La filosofia si sporca le mani

Francesca Rigotti, in un articolo recentemente apparso su Doppiozero ha ripreso e sviluppato una questione che era già stata posta, in maniera tanto acuta quanto provocatoria, da Donatella Di Cesare sul Corriere della Sera. Il titolo del pezzo di Di Cesare recitava “La filosofia tedesca è morta. Dopo 300 anni”. La tesi è la seguente: dopo un periodo di quasi indiscusso predominio, partito dall’Idealismo e ancor prima da Kant e Leibniz, la filosofia non parla più tedesco. In Germania si vanno esaurendo le cattedre universitarie che seguono la tradizione filosofica della cosiddetta “filosofia continentale” a vantaggio di quelle che hanno come indirizzo tematico e metodologico la filosofia di stampo angloamericano, quella che gli addetti ai lavori chiamano “analitica”. È sicuramente difficile riassumere lo spettro tematico delle differenze tra le due correnti filosofiche in questione, e soprattutto è difficile farlo senza pregiudizi di scuola, anche perché va tenuto conto di una serie di scontri e incontri tra le due correnti. Quello che però può essere utile sapere al lettore che non sia interno al dibattito, è che – forse – la più grande differenza che separa le due correnti è il tipo di metodologia che esse usano, il modo in cui esse pongono i problemi. La filosofia continentale, che fa proprio un orizzonte che comprende la storia della filosofia occidentale nel suo complesso, pone i problemi in maniera storica, spesso ibridandosi con discipline più o meno vicine: dalla linguistica alla storia, dall’antropologia alla politica, all’arte.

 

In molti casi lo stile di scrittura, la forma che assume l’espressione del pensiero, hanno un ruolo assolutamente di primo piano nell’approccio continentale alla filosofia. La filosofia analitica, invece, è interessata a un orizzonte maggiormente formale e formalizzabile. Si punta meno sul virtuosismo linguistico, sta meno a cuore l’originalità, l’attualità e la spendibilità delle teorie nel panorama contemporaneo, quanto invece si pone l’accento sul formulare le questioni in maniera chiara, dimostrabile, dibattibile con un metodo che in molti casi si avvicina a quello delle scienze esatte e che sia il meno equivoco possibile. Una delle parole chiave, ad esempio, della filosofia analitica è “normatività”: non tanto, quindi, un’analisi concettuale dei fatti e del mondo, ma la ricerca di norme generali applicabili come griglia di lettura.

 

Se tralasciamo per un momento, considerandolo come accidentale, il fatto che anche il modo “analitico” di fare filosofia è nato in ambiente germanofono (Wittgenstein e il Circolo di Vienna), prima di trovare il suo terreno di diffusione primario negli Stati Uniti e in Inghilterra, da una prospettiva “interna” (ossia dal punto di vista di chi conosce il mondo accademico tedesco), si può dire tranquillamente che Donatella Di Cesare ha ragione. Anche Francesca Rigotti lo ammette, integrando il punto di vista di Di Cesare, che era per lo più legato alla descrizione della filosofia prettamente universitaria, con uno relativo alla filosofia che non si fa nei dipartimenti di filosofia. 

Se, infatti, la filosofia – intesa come filosofia continentale – è morta nei dipartimenti di filosofia in Germania (sostituita da quella analitica), essa appare viva e vegeta a livello di divulgazione, di narrazione, addirittura di “mito” (inteso come un narrare che non mira a dimostrare una verità more geometrico, ma a mostrarla) al di fuori dell’università. 

 

Ne sono una riprova sia il libro Il tempo degli stregoni, recentemente pubblicato in italiano per Feltrinelli, di Wolfram Eilenberger, quanto il programma televisivo Sternstunde Philosophie, ad argomento filosofico, che lo stesso Eilenberger tiene regolarmente per la televisione svizzera. Eilenberger, come altri pensatori che sia Di Cesare che Rigotti nominano, primo fa tutti Peter Sloterdijk, fa parte di una schiera di personaggi che – per lo più extra-universitari – renderebbero la filosofia fruibile al grande pubblico non specialistico, mostrando, narrando: descrivendo più che prescrivendo. 

Se le argomentazioni di Di Cesare e Rigotti sono vere – e lo sono – forse è però possibile ampliare il dibattito integrandole con alcune su altri aspetti del panorama filosofico tedesco, e – pure – con alcune complementari sul panorama filosofico italiano. 

