marine avverse, una serie di interazioni programmate e coordinate al millesimo di secondo tra sopraffini specialisti e apparecchiature avanzate di altissima precisione. Purtuttavia anche questa macchina perfetta fatta di scienziati e strumenti high tech registra, ad un certo punto, un inceppo. Un registratore di raggi X che dovrebbe verificare la bontà delle saldature dei tubi via via che questi saranno depositati in mare, scivola dalla sua sede e finisce dentro uno di questi tubi a 300 metri di profondità. È una attrezzatura indispensabile per il successo dell’operazione e tutti gli specialisti a bordo studiano soluzioni per i recupero senza però trovare un rimedio praticabile. 

Oltre a ingegneri, biologi e tutto il gotha scientifico nazionale presente per questa impresa, ci sono anche dei semplici pescatori. Uno di questi suggerisce che per recuperare l’apparecchiatura bisogna pescarla, cioè calare un grosso amo lungo il tubo e agganciarlo. L’idea si rivela vincente e la spedizione è salva. Alla luce di quanto ha potuto vivere come testimone Levi riassume: “la storia della tecnologia dimostra, davanti ai problemi nuovi, quanto la cultura scientifica e la precisione siano necessarie ma insufficienti. Occorrono ancora due altre virtù, che sono l’esperienza e la fantasia inventiva”.

Ecco, il mondo nuovo, se ci sarà, pensiamo dovrà essere un po' scienziato e un po' pescatore.

D – Dunque pare che si presenti una opposizione, o almeno una differenza tra di noi: tra quelli che credono nella resurrezione di una nuova forma di umanesimo che fa stare insieme i due tronconi (la vecchia storia delle due culture) e quelli che pensano a qualcos’altro, oltre l’umanesimo e oltre la stessa opposizione tra tecnocrazia e “scienze umane” … 

C – L’uomo oggi è sotto scacco, per evitare una morte di massa, paga un costo economico enorme e la cosa è inedita in sé, ma lo può fare perché la tecnica e la medicina lo permettono: si possono evitare le centinaia di migliaia di morti, perché è in nostro potere farlo. Al momento esiste un problema di scelta, ma tutto questo ha appunto un costo enorme. Il vaccino è immaginato come la nuova forma della salvezza, ma, in attesa di esso, la scelta è di fatto una non scelta che ci mette di fronte al fatto che siamo di fronte a una frase simile a: …o la borsa o la vita…

Infine, rimane un problema di mercato: la scarsa prevedibilità del futuro dipende dal fatto che molte attività non si sa se potranno riprendere. Il mercato se si ferma cambia i players in gioco: è come se si fosse in mano alla finanza con il suo aspetto di roulette russa. Insomma, la relazione vita/morte si confronta con la relazione io/tu, a tutti i livelli. La risposta potrebbe essere in un nuovo accordo tra gli uomini attraverso le loro strutture e qui non c’è nulla di scontato. Nella loro storia a volte ha vinto la pulsione di vita, ma non sempre.

Ricordiamoci che questa occorrenza è globale e non permette una via di fuga, quando si dice “siamo tutti nella stessa barca” indica che il globo è diventato un mondo chiuso, e gli uomini quando sono in un luogo chiuso danno il peggio di sé. Bisogna, dunque far fruttare il vuoto, questo non sapere, il rischio in gioco nella prospettiva di un “comunismo” dell’invenzione, parafrasando Badiou. Il problema è far diventare la perdita generalizzata come il minor denominatore comune. È possibile?

Insomma, siamo nel tempo della domanda, le risposte le avremo vivendo il mondo del reale che improvvisamente è emerso nella sua potenza. 

