A Francesco Scarabicchi

PORTE CHIUSE, INCONTRI, CANCELLI

 

 

 

Chiusa per sempre una porta

di tormento e speranza, quasi senza

dolore: era tempo. Mi allontano

dalla parte di me laggiù rimasta

ammutolita. Cammino.

 

 

*

 

 

Un altro varco conduce ora nel verde

di un parco cittadino,

un assedio diverso

in cui mi guida qualcuno che ancora non parla

ma osserva fronde, riflessi e a tratti lancia

grida stridule, di gabbiano che picchia

nella luce. Non parla,

e sembra invece animato da una foga

di dire, dal vento della vita che si fa

o presto si farà parola, gioia

forse aspra e per ora inesplosa.

Non è poco,

mi ripeto, è moltissimo, è tutto.

Incontro gente ignota,

donne che fanno yoga, una ragazza

seduta che disegna quel che crede di vedere,

poi un amico col cane: la felicità, dice guardandoci,

è dalla vita che viene non dalla poesia.

 

 

*

 

 

Mai pensato il contrario. Ma

quelle antiche vampe di festa osservate da lontano,

lo stare sempre ai margini… Inutile crucciarsi

a questo punto: la parola

voleva forse planare in quel vortice,

ambiva a farsi luce, segnavia.

Intanto svariano

nei prati gli ultimi fiori di settembre,

dietro un canneto si indovina il torrente

che giunge alla sua foce. E poi spunta nel verde

il tuo cancello, Francesco, affacciato sull’acqua

o sul vuoto o sul tempo trascorso

che oggi lo fa assurdo, quasi, tolto

com’è dal suo racconto inenarrabile, ridotto

a immagine stranita

che chiama, chiama e turba,

e chiama ancora verso un oltre

che non è oltre ma qui

e nel qui si cela.

 

 

*

 

 

 

Quello che resta, il poco:

ancora questo il filo che ci interroga?

Stretta per te la cruna più di sempre,

un giogo opprime i tuoi anni, costringe.

Ma quel cancello,

il tuo, come una vela

rimane, aperto al vento

e al vento amico.

Io cammino, ti penso.

Questo abbiamo, mi dico

a te parlando, lontano e inascoltante,

questo resta, che vale:

bagliori, imperfezioni, desideri.

Un filo d’aria

non mite non irosa

e le parole che insistono a cercare

quello che sfugge e va. Seguo un airone

immobile sul sasso, grigio al grigio, in attesa.

 

Lo guardo, apre le ali, forse vola.

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Foto di Dino Ignani