Il confine tra Estia ed Ermes

Molti hanno messo in relazione la caduta del muro di Berlino 30 anni fa con la costruzione del muro che il presidente Trump vuole costruire tra Messico e Stati Uniti oggi. È come se in questo lasso di tempo il senso generale della storia si fosse capovolto. Da qualche anno a questa parte, in effetti, dilagano in Occidente partiti e movimenti detti, a seconda dei casi, nazionalisti, sovranisti, identitari… Mentre sembrava fino a pochi anni fa che il vento della storia andasse nel senso opposto, verso un superamento dei confini non solo politici, ma anche economici, sessuali, culturali, ecc.

Negli ultimi decenni in effetti l’Occidente (e altri paesi all’Occidente assimilabili) sembra lacerato non dall’opposizione destra versus sinistra, quanto piuttosto da un’opposizione che chiamerei società aperta versus società identitaria, in qualche modo chiusa. Il principio della società aperta fu teorizzato da Karl Popper, ma di fatto accomuna la destra neo-liberista al cosmopolitismo socialista e liberal, che appaiono due rami dello stesso albero. Entrambe le correnti abbracciano una concezione sconfinata della società e del mondo. 

 

Per il neo-liberalismo (incarnatosi in quello che si è chiamato Washington Consensus) le differenze nazionali, barriere e confini sono destinate a saltare in un mondo sempre più dominato dal Mercato, vale a dire dallo scambio universale delle merci (ma anche di altri prodotti, in particolare culturali). In un mondo in cui tutti scambiano con tutti, il mercato universale se la ride delle barriere nazionali (dazi, dogane, monete locali) promuovendo un’omologazione del mondo in senso libero-scambista. Anche per il socialismo, i confini nazionali non hanno senso, l’umanità va accomunata da uno spirito fraterno di solidarietà e collaborazione. Per la destra il mercato, per la sinistra la fraternità, sono gli operatori di una svolta cosmopolitica dell’intera umanità. Questi due cosmopolitismi sembravano, fino a poco tempo fa, dominare il mondo politico, economico e culturale occidentale, anche politicamente, attraverso l’alternanza tra sinistra e destra, due varianti, in fin dei conti, della stessa direzione storica. È un errore perciò, a mio avviso, descrivere gli anni dagli 1980 al 2008 come dominati, in Occidente, dal neo-liberalismo. Questi decenni hanno visto in realtà una combinazione di due cosmopolitismi, quello socialista e quello liberista: da una parte crollo dei confini, soprattutto economici, tra stati, dall’altra rafforzamento del welfare, apertura verso gli immigrati, allargamento dei diritti civili (diritto all’aborto, eguaglianza di genere, unioni civili o matrimonio tra persone dello stesso sesso, ecc.). In effetti, l’incremento del welfare riduce i confini tra le classi sociali.

 

 

La polarità politica che oggi invece si afferma può essere espressa attraverso due divinità antiche, greche e romane: Estia ed Ermes, Vesta e Mercurio. Estia era il focolare, al centro della casa o della polis, radicato al suolo e immobile. Estia, dea vergine, non si muoveva mai, e corrispondeva al fuoco centrale della casa. Essa era il centro della famiglia o della città attorno a cui si organizzava il mondo sociale. Ermes al contrario era il dio del movimento, del cambiamento, del passaggio, del rapporto con gli altri, della propria alienazione direi – non a caso era dio del commercio e persino dei ladri. Ermes è sempre andare verso l’altro, uscita dalla casa. Estia era il cuore di una perennità familiare o cittadina, Ermes era il principio stesso del mutamento e dello scambio. Ora, per i greci (e anche per i latini, con Vesta e Mercurio) queste due divinità così opposte non erano nemiche, ma vicendevolmente amiche. Non rappresentavano i due poli di un conflitto, ma due elementi che dovevano in qualche modo accordarsi, come ho avuto modo di argomentare con maggiore ampiezza in precedenti miei lavori (per esempio in Hestia-Hermes: la filosofia tra Focolare e Angelo).

 

Quanto al confine, esso è elemento ermetico (non nel senso che ermetico ha assunto poi, di chiusura, ma anzi nel senso di apertura) in quanto ogni confine è fatto, direi, per essere attraversato, superato. Ermes è il dio del passaggio di confine, dell’attraversamento da sé all’altro. Al centro del terreno definito dal confine c’è il focolare, Estia; sul bordo del confine, pronto a trasgredirlo, c’è Ermes.