D – Mi pare che alla facile contrapposizione tra umanesimo e tecnocrazia sia utile opporre una considerazione “dialettica”, che riguarda piuttosto la loro articolazione e combinazione. La combinazione di scienze umane e tecnologia sarebbe all’insegna di un umanesimo superiore, questo credono alcuni di noi. Altri, e io sono tra questi, pensano invece che la coppia stessa sia in realtà governata dal primo elemento, la techne, e che continuare a parlare di umanesimo sia, come dire, un sintomo o una copertura. Mi fa senso quando sento parlare di “business umanistico”, di “impresa umanistica” e cose del genere … permettetemi di dubitare di queste credenze. Forse essere dis-umani è il solo modo di rispettare l’umano.

 

4. Uno dei temi discussi negli ultimi anni era quello della crisi delle élites tradizionali, quelle politiche ed economiche. A tuo parere escono indebolite o rafforzate? E il sistema capitalistico, nelle sue differenti forme, dagli Stati Uniti alla Cina, come esce da questa crisi sanitaria? Rafforzato o indebolito?

 

A – È stato detto e scritto che l’unica via d’uscita dalla situazione in cui ci troviamo sarebbe quella di superare i limiti e le distorsioni che il capitalismo ci impone. Forse, però, come spesso avviene, il punto è prima di tutto superare l’idea stessa di superamento e di fuoriuscita. Come se si trattasse di uscire fuori: fuori dove? Il capitalismo è tutto quello che sappiamo e che tragicamente in queste settimane si sta palesando di fronte anche agli occhi più increduli o ingenuamente ignari. Ma quello che si direbbe della grande tradizione socialista, varrebbe la pena dirlo anche per il capitalismo: questo è quello che abbiamo conosciuto finora. Forse ne verremo fuori, per ritornarci dentro, come in una bottiglia di Klein – e ritrovarci però in tutt’altro contesto. 

Se c’è un aspetto su cui il capitalismo non può cedere è il profitto: possiamo cambiare i modi di produzione, le forze produttive, i meccanismi di distribuzione, le forme giuridiche e politiche, ma il profitto non si può togliere. Questa identificazione tra capitalismo e profitto è data per acquisita. Eppure, forse, la logica del profitto è più antica dell’impiego che ne ha fatto il capitalismo, così come noi lo conosciamo. C’è un profitto che riguarda l’economia del vivente-parlante che noi siamo. Un profitto che né la biologia né la storia possono intercettare, perché non rimane tutto interno al bios, ma lo espone, dall’interno, al continuo rovesciamento nel suo contrario, senza che le narrazioni storiche possano dirne alcunché. Questo profitto preesiste al plusvalore capitalistico e probabilmente saprà anche sopravvivergli. 

Ecco, ho l’impressione che la potenza cinese stia tutta qui. Bisognerà cominciare a leggerla, a margine delle categorie interne alla nostra storia. Forse il capitalismo cinese, al di là del bene e del male, ci mostrerà un’altra faccia del profitto. E il virus ci insegnerà anche questo: la vita approfitta di sé fino alla morte.

D – A proposito della contrapposizione tra “Cina” e “Occidente” bisognerebbe fare un’osservazione: la Cina ha inventato (la Russia post-sovietica non c’è riuscita) non un’uscita dal capitalismo, ma una nuova forma inedita di capitalismo, per così dire “purificata” dal residuo umanitaristico interno al capitalismo classico, centrato sulla coppia profitto più buoni sentimenti … credo che questa sia la sua forza. Insomma, ha mostrato, come diceva poco fa A, che pare che il capitalismo sia, per così dire, senza esterno, come la bottiglia di Klein.

Tornando alla questione delle élites: in linea con le osservazioni precedenti, pare che l’élite emergente sia quella dei rappresentanti della cultura degli esperti, i titolari di un sapere cui appellarsi per bisogno di rassicurazione. Salvo poi smentirli o rimetterli in discussione, o richiedere continue precisazioni, o accusarli di non dire tutto, di non dire abbastanza… e faccio notare che sotto la denominazione di “esperti” vanno messi SIA gli “scienziati” SIA i “filosofi” o “gli umanisti” in genere. Qual è allora il collante che tiene insieme “le due culture? Sarei tentato di dire: la Televisione, i Media…

L’esempio evidente di questo potrebbero essere le quotidiane conferenze stampa di Borrelli che appare sempre accompagnato da un esperto – un medico, titolare delle precisazioni scientifiche. Da questo punto di vista le reazioni più interessanti sono quelle dei rappresentanti della stampa – erede immaginario o presunto titolare delegato della “sfera pubblica” – in cui aleggia sempre una sottile tonalità di incredulità o di biasimo: perché non avete anche detto/fatto questo e quest’altro, perché non ci fate avere altri dati … e se invece le cose non stessero come dite voi… e così via. 

