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Bridgerton, un rosa d.o.c.

Il rosso minaccioso che ha caratterizzato queste vacanze di Natale ha virato al rosa, almeno per alcune ore, per chi ha visto, o sta vedendo su Netflix, la sua serie di punta del momento: Bridgerton.  Si tratta, come ormai noto, di un period drama creato da Chris Van Dusen e prodotto da Shonda Rhimes. La prima stagione è ispirata al primo volume di una fortunata serie di romanzi in costume di Julia Quinn, quindi ci si aspetta che la saga abbia un lungo seguito anche se una seconda stagione non è stata ancora ufficialmente confermata. Le storie della viscontessa Bridgerton e della sua numerosa figliolanza sono ambientate all’epoca di re Giorgio III (1738-1820), in un’Inghilterra la cui nobiltà ha da sempre costituito una miniera d’oro narrativa. Si pensi, in anni recenti, al filologico e impeccabile Downton Abbey di Julian Fellowes o, più recentemente, a un’altra grande serie Netflix, The Crown, che nella sua quarta stagione ci ha appena mostrato il lato oscuro dell’essere una giovane donna aristocratica. Ma l’agonia psicologica e i disturbi alimentari di lady Diana Spencer, mostrati con crudo realismo nell’ultima stagione di The Crown, nulla hanno a che spartire con l’atmosfera gioiosamente patinata di Bridgerton.

 

All’occhio esperto, questa serie appare subito, dalla prima puntata (la peggiore) all’ottava e ultima (la migliore), come un perfetto romanzo rosa. Vedremo fra un po’ quali canoni del genere essa rispetti diligentemente. Quel che appare infatti più urgente da sottolineare è come questi canoni narrativi siano rispettati contravvenendo a una consuetudine ferrea che vuole queste eroine e questi eroi del sentimentalismo rigorosamente bianchi, possibilmente diafani: la produzione hollywoodiana ha invece proceduto al cosiddetto color-blind casting, ingaggiando molti attori e comparse di etnie diverse, in barba a ogni rispetto della Storia. L’idea non è nuova e ha già ispirato in America diverse produzioni sia nel cinema che nel balletto. In Bridgerton c’è una breve spiegazione del perché tanti nobili di origine africana popolino questa corte inglese di primo Ottocento: re Giorgio III aveva infatti sposato Charlotte di Mecklenburg-Strelitz la quale, in base ad alcuni ritratti, presenterebbe lineamenti “mulatti”. In base all’albero genealogico di Charlotte, è molto improbabile che nelle sue vene scorresse davvero sangue africano ma, tant’è, l’antica diceria è stata di ispirazione ai creatori della serie che hanno affidato all’attrice anglo-guyanese Golda Rosheuvel la parte della regina e all’attore Regé-Jean Page, nato in Zimbabwe, il ruolo del fascinosissimo protagonista Simon Basset, duca di Hastings.

 

Ma nell’impianto generale di Bridgerton la credibilità storica è così irrilevante che, dopo pochi minuti di sconcerto, si accetta tranquillamente che dame appartenenti a etnie sub-sahariane partecipino in piume di struzzo e crinolina alle fastose feste dell’alta società della Reggenza, in cerca di un facoltoso marito. Jane Austen ha scritto romanzi sublimi su questi temi e, pur scendendo di livello, anche autrici di vaglia come Georgette Heyer (1902-1974) ne hanno seguito la tradizione. Si vira decisamente verso la cosiddetta paraletteratura con autrici come Barbara Cartland (1901-2000), i cui innumerevoli romanzi sono storici solo sulla carta, ma di fatto costituiti da ripetitivi intrecci sentimentali con funzione afrodisiaca. In Italia, più o meno nello stesso periodo, è attiva Liala (1897-1995) che ha inanellato per decenni storie di signorine aristocratiche o alto-borghesi portandole all’immancabile buon matrimonio.