 

In Occidente invece i due poli – il focolaristico e il mercuriale – sono stati per lo più in tensione, e oggi direi più che mai. Certamente l’Occidente moderno, se avesse un dio, avrebbe scelto proprio Ermes o Mercurio: l’Occidente, più delle altre civiltà, ha promosso lo scambio universale sia economico che culturale. L’Occidente è all’insegna del movimento, della velocità, della comunicazione, della finanza, tutte cose di cui Ermes era la divinizzazione. Ma esso ha anche prodotto, come antitesi, una serie di richiami che vengono detti reazionari a un ritorno alla propria terra, alla propria identità definita, alla chiusura entro i propri confini spaziali e culturali. La nuova ondata politica – di cui la presidenza Trump, la Brexit, il regime di Orbán in Ungheria, la Lega e Salvini in Italia, il partito di Le Pen in Francia sono aspetti – incarna questa reazione focolarista contro il mercurialismo moderno. La classica dicotomia sinistra versus destra sembra oggi superata da un’altra dicotomia, che vede sinistre e destre classiche, moderate, unite in uno spirito mercuriale contro il neo-focolarismo dei nuovi nazionalismi xenofobi e identitari.

 

I sovranisti spesso propongono una narrazione che chiamerei “indipendentista”. Staccarsi dall’Europa, per esempio, è visto come un atto di indipendenza, quale fu la Rivoluzione americana nel 1775, o le guerre di indipendenza italiane dall’impero austriaco, o il Bangla Desh che si rese indipendente dal Pakistan nel 1971… Ora, non c’è necessariamente un pregiudizio sfavorevole, anche da sinistra, nei confronti dei movimenti indipendentisti, siano esso catalano, scozzese, basco, ceceno… In questi casi si tratta infatti di una richiesta di indipendenza in senso verticale: un paese si vuole emancipare dalla tutela di un potere maggiore e agire autonomamente. Ora, l’indipendenza e l’autonomia non implicano una chiusura focolarista in se stessi. Ad esempio, il partito indipendentista scozzese è contro la Brexit e vorrebbe intensificare i rapporti, invece, con gli altri paesi europei. Anche l’indipendentismo catalano è filo-europeo. L’indipendentismo è un desiderio emancipativo, è liberarsi dalla tutela di un major. Prova ne sia che questi indipendentismi di solito non sono xenofobi, non urlano contro l’immigrazione, non intendono uscire dalle grandi organizzazioni internazionali. 

 

Ben diversa è la filosofia di sovranisti e identitari: la separazione da istanze superiori – come l’Unione Europea ad esempio, o il NAFTA per i paesi nordamericani – implica una serie di chiusure anche interne. È come se il sovranismo si volesse difendere da due “alterità”, una esterna e l’altra interna. L’alterità esterna sono gli altri paesi e le organizzazioni internazionali. L’alterità interna è di volta in volta determinata in quanto incarnerebbe un pericolo subdolo che verrebbe dall’interno stesso del paese. Per secoli in Europa questo “altro” infido, entro i confini del proprio paese, erano gli ebrei. Per la Lega Nord separatista erano gli italiani meridionali, oggi per la Lega italianista sono i mussulmani e gli immigrati. Non si tratta solo quindi di emanciparsi da una tutela di ordine superiore, ma di rinchiudersi in un’identità specifica contro ogni forma di altro, che può essere qualsiasi altro, etnico, religioso, politico, geografico, economico… Chi ha votato Brexit, ad esempio, non solo voleva svincolare la Gran Bretagna dagli impegni con l’Unione Europea, ma soprattutto impedire l’immigrazione, sia dai paesi europei che da quelli extra-europei. È la pulsione a rinchiudersi nel proprio focolare.

 

Migranti scavalcano la barriera al confine tra Messico e Stati Uniti vicino a Tijuana, il 25 novembre 2018 (PEDRO PARDO/AFP/Getty Images).


La polarità estiaca ed ermetica è anche una polarità individuale, non solo di città o stati. Vedo un’analogia impressionante tra l’identitarismo politico da una parte, e quei casi in cui qualcuno si chiude in casa e finisce col non uscirne più, o quasi, dall’altra. In Giappone sono noti gli hikikomori, per lo più adolescenti che si chiudono in una stanza di casa, non vanno più a scuola, si fanno portare da mangiare in camera, e passano tutto il tempo su internet o al computer. Ma abbiamo da noi anche tanti adulti che sono reclusi in casa, spesso da decenni. Talvolta chiusi assieme a un compagno o compagna, o alla madre o alla figlia, talvolta del tutto soli. Spesso denunciano una crisi depressiva che li avrebbe spinti a isolarsi dal mondo, talaltra acciacchi fisici. Le rare volte che sono costretti a uscire di casa, devono essere accompagnati dal loro mate, per dirla in inglese.