L’esperto, in tali condizioni, corrisponde al luogo comune dello scienziato che uscito dal suo guscio specialistico offre ai profani – noi – un sapere mediato, mediatico. La “statura” dell’esperto dipende quindi in larga parte dalla sua figura mediatica, dalla sua capacità di presentare il “sapere” in forma commestibile. In questa situazione, l’intero scenario di ciò che si può dire, dalle reazioni emotive alla rassicurazione scientifica, è presente sulla scena dei media. 

A – Dunque riappare la domanda: l’epidemia è un evento, o solo un gigantesco occursus? Questo ci rimanda a riflettere su quali siano le condizioni perché un evento sia. Se è un evento è perché ci traumatizza e ci costringe dunque a ripensare tutto daccapo. E allora, tutto ciò che in fondo anche prima del virus non sapevamo di noi, degli altri e del nostro mondo, torna ora con urgenza come un non sapere su cui non si può stendere il velo della sublimazione e dei sembianti sociali. Bisogna provare a dire e a domandarsi, insieme, anche se insieme non possiamo essere. Ed è da questo esercizio della domanda che, allora, anche il discorso sanitario, quello sociale e quello economico acquistano un'altra luce… e forse così già rispondo alla questione sull’umanesimo. 

Ecco, mai come oggi è evidente quanto inutile e antiquata sia la separazione tra saperi umanistici e scientifico-naturali. Bisogna tornare a pensare al di là di questi steccati. Pensare la radice profondamente tecnologica dell’essere umano e al contempo la naturalità della tecnica. Ripensare, dunque, d’accapo la commistione che nella prassi si avverte tra la tecnologia e il pensiero. In questo, l’arte ci ha sempre preceduto. E ho un po’ l’impressione che in questo momento avremmo bisogno di un pensiero artistico: non nel senso dell’intrattenimento di cui ultimamente la rete è piena. Si tratta di tornare a pensare “come fare”: come facciamo quando operiamo con la materia, qualunque essa sia, a partire dal vuoto che la sostiene? E’ questa radice fabbrile del nostro pensiero, del nostro legame che si tratta di preservare: come prendersene cura, dentro e fuori il virtuale?

I – Gli artisti sono chiamati a dare contributi di ogni genere, interpellati sulle visioni del futuro, sollecitati a contribuire ad aste pubbliche di solidarietà o progetti di animazione/intrattenimento. A volte sembra un caravanserraglio dettato dalla paura della perdita di un posizionamento, del seguito di pubblico o del contatto con la propria storia. In realtà credo che in questa varietà di esperienze, di idee, di progettualità, anche con meno vincoli istituzionali e formali, si coaguleranno intuizioni e modalità resilienti e capaci di affermarsi come potenziali modelli di cambiamento. Serve osservare, sperimentare e immaginare. “La fantasia è un posto dove ci piove dentro”, scriveva Calvino. 

H – Poiché ogni sguardo prognostico portando il futuro al presente lo perde in quanto futuro, lo acceca, secondo me la sola prospettiva possibile resta quella di affidarsi a questa cecità caratteristica di tutti gli auspici o, più semplicemente, come indicato dalla clinica psicoanalitica, dedicarsi a quanto di inaccessibile c'è nell'inconscio, alla sua cecità che sola è in grado di fare emergere il futuro, dal momento che col ritorno del rimosso si ha a che fare con qualcosa che viene dal futuro e non già dal passato, come si è disposti a credere. Dedicarsi a ciò che Freud chiama attuale.

