E se Anna Bolena fosse nera?

Durante la discussione della mia tesi di laurea, il presidente della commissione interruppe con un sorriso compiacente la mia disquisizione sull'influenza delle sorelle Brontë negli scritti femministi di Virginia Woolf, per dirmi che no, mi scusi, ma Heathcliff non è certo nero. 

 

Io rimasi interdetta. Ero molto nervosa, e mi tremavano le mani. Avrei voluto dire: che importa? Il colore della pelle di Heathcliff cambiava forse il senso del mio discorso? Ma soprattutto: perché no? Il romanzo è ambientato nella brughiera dello Yorkshire, non troppo lontano da Liverpool, che nel 1801 era il centro della tratta degli schiavi da e per le colonie. Heathcliff è un trovatello e viene più volte descritto nel romanzo come "dark-skinned". 

 

Dopo lunghi secondi di imbarazzo, risposi spiazzata: "Io l’ho sempre immaginato nero". Un’affermazione che ritenevo incontrastabile, considerato che la mia immaginazione è di mia competenza. Ma lui insistette, con un sorriso affilato: "Non poteva essere nero". Io allora incespicai, cercai di andare avanti col discorso, ma mi sentivo a disagio – non avevo mai pensato, prima, che ci fosse un modo giusto e uno sbagliato di immaginare. 

A distanza di qualche anno mi è evidente che quello non era un episodio casuale, e che abbiamo un problema con l’immaginare personaggi neri in un contesto bianco. 

 

Qualche anno fa io e i miei amici seguivamo assiduamente una serie tv di nome Shameless, ambientata nel noto South Side di Chicago: un quartiere con una profonda storia di attivismo contro la discriminazione razziale. Il 93% della popolazione è infatti afroamericana, e dal South Side vengono politici del calibro di Jesse Jackson e Barack e Michelle Obama. Il telefilm, che racconta la vita di una famiglia sull’orlo del lastrico, fra auto rubate, overdosi, truffe varie per tirare avanti, armi non registrate e tutto il peggio e il meglio del sopravvivere in America, si vanta di rappresentare l’anima del South Side: eppure, tranne una vicina di casa e un bambino, tutti i personaggi, persino le comparse, sono bianchi. 

 

Noi, quella cosa, neppure la vedevamo. Nel senso: non ci accorgevamo dell’assenza di personaggi neri in un contesto in cui i neri avrebbero dovuto essere la stragrande maggioranza. Per noi era normale che fossero tutti bianchi perché noi eravamo bianchi (o, nel mio caso, passing), e se noi eravamo a nostro agio non c’era motivo di approfondire quanto lo show fosse o non fosse verosimile. In fondo, uno show di fantasia non deve per forza rappresentare la realtà per quella che è: può inventarla, può immaginarla, può capovolgerla. Giusto?

 

Era il 2015, e agli Oscar vennero nominati solo attori, sceneggiatori, registi bianchi. Pochi mesi prima, l’uccisione del diciottenne Michael Brown e le rivolte di Ferguson aveva dato vita al movimento Black Lives Matter. Le cose non potevano continuare così, la gente protestava oltreoceano. L’hashtag #OscarsSoWhite spopolava su Twitter. 

 

Ovviamente, nulla cambiò. Nel 2016 successe esattamente la stessa cosa: tutte le nominations andarono a lavoratori dello spettacolo bianchi. ‘Semplicemente, non ci sono film neri da nominare’, disse qualcuno. Will Smith, Jada Pinkett-Smith, Spike Lee, e molti altri attori di colore boicottarono la cerimonia. Per mesi non si parlò d’altro. Non si chiedeva una nomination di rappresentanza, l’inclusività di facciata non avrebbe risolto nulla – il problema era che non c’erano abbastanza registi, sceneggiatori e attori di colore a cui venisse data la possibilità di esprimere la propria visione, di incanalare il proprio talento. Quante possibilità c’erano, davvero, per le minoranze?

 

Grazie a quella presa di coscienza godemmo negli anni successivi di opere artistiche che hanno cambiato la storia del cinema: da Moonlight a Black Panther, da Get Out a Fences. Si è cercato di fatto di allargare il bacino di ruoli ai quali gli attori di colore potessero avere accesso: e questo ci porta a oggi, e al disagio che una buona parte degli spettatori europei prova nel vedere proiettato sullo schermo la prospettiva di un futuro che non è più bianco-centrico. 