 

Ogni scelta di clausura ha motivazioni diverse. Ma mi sembra evidente che il rinchiudersi in casa è come mettersi sotto la protezione di Estia o Vesta: la casa diventa una seconda pelle da cui non si deve uscire. Quasi sempre questa clausura esclude una vita sessuale, anche con la compagna o compagno che assiste, per dir così, il soggetto, dato che il rapporto sessuale è appunto un commercio, uno scambio, qualcosa dell’uno passa nell’altro e viceversa. Molto spesso questo regredire nella casa è effetto di una delusione nel mondo esterno: perdita del lavoro, per esempio, oppure rottura con una amicizia importante. 

Molto spesso, questa reclusione in casa si accompagna a forme di ipocondria: il soggetto è ossessionato dall’idea di essere malato. Teme di avere un cancro, anche se si guarda bene dal farsi visitare da un medico. Spesso si misura la pressione sanguigna, osserva le proprie urine, chiede elettrocardiogrammi. Si produce qualcosa di simile, insomma, alla sindrome politica sovranista: da una parte si evita il mondo esterno, ci si ritira entro le frontiere e i rapporti interni, dall’altra però l’Altro fa capolino dall’interno, minaccia dal di dentro del corpo sociale stesso. La malattia che sembra perseguitare il soggetto recluso è l’equivalente individuale del persecutore politico interno che, come abbiamo visto, varia col tempo, va dagli ebrei ai mussulmani di oggi. È come se l’Altro, cacciato dalla porta di casa, rientrasse dalla finestra del corpo del soggetto stesso. In questo modo, il soggetto è braccato dall’Altro. Il confine col mondo esterno viene sprangato, Ermes ne è estromesso; ma allo stesso tempo l’Altro subdolo, minaccioso, emerge dall’interno del focolare e passa un altro confine più interno, quello che separa il soggetto da suo “al di qua”. Questo “al di qua” è il corpo stesso del soggetto claustrale, artefice minaccioso della disgregazione del soggetto; questo “al di qua” sono gruppi precisi all’interno del corpo sociale, oggi, in epoca di populismo, “i politici”.

 

Le ideologie che chiamo focolariste si fondano sull’angoscia per l’Altro, nel senso che l’Altro è causa di angoscia. Il mondo esterno oltre i confini è considerato sostanzialmente persecutorio, ma un altro mondo esterno si infiltra anche al di dentro dei confini e del tessuto sociale, e minaccia di disgregare l’identità a cui il focolarista si aggrappa. Di volta in volta, questi disgregatori vengono identificati in lesbiche e gay, femministe, cultura secolarizzata…

Ora, è bene ricordare che per la psicoanalisi non esistono identità – siano esse politiche, sociali, sessuali, economiche… Per la psicoanalisi esistono solo identificazioni: mi identifico a qualcosa di Altro, che assumo come la mia stessa identità. Di solito ci identifichiamo a significanti, a qualcosa quindi che ha sempre un alone di arbitrarietà.

 

Si prenda la cosiddetta identità italiana. Essa si basa sul significante Italia. Quando nel XIX° secolo si sviluppò il Risorgimento, l’idea di fare dell’Italia una nazione, gli italiani non parlavano nemmeno una stessa lingua. Ciascuna regione parlava il proprio dialetto, e solo una élite di persone ricche e colte parlava il toscano, identificato con l’italiano. È stata questa élite a decidere che il significante Italia doveva diventare uno stato unitario. La produzione storica dell’Italia è quindi una produzione simbolica, che spiega la famosa frase di Massimo D’Azeglio: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Segno che il simbolico precede il reale: non sono stati gli italiani a fare l’Italia, ma è stata l’Italia a fare gli italiani. Il che fa eco alla famosa (in Francia) battuta di Alfred Jarry: “Viva la Polonia, perché se non ci fosse la Polonia, non ci sarebbero i polacchi”. Jarry lo diceva in un’epoca in cui non esisteva la Polonia come stato.

Questo vale per ogni organizzazione politica, che si basa sempre su un significante assunto arbitrariamente. È questo significante a identificare una nazione, un paese, un gruppo, una classe sociale, e quindi, al centro di questa entità simbolicamente prodotta, istituisce un focolare: re, regina, presidente, il Leader (Führer)… Certe nazioni si basano su un significante specialmente arbitrario, dato che vi si parlano lingue diverse – è il caso della Spagna, della Svizzera, del Belgio, dell’India. Il Belgio è un caso particolarmente eclatante di unità attorno a un focolare arbitrario: in questo paese i valloni si rifiutano di imparare il fiammingo, e i fiamminghi si rifiutano di imparare il francese. Eppure un re, lui bilingue, tiene unita questa nazione, istituendo un focolare centrale che tiene insieme l’eterogeneo. Perché un’unità sussista, occorre quel che Ernesto Laclau chiama un significante vuoto.