A – Condivido questo tuo riferimento a Freud. Mi colpisce quanto poco inconscio ci sia in circolazione in queste settimane, ovunque. Intendo dire che la narrazione in cui siamo immersi tende ad essere o descrittiva, scientifica, tecnica (il numero dei contagiati, dei deceduti, la tenuta delle strutture sanitarie, le cause del virus) oppure retorica (l’intrattenimento per i cittadini rinchiusi nelle loro case, gli aperitivi via zoom, le speranze di rinascita), manca la serietà dell’inconscio, quella che, come diceva Nietzsche, ci porta a “sognare più vero” e a non trovare facile riparo dalla realtà nei sogni ad occhi aperti. Ecco, come fare, allora, a tenerci svegli in questo momento, all’altezza dell’urgenza che il virus ci impone e in guardia rispetto alla normalizzazione che il discorso mediatico ci offre?

 

Nicole Janigro, psicoanalista

 

1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.

 

Come nel gioco tradizionale un, due, tre, stella!, il mondo si è immobilizzato quando il coronavirus lo ha guardato. Una fotografia in formato planetario ci ritrae, contemporaneamente, uniti e divisi. Uniti dalla universale condizione umana, divisi per età e sesso, nord sud est ovest del mondo, poveri e ricchi, residenti e migranti, bianchi e neri, e tutti gli others, tra chi abita case e chi baraccopoli. Oppure è homeless. Il coronavirus agisce democraticamente, ma seleziona socialmente. Come accade nei dipinti di Egon Schiele, che scandagliano l’infrastruttura nascosta del corpo, ci ha fornito una lastra da studiare. Ha permesso di guardare qualcosa che, sotto, albergava, ma restava celato: un virus invisibile ha scoperchiato il visibile. Il lockdown ha agito da rilevatore della tipologia psicologica individuale, ha enfatizzato le caratteristiche del sistema glocal. Ha già prodotto movimenti di popolazioni, denaro, affetti e pulsioni. Ha costretto tutti a diventare consapevoli delle modalità di separazione e di attaccamento, a scoprire, come capita nelle emergenze, le nostre miserie e le nostre nobiltà. La minaccia esterna, soprattutto nelle metropoli, ha concentrato lavoro e famiglia, energie ed interessi indoor, il quotidiano è diventato il centro di gravità permanente. Pubblico e privato si sono fusi in una simbiosi sola. Pochi metri quadrati hanno sintetizzato il casa-lavoro femminile e maschile, la solitudine dei vecchi diventata emarginazione, l’orizzonte vuoto dei giovani che le crisi le patiscono di più (perché hanno meno storia alle spalle, e la recessione del 2008 hanno appena immaginato di superarla), l’interdizione dello spazio per i bambini. Si avverte forte il bisogno di pensare politicamente, nel senso della polis. Le modalità di diffusione del virus sottolineano l’interdipendenza tra l’io e il noi. L’emergenza legittima il desiderio di utopia che, nel caso italiano, alla fine degli anni Settanta del Novecento, si era drammaticamente interrotto, producendo diffidenza nei confronti di ogni proposta di cambiamento radicale. Il movimento di protesta si è atomizzato in isole di testimonianza, soprattutto civile (il volontariato italiano coinvolge 6 milioni e mezzo di persone, il 12,6 della popolazione) e sopperisce alla crisi del welfare (la Croce Rossa è volontaria!). La ricostruzione del post-virus qui trova risorse. Anche l’esperienza femminile potrebbe rappresentare modalità di scambio più capaci di comporre il ritmo pubblico con quello privato.   La solidarietà prodotta dal nemico unico si può rinfrangere nel momento del ritorno outdoor. Perché, e penso all’Italia, la diseguaglianza economica si sta già intrecciando all’insensatezza della burocrazia e dell’amministrazione statale, e la perdita di fiducia sociale (un tema della sociologia delle società post-comuniste) rende difficile credere a una società civile.Dal punto di vista economico si ipotizza una Grande Depressione, le prospettive, però, sono fortemente segnate dalle forme economiche e sociali, dalle tradizioni culturali nazionali. Le modalità così diverse di gestire l’emergenza lo hanno già mostrato. (Se rivolgo uno sguardo agli stati dell’ex Jugoslavia, mi accorgo della continuità nelle mentalità politiche: in Slovenia, il premier Janez Janša, vorrebbe essere ancora in guerra e ha preso i pieni poteri, a Belgrado l’introduzione del coprifuoco rende evidente ai cittadini che, ancora e sempre, è lo stato autoritario che comanda). Nella storia, anche recente, è accaduto spesso, che passaggi socialmente cruciali siano sfociati in transizioni capaci di produrre novità in molti campi. Per la cultura, diventata un bene necessario e gratuito, sta già capitando. E c’è chi, come Hans Ulrich Obrist, declina la sua idea di un “estetica attivista” con la proposta politica di un piano Marshall a sostegno delle arti, qualcosa di simile al Public Works of Art Project e al Works Progress Administration (WPA) creato da Roosevelt durante la grande depressione americana di poco meno di un secolo fa. Il concetto di creatività, continuamente richiamato a proposito e a sproposito, indica però a ognuno la possibilità di capitalizzare il valore della propria soggettività. Certo, non siamo un’isola, ma possiamo ripartire da noi stessi per comprendere qual è la dimensione di vita di cui possiamo e vogliamo occuparci.

