Eroi del lavoro socialista

Questa volta prendiamo le mosse dalla prima pagina di un giornale, uno a caso tra i tantissimi che uscivano sul territorio dell’Unione Sovietica, molto omologati tra loro ma con difformità talora assai sottili che potevano fare la differenza. In particolare il numero del 26 giugno 1934 che, per celebrare le “persone eccellenti” dei kolchoz della Centrale di Meccanizzazione Trattoristica di Rež, cittadina nella regione di Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), abbinava le testate del Bol’ševik (Il Bolscevico) e dello Stalinets (Lo Stalinista). Rispettivamente organi del Comitato Regionale del Partito Comunista e della Sezione Politica della succitata Centrale della città. L’occhiello riportava un brano da un recente discorso di Stalin che cito integralmente visto che costituisce il filo rosso del nostro discorso: “Qualsiasi contadino, colcosiano o coltivatore diretto ha oggi la possibilità di vivere come si addice al genere umano se soltanto è intenzionato a lavorare onestamente, a non poltrire, a non bighellonare e a non depredare i beni del kolchoz”.

 

Il titolo dell’articolo, che altro non sarebbe stato che uno stralcio più ampio da un discorso staliniano al XVII Congresso del Partito, recitava: “L’abisso tra città e campagna si va riducendo”.  La frase già citata nell’occhiello era evidenziata in grassetto nella colonna di sinistra, attraendo ancora una volta l’attenzione dei lettori su quella che stava diventando una sentenza fondamentale e ribadendone in questo modo l’importanza e l’eccezionale portata.

 

 

Questa strategia di informazione era ricorrente e coinvolgeva ogni quotidiano o rivista che circolasse nel paese. I discorsi del leader, in caso di eventi importanti, erano pubblicati sulle testate principali, registrati integralmente negli stenogrammi che riportavano scrupolosamente anche le reazioni dell’uditorio (“vivacità in sala”, “risate”, se e quando opportune, “applausi”, “applausi prolungati”, “applausi tempestosi”, fino all’immancabile standing ovation finale). Inoltre, in forma sintetica già predisposta per la massa, erano anche divulgati su ogni possibile fonte di informazione. Singole frasi pronunciate dal “leader, maestro e amico”, sapientemente estrapolate dai suoi interventi, erano destinate a trasformarsi in leggi apocrife. Più degne di fede e apprezzate di quanto non fossero le leggi veri e proprie che erano in pochi a conoscere e comprendere. Il sistema dell’opera d’arte totale, che implicava il coinvolgimento di ogni medium e di ogni aspetto dell’arte per produrre il capolavoro massimo in qualsivoglia circostanza, avrebbe provveduto a far circolare e funzionare quel preciso concetto traducendolo in svariati codici comunicativi: canzoni, film, statue, immagini ecc.

Arriviamo finalmente al manifesto protagonista della trattazione di oggi. Realizzato da Konstantin Zotov è, ovviamente, dello stesso anno 1934 e riprende la ormai ben nota frase corredandola di un disegno variopinto e narrativo.

 

Cominciamo l’analisi proprio da quella asserzione. Kulaki (contadini ricchi) e parassiti erano stati abbondantemente liquidati nel corso dell’operazione di collettivizzazione delle terre. Secondo il discorso ufficiale assieme a loro erano sparite la povertà nei villaggi di campagna e la disoccupazione nelle città. Di conseguenza i contadini avrebbero visto migliorare il proprio tenore di vita e smesso di sentirsi sfruttati dagli abitanti metropolitani. Arriviamo all’asserzione primaria del compagno Stalin: “qualsiasi agricoltore (e cita le tre categorie che in quell’ambito erano state legittimate a esistere) ha oggi la possibilità di vivere come si addice al genere umano, se soltanto ...” Cosa implica questa definizione “come si addice al genere umano”? È implicito che le categorie del sacrificio, della fatica disumana e della privazione, che avevano caratterizzato l’eroismo sovietico negli anni Venti, non erano più necessarie, anzi, l’eroe del manifesto veniva colto in un momento di relax, nel pieno del suo idillio famigliare e debitamente circondato da fonti di cultura e benessere. Ma veniamo al punto chiave, a quel “se soltanto”: a condizione che rispetti alcune regole. Apparentemente più che legittime e razionali. L’illustrazione del manifesto aiuta ad andare più a fondo e a leggere tra le righe per arrivare a comprendere il senso meno esplicito di questo aforisma. Se soltanto, si deve intendere, l’agricoltore in questione accetta di aderire al discorso del momento, se non si limita a lavorare secondo il minimo sindacale ma se si lancia, come si comandava all’epoca a ogni cittadino sovietico, nella corsa verso l’eccellenza e l’eccezionalità. Essere bravi e onesti non bastava più. Era necessario e indispensabile spingersi oltre, superare la norma, ottenere risultati eccezionali, da record. Trasformarsi da operaio modello (obraztsovyj rabočij) in lavoratore d’assalto (udarnik), stacanovista (stakanovets) e, perché no, eroe del lavoro socialista (geroj sotstruda). In altri termini, entrare a far parte di quel gruppo di “persone eccellenti” di cui si parlava all’inizio di queste pagine che al momento rappresentavano ancora una élite nel panorama sociale dello stalinismo ma che, in previsione, avrebbero dovuto crescere fino a diventare la norma. 

