È morto Attilio Lolini

«In questo museo/di porcherie/che visito (occidente)/peccatore redento/del passato mi pento//inneggio al cicaleggio//volteggio davanti/al babbeo/magnifico rettore/dell'ateneo//ho una crisi mistica/dico bene della saggistica//e non mi pare male/il poeta montale//mi metto in pista/per diventare giornalista/per far le recensioni/ai poeti babbioni//senza vergogna/son diventato carogna».


Abbiamo riportato per intero la poesia Stampante, per dare subito un'idea dell'atmosfera che si respira in Carte da sandwich, la nuova raccolta del senese Attilio Lolini appena uscita da Einaudi. Leggendola, ci siamo ricordati delle pagine di 3012 in cui Sebastiano Vassalli fa di Lolini un personaggio di romanzo. Nella finzione narrativa, questo «antico poeta toscano» del XX secolo, ignorato dai contemporanei e morto vecchissimo per aver mangiato troppi funghi, viene citato dai professori di un lontano futuro come l'iniziatore di una tendenza denominata «maledettismo frivolo». L'espressione implica un giudizio critico per nulla “finto”, ma anzi intelligentemente adeguato alla vera realtà del vero Lolini - o tutt'al più attenuabile, come vuole Giorgio Manacorda sottolineando la leggerezza loliniana, in un più moderato «pessimismo frivolo». Altrove, Vassalli ha dichiarato di apprezzare il suo bizzarro amico Attilio perché non ha mai voluto costruirsi nessuna carriera letteraria, e perché ha sempre vissuto la lirica come «dissipazione di sé» e della lingua, cioè come umiliazione ludica, palazzeschiana e pop, dei relitti dei Grandi Stili e dei poeti “laureati”, magari loro malgrado («montale» è parola ricorrente nei suoi testi). In questo senso, la poesia che abbiamo riportato ci sembra particolarmente rappresentativa. Nel giro di pochi versicoli, assistiamo a una vaporizzazione tipicamente loliniana dei contenuti più solidi e grevi, alla riduzione a spiritosa fototessera o a comic strip di una biografia culturale collettiva e di un'intera civiltà.

 

Frivolo e nichilista, Lolini fa danzare le sue rime provocatoriamente facili sui rifiuti e le ceneri del '900; e con un giocoso tono sapienziale, che del resto ha già una lunga tradizione alle spalle, torna a liquidare la pensosa lirica moderna: «la poesia abita/una vecchia culla/nasce felice/se non dice nulla». Sotto il suo sguardo di sardonico saltimbanco, a metà tra Palazzeschi e Steinberg, tutto diventa insieme macabro e ridicolo, osceno e «futile» (altra sua parola-chiave, come ha notato Paolo Maccari). Così, dalla sua penna escono a scatti rapide figurine subito cucite in gag e vignette irridenti: ogni strofetta, ogni breve distico sembrano i balloon di un personaggio disegnato appena con due linee, ridotto a un naso o a un occhio. Si tratta di un personaggio indolente, che trascorre le giornate steso sul letto e immerso in un surreale dormiveglia; di un personaggio che si fa le smorfie allo specchio con la dentiera, e che ha forti sospetti sulla sua propria realtà: «Forse mi sono inventato/come un pensiero malato». Chi volesse caricarlo di un peso probabilmente eccessivo, potrebbe perfino pensare a un io beckettiano, sciolto ormai dalla zavorra della memoria. In ogni caso, nella sua esilità stilistica, il nichilismo “allegro” di questo Lolini è certo più radicale di quello ostentato da chi trasforma la contemplazione delle macerie o del Nulla in una grave scolastica barocca, che finisce sempre per esser suo malgrado edificante (così accade ad esempio alle poesie di Gabriele Frasca, uscite sempre da Einaudi negli stessi giorni di Carte da sandwich).

 

 

Attilio Lolini


Questa radicalità clownesca è la conquista di quasi mezzo secolo di “dissipazione” poetica. Negli anni '70, recensendo una delle sue tante raccolte pubblicate alla macchia, Pasolini notò subito che il trentenne Lolini era un beat già crepuscolare e manierista. Ma si trattava pur sempre di un arrabbiato. A poco a poco, però, la rabbia anarcoide è stata messa tra parentesi da una malinconica, pigra, anarchica lievità - così può leggersi l'epigrafe del nuovo libro: «vecchi attivi/l'odio ci fa vivi» - e in primo piano è rimasta solo la scherzosa stenografia delle miserie umane affioranti da minimi, “casuali” input quotidiani, di carattere prosaicamente biologico o metereologico. Lo scherzo, però, sottende un senso di universale vanità: Lolini è un clown che presuppone l'Ecclesiaste. Ecco Lume, un referto tipico di questo “minimalismo cosmico”: «Il tempo non scorre/galleggia//ha il fiato corto/come una scoreggia//gli uccelli/hanno denti/per mordere/i presenti//un mondo implume/appeso ad un lume». Ed ecco come lo stesso atteggiamento, investendo un tema esistenziale, sfocia in un'apologia della demenza: «È una gran festa/per chi perde la testa//dapprima stenti/a riconoscere/gli infami parenti//piano piano scordi/i maledetti ricordi//uno se ne fotte/del giorno/della notte//fa il girotondo/nella palla vuota/del mondo».


Per molti aspetti, questo Lolini ricorda un poeta suo coetaneo, l'apollinairiano e palazzeschiano Carlo Bordini: ma è un Bordini meno gnoseologico e informale, più epigrammatico e melodico. I suoi versi a rima baciata che se ne vanno in giro a coppie, a braccetto e senza punteggiatura, parodizzano l'essenzialità ungarettiana: qui infatti, a galleggiare nel bianco della pagina, non ci sono più parole “scavate come un abisso”, ma solo ottusi automatismi verbali, sciatti gargarismi poetici che sembrano l'unica risposta possibile all'agghiacciante, placida, monotona insensatezza di una realtà minuscola e globale in cui ogni gesto appare ininfluente o coatto, e in cui ormai «della libertà/ci siamo liberati». Ne risulta una) poesia “lineare”, dove un ventilatore o un pianeta, un oggetto domestico o un'ironica metafora lirica sulla «vita», emergono brevemente e democraticamente nella stessa striscia da fumetto, per poi riprecipitare subito nel nulla di uno «spazio dissolto». A volte, nei motivetti sinistri e leggeri delle Carte, l'autore lascia cadere con noncuranza un sapido aforisma. «Poco ci è dato conoscere/quel poco sono errori di stampa», dice uno di questi aforismi: perfetto compendio della dissipatoria Weltanschauung loliniana.

 

Questo articolo è già uscito su Il sole 24 ore nel 2013.

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