Deborah Gambetta. L'argine

Ci sono libri che stanno meravigliosamente dentro il loro tempo, uno di questi è L’argine di Deborah Gambetta, uno dei più belli e interessanti tra quelli che ho letto quest’anno, sicuramente quello che mi ha dato più da pensare. Scrivere (stare nel) del nostro tempo non è un limite per Gambetta, è, invece, l’apertura a molte possibilità, significa allargare il campo della comprensione. Tentare di capire quello che non è affatto semplice, pur accadendo quotidianamente intorno a noi. Se si analizza e si prova a capire il nostro tempo, più facilmente si può ipotizzare un futuro, o almeno tentare di tracciargli la strada. Gambetta immagina un fatto di cronaca, uno di quelli di cui leggiamo i trafiletti ogni giorno, parte da lì per poi scrivere una storia che tocca e svela punti oscuri e un po’ ci dice chi siamo. Lo fa col miracolo che possono soltanto le parole.

 

“Le parole sono crepe. Le parole sono crepe e ogni parola è una crepa che allarga e incide il muro sempre più a fondo. Le parolecrepe sono pericolose. A lungo andare fanno crollare tutto.”

 

 

Partiamo dall’ultima crepa, dal crollo. Il romanzo comincia dal finale, anzi comincia da un epilogo, perché un finale vero e proprio non c’è mai, il finale è soltanto per chi muore. Chi resta vivo muore continuamente, invece, e continuerà a morire, è la sua condanna. Chi muore dalla prima all’ultima pagina è Sandro, il protagonista. Deborah Gambetta ci dice subito cosa è accaduto, con un incipit splendido: Sandro uccide i genitori di sua moglie, sua moglie e Matteo, il figlio di tredici anni. Lo troveranno la mattina dopo gli omicidi, quasi congelato in aperta campagna (è inverno), scalzo e perduto: “Camminava sull’argine di un torrente, il Sillaro. Aveva camminato tutta la notte. Tutta la notte fino all’alba. Quasi venticinque chilometri attraverso i campi”. 

“Le persone non lo sai quello che ti possono combinare. Le persone tu credi di conoscerle e invece la cosa più misteriosa al mondo, sono proprio le persone. La vita che sta dentro la testa delle persone è diversa da quella che sta fuori. Tu fai una vita e dentro la tua testa il film è un altro. Fa le scintille la vita dentro la tua testa, manda bagliori spaventosi.”

 

Cosa succede a un certo punto alle persone? Mi pare questa la domanda da cui partire per provare a raccontare questo romanzo. Alle persone e quindi a Sandro succedono molte cose, alcune grandi, altre piccole, ma tutte si accumulano, si stratificano, segnano, formano, mutano. Ogni fatto accaduto a Sandro è quasi sempre figlio di una rinuncia, di quello che lui vede come accettazione, ma non passiva, delle cose. Sandro vede nell’assecondare gli altri l’unica maniera di essere lasciato in pace. Rinuncerà agli studi di veterinaria quando quella che diventerà sua moglie resterà incinta, farà il muratore per molti anni nella ditta del suocero, classico uomo che si è fatto da sé, che lavorerebbe anche il giorno di Natale e che crede solo in chi si “comporta da uomo”; prima di questo rinuncerà a soffrire sul serio quando suo padre morirà, farà a meno del pianto. Quando si separerà dalla moglie rinuncerà alle “cose”, che comunque non ha mai sentito sue. Inscatolerà tutto a caso e lo nasconderà a casa di sua madre, sceglierà di vivere in un appartamento anonimo e non parlerà con nessuno, eccetto un vecchio, altro bellissimo personaggio. Rinuncerà al figlio, perché non saprà come rapportarsi a lui, non saprà come avvicinarlo, non vorrà avvicinarlo. Non lascerà avvicinare troppo Eva, una ragazza conosciuta nella fabbrica dove ha trovato lavoro, non sarà in grado di tenerle aperta la porta. Non vuole che lei lo ami, non vuole che tenti di capirlo e aiutarlo. Le ore di Sandro si ripetono uguali dentro la fabbrica, uguali a casa, uguali nei silenzi che spartisce con se stesso. L’uomo ha una matematica interiore che, di calcolo in calcolo, lo porterà a perdere il controllo (per gli altri), ad assumerlo totalmente (secondo lui). Questo è un punto fondamentale per Gambetta, che è veramente brava a mostrare come le piccole azioni quotidiane miste a pensieri anche minimi ma martellanti possano portare a ciò che noi chiamiamo “follia”; mettere tutto, per comodità, dentro quella parola è solo un punto di vista sulle cose, un punto di vista che lascia fuori parecchio, non potrebbe essere diversamente.

 

“I rumori là fuori e quelli dentro la testa. Che un giorno erano arrivati e non se n’erano più andati.”

Quali rumori? Quali suoni? Nel cervello di un uomo entra qualcosa e quel qualcosa disturba, in contemporanea esce qualcosa dal cuore, mentre un masso ci si piazza sopra. Mentre leggevo il libro cercavo di immaginare Sandro, vedevo sempre un uomo a pezzi al quale mancava il respiro, qualcuno che girava col serbatoio dell’ossigeno pieno sempre per metà. I troppi pensieri e il fiato corto insieme a una routine non obbligatoria ma obbligata, ovvero una ripetizione di piccole azioni che nessuno impone a Sandro se non lui stesso, lo mandano in accumulo. A un certo punto dentro quell’uomo c’è troppa roba; e un tempo che lui misura in maniera diversa dagli altri, che lo imprigiona e che non sa spiegarsi fino in fondo, un tempo dove tutto appare inutile e banale, e che lo manderà in frantumi giorno dopo giorno. La bravura di Gambetta consiste nel saper mostrare tutte queste angosce senza ricorrere mai a colpi ad effetto, solo raccontando l’uomo e i suoi giorni, facendoci avvertire il peso di ogni ora in più. L’argine è un libro cupo, violento nelle sensazioni più che nelle azioni. Un ruolo importante dentro questa violenza lo svolge il paesaggio, la terra che sta tra Imola, Lugo, Ravenna, tutta quella campagna, via via risucchiata dalle case, che sa essere grigia e paurosa, ma anche bellissima, quando decide.

 

Gambetta cerca qualche risposta, lo fa costruendo un bellissimo personaggio. Ci aiuta a comprendere “il come”. Il come è una traccia, una ferita che non si rimargina e che si allarga ora dopo ora, e che non si può fermare, non si può arginare e che si prenderà tutto. Questo è un libro sul disagio e sulle persone invisibili, per scelta, per colpa, per un malessere di cui sono causa e conseguenza. Persone che si sottraggono a tutto e si concentrano solo su quel meccanismo che hanno creato – inconsapevolmente – qualcosa che sta dentro il cervello e da qualche altra parte, più nascosta. Gambetta ci racconta il male dei nostri giorni, quello che si nasconde nelle nostre case, le interessa l’essere umano non il crimine. L’argine è una linea, un bordo, un confine, ed è qualcosa che si rompe.

Luigi Ghirri

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21 Agosto 2016