 

Come il manifesto aiuta a comprendere questo sotto testo? Mettendo in scena un’ideale famigliola sovietica (basta con il libero amore e la rivoluzione sessuale) ritratta con tutte le caratteristiche che ne testimoniano l’appartenenza alla giusta sfera superiore della particolarità. In primo piano troneggia un grammofono, non più condannabile come residuo di borghesia passatista, secondo i sobri principi degli anni Venti, ma addirittura notoriamente offerto in dono di incentivazione ai lavoratori d’assalto. Il bambino è sfolgorante e paffuto. Il padre indossa, sotto la giacca, un’elegante camicia popolare russa (addosso a lui, fedele operatore del partito, nemmeno la tradizione fa più paura), la madre ha abbandonato i tratti severi e corrucciati che avevano caratterizzato le figure femminili dieci anni prima per sorridere sfoggiando una dentatura perfetta. Alla luce, non ancora disponibile per chiunque, di una lampadina elettrica, in quella casa si leggono libri politicamente corretti, come testimoniano gli autori: Gor’kij (la letteratura), Lenin e Stalin (l’ideologia), e ci si documenta, come confermano i titoli: “Agrotecnica”, “… nel kolchoz”, “L’izba di lettura”. Come se non bastasse, in alto a sinistra, sta appeso un diploma che conferisce al trattorista Lebedev il titolo di lavoratore d’assalto. A fare da firma, garanzia e premio speciale, i profili di Lenin, più grande ma sullo sfondo, e di Stalin, in corpo minore ma in primo piano. Con l’occasione si avvalorava l’ancora verde necessità di ribadire l’eredità politica passata direttamente e legittimamente da un leader all’altro. Famiglia modello testimone dell’ottimismo di stato, oggi diremmo da “Mulino bianco”, ben lontana dalla realtà effettuale della vita quotidiana, ma idealmente rappresentata secondo il principio che voleva le raffigurazioni artistiche ispirate non già alla grigia esistenza reale bensì al radioso futuro che l’ideologia andava costruendo e vagheggiava. Aborto, divorzio e omosessualità erano stati dichiarati fuori legge, il nucleo familiare, con tanto di intimità e piccoli-grandi lussi conquistati sul campo, tornava a essere la base per una società corretta e impostata “come si addice al genere umano”.

 

Manifesti come questo venivano stampati con tirature da 100.000 a 250.000 esemplari e circolavano in ogni posto di lavoro e in ogni luogo di ritrovo. Chi avrebbe resistito a quei denti smaglianti, a quei sorrisi attraenti, a quei beni di consumo accattivanti? In parecchi, in realtà, se si deve giudicare dalla recrudescenza delle purghe negli anni di poco successivi a quelli del manifesto. In quel “se soltanto” del discorso staliniano stavano anche le basi per possibili interventi repressivi futuri, ipotesi di determinazione concreta del vago quanto onnicomprensivo concetto di “nemico del popolo”, ancora effettivo e operante nonostante l’ottimismo di stato e il raggiunto socialismo. Affronteremo il binomio euforia e terrore nella prossima puntata. 

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