 

2. Due questioni sono emerse con evidenza da questa crisi sanitaria: la globalizzazione economica e la comunicazione planetaria; a tuo parere, anche se difficile fare previsioni, come cambieranno le cose? 

 

È il trionfo della globalizzazione, perché il pianeta e la nostra vita sono uniti dal virus. Siamo in trappola, e non possiamo dire, come Woody Allen, Fermate il mondo, voglio scendere. Ma la iperconnessione, ha permesso di continuare a sentirci in relazione con gli altri. Ci ha salvato mentalmente. In pochissimo tempo è cambiato il rapporto tra virtuale e reale, tra corpo e parola. Non so se questa situazione dia ragione al detto di McLuhan, “il medium è il messaggio”, sta accadendo però qualcosa di inedito: la comunicazione, l’educazione e la formazione attraverso le piattaforme digitali influenzano il modo di apprendere e di stare gli uni con gli altri. Questo attraversamento produrrà una formazione diversamente capitalistica? Non credo vi sarà un ritorno allo stato sociale, ma le potenzialità racchiuse in ogni condominio potrebbero indicare una combinazione produttiva tra globale e locale. “È il quadro cosmopolitico a garantire il successo dell’azione locale”, “le nazioni devono trovare il loro posto nel mondo digitale, devono (re)inventare sé stesse girando attorno alle nuove stelle fisse: il mondo e l’umanità”. Scrive così, nel suo libro postumo e incompiuto, La metamorfosi del mondo (Laterza, 2017), il sociologo Ulrich Beck, e aggiunge: “Il mondo sta vivendo una metamorfosi, sorprendente ma comprensibile: cambiano l’orizzonte di riferimento e le coordinate dell’agire (che catastrofisti e ottimisti ritengono costanti e immutabili)”. Ulrich Beck scarta il termine cambiamento e sceglie di usare quello di metamorfosi per indagare uno spazio d’azione cosmopolitizzato dove la “traumatica vulnerabilità di tutti, aumenta la responsabilità di tutti per la sopravvivenza di tutti”. Definisce shock antropologico la sensazione di un rischio globale, accompagnato da un quotidiano senso di insicurezza. Invita a considerare non “gli effetti collaterali negativi dei beni, ma gli effetti collaterali positivi dei mali”. Perché questa è la realtà del nostro tempo, non si cura con utopie (o distopie), ma con qualcosa che, per il sociologo, è molto vicino all’idea di “coscienza anticipante”, la possibilità che ha l’umano di progettare il nuovo a partire dalle minuzie del quotidiano, come in Il principio speranza di Ernst Bloch.  