 

I primi malumori si sono sentiti con la scelta della Disney di affidare il ruolo di Ariel a Halle Bailey per il live action del celeberrimo film d’animazione La Sirenetta. Bailey è una cantante che gode di una certa fama in America, pupilla di sua maestà la regina Beyoncé Knowles. Ma Bailey è nera e il pensiero che la sirenetta della nostra infanzia possa non essere bianca risulta ai più semplicemente inaccettabile. Le argomentazioni sono le seguenti: nel cartone originale il personaggio era bianco coi capelli rossi; l’autore dell’opera da cui il cartone era tratto, Hans Christian Andersen, è danese, e non c’erano certo neri nella Danimarca nell’800. In breve: non è verosimile. 

 

Il concetto di verosimiglianza improvvisamente diventa un fattore sine qua non di qualsiasi produzione audiovisiva: ma rappresentativo di quale verità? Simile a chi? Lettori, stiamo parlando di una sirena, un mostro marino risalente alla mitologia siriana, poi ripresa da quella greca – e di come non sia realistico che tale creatura possa avere la pelle nera. Riempitela di squame, fatela parlare con un granchio, cantare sott’acqua e firmare un contratto magico con una piovra, ma non chiedeteci di mettere in discussione il colore della pelle di una creatura marina mai esistita in natura. 

 

Voi direte: perché siamo abituati a immaginarla in quel modo, come l’originale. Ma l’originalità è un concetto ambiguo: non è forse l’arte altro che una reinterpretazione di qualcosa di già esistente? Ad esempio, nella fiaba originale di Andersen la sirenetta muore, e nei miti greci la sirena non è mezza donna e mezza pesce, bensì mezza donna e mezza uccello. 

 

Non è comunque la prima volta che le produzioni cinematografiche si ispirano liberamente ai film di animazione: seguendo lo stesso rigido criterio di accuratezza nei confronti delle creature magiche, qualcuno si sarebbe dovuto indignare anche per Julia Roberts e la sua interpretazione della fatina Trilly in Hook, Capitano Uncino. In quell’occasione nessuno disse: ‘No, Trilly non può avere i capelli rossi perchè nel cartone è bionda’. E d’altronde, nell’originale pièce teatrale di James M. Barrie la fata era rappresentata con una luce di scena e una campanella.

 

 

La scorsa estate, con l’arrivo delle proteste di Black Lives Matter in Italia, l’opinione pubblica si è accesa di discorsi sull’importanza dell’inclusione sociale e culturale delle minoranze. Inizia una improbabile guerra fra il conservatorismo culturale e le istanze progressiste del temuto politicamente corretto; rivedere vecchi miti con gli strumenti critici odierni viene considerato riscrivere la storia. Indro Montanelli resta dov’è.

 

In questo atteggiamento difensivo si nasconde un reale senso di disagio, ed è tutto sommato anche comprensibile: per secoli gli Europei hanno imposto sul mondo la loro visione della bellezza, dell'estetica, dell’arte, della cultura. Un’estetica e una cultura in cui esistevano di fatto solo i bianchi. E’ tutto ciò che abbiamo sempre conosciuto. Ma ora importiamo cultura dall’America, e l’America non è l’Europa. In America nel 2016 le minoranze etniche rappresentavano il 40% della popolazione, e quel numero cresce ogni anno. Gli Stati Uniti non vivono in un mondo bianco, e noi che subiamo più o meno passivamente la loro influenza culturale fingiamo che questa verità non debba in alcun modo intaccare il nostro modo di vedere il mondo. 

 

La segregazione razziale in Europa è ancora in corso. Non ci piace che ci si faccia notare che l’unica differenza fra il razzismo in America e il razzismo in Europa è che l’Europa teneva i propri schiavi lontani, nelle colonie, mentre l’America li teneva in casa propria. Per questo semplice fatto in Italia la parola ‘negro’ non ha lo stesso peso storico e politico della parola ‘nigger’, e questo ci impedisce forse di comprendere cosa può significare per una bambina di colore in Alabama che ci sia, fra le tante versioni, anche una sirenetta nera. Non solo non ci viene istintivo pensare a quella bambina – quella bambina ci mette a disagio. La sua esistenza mette in discussione il nostro ruolo nella società, come se da lei ci sentissimo di dover proteggere i nostri costrutti culturali, radicati in un privilegio a cui restiamo gelosamente legati. Abbiamo avuto il monopolio della storia dell’umanità, e ora dovremmo rinunciarvi, per giunta a causa della rivoluzione di qualcun altro? Nossignore. Noi non abbiamo avuto le piantagioni di cotone, non abbiamo avuto il gospel, non abbiamo avuto Toni Morrison e James Baldwin. Questa non è la nostra guerra. 

Eppure: abbiamo i campi di pomodori in Puglia, li abbiamo oggi. Abbiamo attivisti che chiedono lo ius soli, e abbiamo dei politici che fingono di non sentire. Abbiamo immigrati di seconda generazione che vanno all’università, che diventano medici e insegnanti senza venire per questo riconosciuti come parte attiva della società. Se pensate che sia diverso, non state prestando attenzione. 

