Guadalupe Nettel: Quando finisce l’inverno

Guadalupe Nettel è una scrittrice dell’anomalia. Se è vero, se cioè una definizione può mai riassumere un autore, lo è alla stessa maniera in cui lo è per quello che potrebbe essere considerato il suo lontano maestro, ovvero Julio Cortázar: nel mondo c’è qualcosa che non quadra, ed è proprio lì che comincia il racconto. Si potrebbe parlare di genere, e di genere fantastico, in particolare, ma sarebbe un modo per mettersi al sicuro: da un lato la realtà diurna, e dall’altra un ghigno sinistro, notturno, che mette in allarme. Basterebbe metterebbe la notte tra parentesi, per vivere bene. Ma quello che l’autore di Cronopios y Famas e di Rayuela ci ha insegnato una volta per tutte è che il ghigno non solo non si presenta dopo il tramonto, ma sta tutto il giorno dentro le cose, si annida negli oggetti, nei corpi. È l’anomalia che si presenta nella forma di una crepa. La partita, dal punto di vista della letteratura, si gioca tutta lì: ignorare la crepa, fare i conti senza l’oste, e giocarsela con il mondo statisitico, oppure tenerla dentro il racconto, lasciare che quella crepa ci guardi. Oltre quella crepa, c’è un vento inquietante che soffia: la morte. Il punto non è tanto guardare dentro la crepa, infilare lo sguardo nel mondo dei morti. Il punto è accettare di farsi guardare, dai morti.

 

I morti sono il coro silente che si raccoglie intorno a Cecilia, la protagonista di Quando finisce l’inverno, l’ultimo e notevole romanzo della quarantatreenne messicana (traduzione Federica Niola, Einaudi, pp. 240, € 19,50), vincitore del Premio Herralde, che l’ha consacrata, per così dire, come una delle scrittrici più originali della letteratura contemporanea di lingua spagnola. I morti guardano i vivi, ed è dai morti che Cecilia accetta, e in qualche modo pretende, di farsi guardare: a venticinque anni lascia Messico e delusioni famigliari, si trasferisce a Parigi per studiare, e prende posto davanti a loro: “Percorremmo rue du Chemin Vert fino a raggiungere boulevard Ménilmontant, dove si trovava il palazzo. Era l’inizio dell’autunno e gli alberi erano ancora pieni di foglie verdi e aranciate. Fu ciò che vidi il primo pomeriggio, affacciandomi alle finestre. Dietro la cortina di foglie si estendeva il vasto cimitero. Quel paesaggio non mi parve soltanto una fortuna ma anche un segno. In tutta Parigi non poteva esserci un appartamento più adatto a me”. Il cimitero è il Père Lachaise, ed essere sotto lo sguardo di quella comunità raccolta tra le sue mura, è per Cecilia indice di rassegnazione e del suo contrario: i morti si accordano bene alla sua malinconia, ma rappresentano al tempo stesso un’alternativa alla vita, il suo rovescio misterioso. Quello tra i vivi e i morti, in fondo, è un riconoscimento e Cecilia lo sa. Si affaccia alla finestra e sa che sarà guardata, e che quel ponte tra il cimitero e la casa e tra la casa e il cimitero è la storia del mondo. La morte è l’anomalia della vita, ma è soprattutto la vita ad essere l’anomalia della morte: a guardarla con gli occhi di chi ha varcato la soglia non può che sorprendere. Basta mettersi in ascolto, e la vita si manifesta. Nei rumori domestici di Tom, ad esempio, che vive nell’appartamento accanto al suo e che della morte ha fatto una vera e propria ragione di vita: “Mi invitò a guardare le foto appese alle pareti. Erano immagini di tombe di tutto il mondo, che aveva scattato lui durante i suoi viaggi”. Tom verbalizza quello che Cecilia intuisce soltanto: “Sai, nessuno dei due è arrivato qui per caso. Sono quelli del quartiere di fronte. […]

 

Sono loro che decidono chi deve abitare qua intorno”. Tom è un emissario della morte, per certi versi, e lo resterà fino alla fine, quando la incarnerà. Ha la sostanza dei fantasmi, dai trapassati: Cecilia ricostruisce la giornata del suo vicino accostando l’orecchio al muro e mettendosi in ascolto. Traduce la sua assenza in sentimento, costruisce una relazione sulla base di un contatto che va ben al di là della vita. C’è solo un muro a separarli, e invece sembra l’eternità. 