 

Qualsiasi organizzazione umana ha al centro un focolare, anche se non letterale. E dei confini, che più o meno circondano questo focolare. Anche la psicoanalisi è organizzata così. Al centro, come focolare, c’è l’opera di Freud e di qualche altro psicoanalista a cui l’organizzazione si ispira. C’è poi una linea di confine con le altre psicoterapie e le altre discipline psicologiche. Ma c’è anche sempre un’istanza mercuriale, grazie a cui le istituzioni psicoanalitiche non vivono in uno splendido isolamento ma si scambiano anche tra loro, e succhiano dalle discipline esterne spunti e motivi. 

Ma se ogni organizzazione sociale tende a essere strutturata in modo estiaco, focolaristico, che cosa porta allora alcune alla chiusura identitaria e sovranista? La chiusura identitaria – sia essa individuale, sia politica – esclude di fatto, o minimizza, la spinta mercuriale. Perché?

 

Oggi, nei paesi occidentali, il voto sovranista o identitario risulta concentrato in certi strati sociali: tra le persone più povere e meno colte, tra chi abita nei piccoli centri o in campagna piuttosto che nelle grandi metropoli, tra gli anziani piuttosto che tra i giovani, in zone dove ci sono meno immigrati… In sostanza, potremmo dire, il voto identitario e sovranista è di chi è socialmente perdente, nei vari sensi che si può dare a “perdente”. Sono insomma i più deboli, i più socialmente fragili, i delusi dalle promesse implicite della democrazia. (Il fatto che votino per gli xenofobi proprio le zone che hanno meno immigrati, malgrado la sua apparente paradossalità, è spiegabile col fatto che le regioni con meno immigrati sono le meno ambite, le meno ricche, quelle in cui nessun immigrato vuole andare.) Questa inferiorità o sconfitta sociale – foss’anche quella sconfitta vitale che consiste nell’essere anziani – viene messa sul contro dell’Altro, che appare persecutorio. Ci si dice “Mi sento inferiore. Ma perché l’Altro è cattivo”. L’Altro oggi è per lo più la “casta” politica, chi ha il potere politico; ma anche gli immigrati, “gli alieni che hanno invaso la mia casa”. L’Altro persecutorio viene insomma o dal centro del sistema in cui vivo, o dall’esterno; o sono derubato e sfruttato dai Politici, che sono al centro del sistema, o sono invaso e insidiato dagli alieni, ai margini del sistema. Non deve stupire quindi se la politica della Lega in Italia, per esempio, è ad un tempo anti-europea, ovvero contro quelli che sono considerati i caporioni dell’Europa, e anti-immigrati: sono le due facce opposte dell’Altro persecutorio. 

 

Per chi è socialmente più debole, l’illusione dell’“identità” è essenziale: l’“identità” è la ricchezza del povero. Essere italiano, essere di quella regione e di quel paese, essere cattolico, essere membro di una famiglia… sono tutti punti fermi che mi consolano e puntellano quel che io sono, in un mondo in cui mi sento messo da parte, emarginato, irrilevante. Per chi è ricco, colto, cosmopolita, per chi abita nelle grandi metropoli, la propria auto-stima si gioca su terreni non identitari: chi appartiene alle classi più favorite si sente cittadino del mondo. Questo è particolarmente evidente per chi oggi si dedica a una carriera scientifica: il successo qui è valutato in termini assolutamente extra-nazionali, le comunità scientifiche sono internazionali, ci si scambia in lingua inglese. Uno scienziato è più o meno inserito nella propria comunità scientifica, non conta che sia italiano o inglese, cattolico o gay, juventino o romanista.

La chiusura focolarista, la rinuncia allo slancio mercuriale, sono quindi l’effetto di un malessere dovuto a un’inferiorità sociale o culturale. In un mondo che va ermeticamente sempre più veloce, ci si sente lasciati indietro: da qui la tentazione di idealizzare quell’“indietro” a cui si è lasciati, vale a dire il nucleo immobile e “radicato” della propria supposta identità. Ovvero, l’identità non è vista come una costruzione simbolica, come un artefatto storico, ma come una ricchezza reale. Quindi, da una parte il cosmopolitismo della parte più dinamica della popolazione, dall’altra l’identitarismo della parte diciamo perdente di una nazione. Così Estia ed Ermes, che per gli Antichi erano legati da mutua amicizia, oggi non solo si separano ma confliggono. 

 

Relazione al convegno “Confini”, Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino, Roma, 9 febbraio 2019.

La barriera costruita sul confine tra Stati Uniti e Messico dove termina nell'oceano Pacifico sulla spiaggia di Tijuana, il 28 febbraio 2018 (AP Photo/Emilio Espejel).

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