 

3. Negli ultimi decenni si è parlato ampiamente della crisi dei temi umanistici, dell’umanesimo tradizionale, a vantaggio della tecnologia e della scienza come motori dello sviluppo e del cambiamento. A tuo parere sarà ancora così o l’elemento umanistico, coi suoi valori, torna di attualità? E di quale umanesimo si tratterà?

 

Dire integrazione non credo sia solo uno slogan. L’emergenza sanitaria lo ha dimostrato: la cura dipende dai ventilatori polmonari, ma anche dalla devozione del personale sanitario. D’altra parte il bisogno urgente di trovare una risposta scientifica al virus ha, in questo momento, zittito il movimento contrario alle vaccinazioni. Medici, virologi, epidemiologi sono gli esperti più seguiti e ascoltati, la paura e l’ansia collettiva si affidano a chi può spiegare e governare l’invisibile. L’opinione pubblica si è spesso divisa tra i sostenitori della tecnica e i sostenitori di un ritorno alla naturalità della natura che salverebbe noi e il pianeta. Una visione scissa che spesso si ritrova sul piano individuale, dove la credenza in un mondo magico di segni e significati compensa la dipendenza dalla tecnologia. Antropos o antropocene, siamo sempre noi a creare, distruggere, inventare.

 

4. Uno dei temi discussi negli ultimi anni era quello della crisi delle élites tradizionali, quelle politiche ed economiche. A tuo parere escono indebolite o rafforzate? E il sistema capitalistico, nelle sue differenti forme, dagli Stati Uniti alla Cina, come esce da questa crisi sanitaria? Rafforzato o indebolito?

 

Dipende dal punto di vista e forse anche dal punto geografico di osservazione. Il continente Europa vive da tempo nello smarrimento e in uno stato di declino. Il nostro vanto, siamo i più longevi (e in questo l’Italia aveva un primato), si è rovesciato in una diffusa angoscia di morte. Il virus ha spazzato via una generazione di grandi vecchi: una ferita simbolica collettiva. Incredibilmente rapido il mutamento dell’immaginario: l’infezione che arriva dalla Cina, le fosse comuni di New York. Gli Stati Uniti confermano la perdita della loro centralità egemonica, ma anche il successo della Cina come potenza globale non pare affatto scontato. Il mondo va ad est, non verso l’est europeo, ma verso l’estremo Oriente. In La società non esiste. La fine della classe media occidentale (Luiss University Press, 2019), Christophe Guilluy descrive un sistema composto da due mondi: uno di sotto e uno di sopra. La classe superiore ha perso ogni senso di responsabilità verso il popolo, dopo l’89 le élites neoliberiste hanno vinto e privatizzato, criminalizzando i poveri. Il capitale finanziario è internazionale (come dice bene la serie i Diavoli), il nazionalismo prima e il populismo poi sono invece il collante ideologico delle classi basse. Il virus offre un’opportunità. Adesso il mondo di sopra dipende da quello di sotto, il doversi occupare di chi vive nel disagio, economico sociale psichico, per poterci salvare, indica la necessità della comunità, costringe a riflettere sul significato di prossimità. Forse si attenuerà una polemica antiintellettualistica: pensare possiamo e dobbiamo tutti. 

 

5. La diseguaglianza sociale che è emersa anche in questo frangente critico è destinata a perpetuarsi una volta terminata la crisi sanitaria o invece vedremo emergere dei cambiamenti sul piano economico e sulla distribuzione della ricchezza?