 

Ma Tom, si potrebbe dire, rappresenta la rinuncia uguale e opposta a chi chiude la morte dentro l’armadio. O meglio, si presenta come il suo emissario. L’amore, a cui tutto fa pensare all’inizio, non si può però fondare sulla vita imbavagliata. Tom scompare, al di là del muro torna il silenzio. È per questo che invece si presenta sotto le spoglie di Claudio, un cubano che conosciamo in realtà in apertura di romanzo, dal momento che è la sua voce ad accogliere il lettore, ed è sua la voce che si alternerà per tutto il libro, a quella di Cecilia. È un comprimario, dal punto di vista della scansione drammatica, ma di fatto è una funzione narrativa. Di lui conosciamo il passato, la sua educazione sentimentale a Cuba, e il presente a New York, dove è redattore in una casa editrice. Mescola vitalismo e irresolutezza. Per la sempre valida variante del caso e delle amicizie comuni, finirà alla stessa tavola parigina di Cecilia. Inquieto e irresistibile, Claudio declina la vita sub specie di una caotica vita sentimentale fatta di sesso e bugie: sarà quella declinazione a far prima divampare il fuoco con Cecilia – in uno scambio febbrile di sensi e parole, di azzardi e di slanci – e poi a soffocarlo, riconsegnando a lei il suo kit di scontento. È quello scontento, o meglio la malinconia rimasta sul fondo di un bicchiere bevuto troppo in fretta, il bagaglio che Cecilia riporta a casa. Senza conoscerne il peso, sembra dire Nettel, la vita è un palloncino che sale, e che poi scompare in cielo. Non ne sentiremo lo scoppio, forse, ma è così che inevitabilmente finisce. La malinconia fa più male, ma lascia il mondo dov’è.

 

Già nel romanzo autobiografico Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014, finalista al Premio Von Rezzori 2015) Guadalupe Nettel aveva esplicitato in maniera inequivocabile che senza dolore, senza cioè quella sorta di pericolosa anomalia sociale, non c’è racconto. L’anomalia, in quel caso una macchia sulla cornea, è ciò che spacca in due lo stereotipo, piega il mondo a uno sguardo divergente, e in questo modo lo libera dalla cella carceraria del senso comune. Tenersi stretta l’anomalia, questo dicono i suoi libri, significa dotarsi di un’unità di misura alternativa, che è ciò che trasforma il racconto del mondo in letteratura. È quello che chiamiamo stile, in definitiva, l’anomalia, e per questo è non solo preziosa ma imprescindibile. Lo stile della scrittrice messicana, che Federica Niola restituisce in maniera impeccabile, è un’amalgama di semplicità ed eleganza, con, in filigrana, sempre una sorta di ironico disincanto che rende la sua prosa magnetica. Va incontro al mondo con sguardo velato, e gli inciampi sono pepite sul cammino. In Quando finisce l’inverno, in fondo, l’ironia è il mezzo per sabotare sottilmente l’illusione della protagonista, il suo costruire una coerenza del mondo fatta di coincidenze che però sono solo, di fatto, stelle inventate per poter esprimere un desiderio qualsiasi di felicità. Il cimitero di fronte, la presenza di uomo a tavola, persino la morte che chiede il conto a Tom della sua lunga fedeltà, non sono che posti casuali in cui i vivi cercano riparo per attraversare, con qualche piccolo accorgimento, l’esistenza. Nei racconti, genere da cui Guadalupe Nettel proviene, che le ha fruttato molti riconoscimenti e in cui dà il meglio di sé, l’ironia è un coltello tenuto sempre sotto il tavolo, è un sarcasmo trattenuto, una forma di vendetta stilistica contro un mondo che, indifferente, si accanisce. Lì, il magistero di Cortázar, così come gli echi del romanzo gotico, da Edgar Allan Poe a E.T.A Hoffman, sono più evidenti.

 

In El matrimonio de los peces rojos e in Pétalos y otras historias incómodas il ghigno sinistro delle cose, che nei romanzi scorre sotterraneo, è invece ineludibile. Animali e piante si infilano tra gli uomini, ne diventano interlocutori, criptici messaggeri, a volte anche maestri non sempre facili da seguire. Le raccolte di racconti ancora mancano all’appello dell’editoria italiana. C’è da augurarsi che si provveda a tradurle, perché è un terreno su cui Nettel darà ancora molto. C’è da augurarsi cioè che non si corra il rischio di mettere in atto un meccanismo paradossale: quello di pubblicare i romanzi di una scrittrice che sull’anomalia ha costruito un mondo, guardandosi però bene dal pubblicare i racconti dal momento che, si sa, i racconti sono un po’ un’anomalia, in un mercato fondato sul romanzo.

 

Uscito su Alias del 4 settembre 2016.

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