 

 

Questa longeva produzione costituisce evidentemente una specie di fondamenta del rosa se ancor oggi si ritrovano, immutate, alcune delle sue caratteristiche di genere: la prima, e forse più importante, è lo scontro polemico fra l’uomo e la donna che alla fine dovranno amarsi alla follia; il secondo è l’inganno che, di fronte al mondo, li deve mostrare già fidanzati, o addirittura sposati, prima che si amino realmente; il terzo, è l’apparato concreto ed esibito di simboli di ricchezza e ricercatezza: vestiti, suppellettili, carrozze, ambienti domestici fastosi, fiori a profusione, cibi raffinati, e così via. E tutti e tre questi elementi strutturali sono confermati alla lettera nella prima stagione di Bridgerton: la giovane Daphne Bridgerton (interpretata dall’attrice inglese Phoebe Dynevor) e il già citato duca di Hastings fingono di flirtare solo per far salire le “quotazioni” della ragazza introdotta su piazza dalla madre; i due si innamorano davvero e si sposano ma, per motivi troppo lunghi da spiegare qui, litigano a più non posso; infine, vi è lo sfarzo scenografico: si pensi che per gli otto episodi sono stati realizzati ben 7.500 abiti diversi, questa volta con grande scrupolo filologico.

 

Perché l’evidenza materiale di un mondo ambito, fantasticato, è altrettanto importante delle scaramucce amorose per creare il crescendo erotico della storia rosa, che è poi il suo fine ultimo. Il rosa prude delle nostre nonne già negli anni Ottanta lasciava il posto al cosiddetto “rosa strappa corsetto”, ad alta esplicitazione sessuale, che rendeva manifesta la vocazione afrodisiaca del genere. Lasciata ogni preoccupazione di censura da decenni, scrivendo la storia fra Daphne e Simon, a partire dalla quinta puntata, gli autori possono scatenarsi nell’hot trash. Come nei vasi dell’antichità, dove le figure femminili sono sempre dipinte con il bianco e quelle maschili con un colore molto più scuro, ocra-rossiccio, la fanciulla che sembra uscita da un cameo e l’aristocratico giovanottone, dedito per hobby al pugilato a mani nude, riscrivono un britannico kamasutra non disdegnando tavolacce di cucina, scale patrizie, cespugli spinosi, scrivanie, tappeti (oltre ovviamente a una serie di più convenzionali letti a baldacchino).

 

E tuttavia, arrivati all’ultima puntata, si corregge la sensazione che si aveva avuta all’inizio di essere di fronte a una perfetta storia rosa curatissima nella confezione quanto stucchevole e fasulla. Prima di tutto, anche se poggia sui capisaldi strutturali del genere, è un audiovisivo e non un romanzo, e questo fa la differenza perché non descrive ma mostra. E abbiamo visto quanto l’aspetto concreto del mondo sia essenziale al genere rosa che qui mette il turbo grazie alla sfilata di gioielli, pettinature, faccini, lacrime, muscoli guizzanti, liquidi corporei (non si disdegnano né sudore, né moccio nasale, né sangue mestruale), cavalli al galoppo, dimore splendenti di stucchi e affreschi, fuochi artificiali, balli coreografati alla perfezione, aragoste su vassoi d’argento e scarpini di seta. Last but not least, la sceneggiatura: è evidente che non abbiamo a che fare con Amalia Liana Negretti Odescalchi, coniugata Cambiasi e nata a Carate Urio, cui D’Annunzio suggerisce di chiamarsi “Liala”.

 

Qui abbiamo Shonda Rhimes, sceneggiatrice e produttrice afroamericana nota soprattutto per la longeva serie Grey’s Anatomy, e dietro e attorno alla quale si muove uno staff professionale di eccellenza nel campo della comedy come del drama. Il risultato non può che essere un rosa D.O.C., in cui tutto è stato allestito, recitato e scritto bene. I dialoghi, per esempio, sono accattivanti e non banali; la costruzione psicologica ed emotiva dei personaggi ha una sua dignità e complessità. Senza spoilerare troppo, chi non ha ancora visto la serie e ha intenzione di farlo, vedrà che il finale felice non è dovuto al balenare dell’ennesima giarrettiera ma a una lettura corretta, intelligente, da parte della giovane duchessa, delle difficoltà psicologiche del consorte. In conclusione, la macchina seriale americana è così oliata e perfezionata da maneggiare anche i generi più triti in modo tale da renderli godibili come prodotti contemporanei di intrattenimento. E Bridgerton, non pretendendo di essere altro, può scegliere come colonna sonora cover di quartetti d’archi di canzoni pop dei Maroon Five o di Taylor Swift senza incorrere nel rischio del Kitsch.

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