 

In queste settimane non abbiamo più potuto ignorare i dannati della terra, emersi come dalle foto in bianco e nero di Sebastião Salgado. Per proteggerci dobbiamo stanarli. Riflettere su che cosa intendiamo quando parliamo di ricchezza e povertà, perché una cosa sono gli indicatori economici e un’altra il vissuto – il diffuso vissuto di povertà degli europei ha poco a che fare con gli indici economici, rivela invece la sensazione di avere un passato egemonico più solido di quanto sia la prospettiva del futuro. Uso ancora Ulrich Beck che interroga la validità attuale del concetto di classe sociale, invita a ripensare il concetto di lavoro e di occupazione, a vedere le opportunità date dalla differenza. Nelle conclusioni di La metamorfosi del mondo parla di comunità di rischio cosmopolite o comunità di destino, di una solidarietà che può nascere anche nelle città-stato delle nostre megalopoli. Nella sua riflessione compare l’attenzione alla lingua: un nuovo mondo ha bisogno di un nuovo linguaggio, di una nuova semantica. È interessante che un altro studioso, un antropologo come Arjun Appadurai, che si è occupato a lungo degli squilibri della globalizzazione, arrivi a una conclusione simile, dopo aver analizzato la crisi finanziaria del biennio 2007-2008 come un problema linguistico (cfr. Scommettere sulle parole. Il cedimento del linguaggio nell’epoca della finanza derivata, Raffaello Cortina, 2016). Ebbene sì, la mia visione è quella di una baby boomer cresciuta con l’idea che non bisogna smettere di lottare per cambiare il mondo. E se pensiamo che in pochissime settimane i cieli si sono schiariti, le acque purificate… Dunque, forse, si può. 

 

Gustavo Pietropolli Charmet, psicoanalista

 

1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.

 

- ha dimostrato la facilità con la quale sarebbe possibile effettuare un colpo di stato e abolire le libertà democratiche da parte di un comitato tecnico scientifico in nome della “protezione civile” e della “Salute pubblica”

- ha dimostrato la disponibilità dei nuclei familiari a mobilitarsi per difendere i propri cuccioli, proteggere gli anziani in considerazioni della inefficienza pericolosa della cultura dei vertici amministrativi e politici che ha trasformato le strutture sanitarie di “eccellenza” in centri pubblici di diffusione del virus grazie ai tagli della spesa e alla resa alla sanità privata.  

 

2. Due questioni sono emerse con evidenza da questa crisi sanitaria: la globalizzazione economica e la comunicazione planetaria; a tuo parere, anche se difficile fare previsioni, come cambieranno le cose? 

 

- È difficile fare delle previsioni. 

 

3. Negli ultimi decenni si è parlato ampiamente della crisi dei temi umanistici, dell’umanesimo tradizionale, a vantaggio della tecnologia e della scienza come motori dello sviluppo e del cambiamento. A tuo parere sarà ancora così o l’elemento umanistico, coi suoi valori, torna di attualità? E di quale umanesimo si tratterà?

 

- Potrebbe darsi che gli straordinari effetti positivi che ha avuto il blocco delle attività produttive e della circolazione delle persone sull’inquinamento convinca dell’utilità di moderare lo strapotere della “scienza” e della tecnologia a vantaggio di una organizzazione mondiale che metta in primo piano la condizione umana e la sua fragilità. 

 

4. Uno dei temi discussi negli ultimi anni era quello della crisi delle élites tradizionali, quelle politiche ed economiche. A tuo parere escono indebolite o rafforzate? E il sistema capitalistico, nelle sue differenti forme, dagli Stati Uniti alla Cina, come esce da questa crisi sanitaria? Rafforzato o indebolito?

 

-  Le élites escono indebolite perché ora sono nude e interrogate da una catasta di cadaveri.

 

5. La diseguaglianza sociale che è emersa anche in questo frangente critico è destinata a perpetuarsi una volta terminata la crisi sanitaria o invece vedremo emergere dei cambiamenti sul piano economico e sulla distribuzione della ricchezza?

 

- Si aggraverà, assecondando la sua intrinseca prepotenza, come è inevitabile poiché ciò che è successo è solo una pandemia e non una rivoluzione.

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