 

Le argomentazioni in difesa della sirenetta bianca avevano le gambe molli per via della natura mitologica, e non storica, del personaggio. Ma poi sono arrivate Bridgerton e un nuovo biopic su Anna Bolena, che vedrà l’attrice Jodie Turner-Smith nei panni della regina. Persino le menti più aperte tentennano segretamente. L’aristocrazia inglese era bianca! Anna Bolena era bianca! Queste scelte di casting sono storicamente inaccurate, e quindi, sbagliate.

 

Per quanto riguarda Bridgerton, la creatrice Shonda Rhimes giustifica la scelta di includere personaggi di colore spiegando che esistono delle teorie secondo cui la Regina Charlotte, moglie di Giorgio III, fosse di razza mista, in quanto discendente della famiglia reale portoghese di Alfonso III. Rhimes ha quindi voluto giocare con questa teoria e costruire una realtà alternativa in cui, appunto, la regina d’Inghilterra era nera: il risultato è una "tana libera tutti". Alcuni hanno visto in questo gioco un precedente problematico – in una società colorblind, il razzismo cessa di essere un problema da risolvere – ma non è la società in cui viviamo e questo è solo un innocente, se superficiale, gioco di immaginazione.

 

Diverso il caso di Anna Bolena. Sarebbe facile per me chiedervi perché il disagio provato nei confronti di Jodie Turner-Smith non sia spuntato fuori nel guardare, ad esempio, Argo, in cui Ben Affleck interpreta un agente della CIA messicano, o la Cleopatra di Elizabeth Taylor, o il cast interamente bianco di Prince of Persia, o ancora, Ipazia d’Alessandria interpretata dall’inglese Rachel Weisz in Agora. Sarebbe facile, e quindi non lo farò: non è questo il punto.

 

La verità è che la rappresentazione di un personaggio storico in un’opera contemporanea non ha quasi mai a che fare con il personaggio in sé, ma con come il personaggio interagisce con il presente in cui l’opera viene presentata. La storia è immutabile, ma nell’arte non è che un pretesto per veicolare un messaggio – altrimenti, sarebbe un documentario. 

 

Allora possiamo tranquillamente affermare che il problema non è la verosimiglianza, ma la nostra immaginazione. La Treccani la definisce "una particolare forma di pensiero, che non segue regole fisse né legami logici, ma si presenta come riproduzione ed elaborazione libera del contenuto di un’esperienza". Si dice che non abbia limiti, ma allora perché sembra così impossibile per lo spettatore odierno immaginare Heathcliff, Ariel, la regina Charlotte e persino Anna Bolena come neri?

 

Il nocciolo della questione credo risieda in quel caos calmo di contraddizioni che è la fragilità culturale della classe borghese. L’inibizione immaginativa riflette la placida pigrizia di chi non è disposto a mettersi in discussione, e in parte quella stessa pigrizia nasconde forse un senso di inadeguatezza, una inadattabilità: se i cambiamenti del mondo sono al di fuori del nostro controllo, se ci sentiamo segretamente minacciati dal progresso sociale, incastrati nel sospetto che estendere i diritti alle categorie più fragili equivalga a toglierli a noi, allora almeno lasciateci liberi di immaginare un mondo che ci metta a nostro agio. Quello che cerchiamo, nel verosimile, non è la verità, ma il conforto di una narrazione che non metta in dubbio la nostra visione della realtà, o di ciò che per noi la realtà dovrebbe essere. I personaggi che si muovono sullo schermo rappresentano quindi i solenni detentori e protettori di una sola storia, la nostra, che incidentalmente è stata scritta da bianchi. Poco importa se quella versione della storia non colga più la pluralità di voci e punti di vista della società contemporanea. 

 

Non è inverosimile che Heathcliff sia nero – ci sono tutti gli elementi per immaginarlo tale. Ciò che risulta inverosimile è che il protagonista di uno dei capolavori della letteratura inglese possa non essere bianco. Il problema non è l’accuratezza storica, ma il divario fra la prospettiva di chi crea e quella di chi guarda – la storia non cambia, ma se cambia l’immaginario di partenza, significa che il paesaggio che lo ispira è mutato. Ed è quel paesaggio che stentiamo a digerire. Anna Bolena era bianca, e di certo non si vuole mettere questa verità in discussione con un’opera di fantasia. Ma la simbologia del potere nelle mani dei neri ci spaventa – non perché sia inverosimile, ma al contrario perché ci spaventa la prospettiva che l’immaginazione possa essere un presagio. E forse, ancor di più, ci spaventa la consapevolezza che in quella pluralità di voci che a spintoni si fanno spazio, in tutte le versioni della storia che noi non vogliamo vedere, non siamo più gli eroi, ma i cattivi. 

 

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