 

 

La prima riguarda la filosofia accademica tedesca. Se è vero che i dipartimenti di filosofia tedeschi appaiono sempre più isolati, e che le correnti filosofiche più importanti prima della svolta analitica (in particolare fenomenologia ed ermeneutica) sono praticamente sul punto di estinguersi, non si può dire altrettanto del pensiero “teorico”, e della “teoria” in generale. 

Se per “filosofia”, infatti, si intende un’analisi critico-concettuale dell’attualità, che utilizzi gli strumenti (anche i più diversi) delle discipline umanistiche per comprendere problemi, temi e possibili direzioni del presente, insomma, quella disciplina che, citando non letteralmente Hegel, si proporrebbe di comprendere “il proprio tempo storico tramite concetti”, allora la filosofia è più viva che mai.

Chiamerò questo modo di intendere la filosofia, di seguito, “teoria” per distinguerla dalla filosofia come viene intesa nei dipartimenti universitari tedeschi.

Riassumendo quanto detto in uno slogan: la filosofia tedesca non è morta in generale, è morta solo nei dipartimenti di filosofia delle università, mentre la teoria è viva e vegeta, fuori, ma anche dentro le università. 

 

Nelle università l’eredità delle facoltà di filosofia è stata presa principalmente dalle scienze dei media e della cultura. Per il carattere estremamente eterogeneo delle discipline oggetto di studio in questi dipartimenti (in un dipartimento di scienze della cultura convivono – più o meno pacificamente – filosofi, studiosi di letteratura, di religioni, di storia, di antropologia, di architettura, di design, ecc.; in uno di scienze dei media si parla della storia della scrittura come dei linguaggi di programmazione, o delle tecniche di produzione degli audiovisivi) si è costretti confrontarsi con l’applicazione di molte metodologie differenti a oggetti di analisi altrettanto differenti. La filosofia, ormai diventata teoria, “si sporca le mani”, ma non perde di efficacia, anzi. Si comprendono, in particolare, le condizioni materiali e storiche di insorgenza delle culture e dei problemi che le attraversano. Si tende non tanto a diventare esperti di autori quanto specialisti di temi, che vengono affrontati tramite metodologie diverse a seconda dei casi. 

Si diventa tanatologi, studiando a livello storico, antropologico, letterario, filosofico, giuridico il problema della morte nelle diverse culture. O si diventa teorici dei media, cercando di capire quali tipi di soggetti diventiamo rapportandoci a media in continua evoluzione e trasformazione. O mediatori culturali, studiando genesi e struttura dei fenomeni di migrazione e integrazione. E così via, senza particolari limiti preimposti.

 

Ai puristi della filosofia, che potrebbero indignarsi per una sua riduzione al concreto (una “onticizzazione”, per usare un linguaggio più specifico), si potrebbe obiettare che già Eraclito, sorpreso a riscaldarsi vicino un fuoco come qualsiasi povero mortale infreddolito, aveva risposto alla sorpresa dei suoi interlocutori, delusi dal vederlo così umano, (un po') troppo umano, che anche presso quel fuoco “soggiornavano gli dei”. Non ci sono oggetti troppo triviali per una teoria che abbia di mira uno sguardo critico sul presente. 

Una serie di pensatori, certo criticabili (come ogni pensatore), ma sicuramente vitali, anima il dibattito teorico tedesco a tutti i livelli: dal coreano Byung-Chul Han con le sue (spesso apocalittiche) analisi sui media al già citato Peter Sloterdijk, dallo storico della cultura Thomas Macho a Joseph Vogl, che unisce nei suoi studi letteratura ed economia, da Friedrich Kittler (scomparso alcuni anni addietro), che si è spinto ad indagare le pieghe della soggettività in connessione con le forme linguistiche proprie di epoche differenti, fino ad arrivare Hans Joas con la sua analisi dei fenomeni religiosi individuali e collettivi, e a Christoph Wulf, con la sua teoria e prassi pedagogica orientata a una comprensione storica e storicizzante dell’anthropos. Nessuno di questi autori insegna (o ha insegnato) in un dipartimento di filosofia, ma di certo non si può sostenere né la loro estraneità all’orizzonte accademico né la loro non-filosoficità.

Se la filosofia tedesca, quindi, in quanto disciplina “pura”, esercitata nei dipartimenti di filosofia in Germania è morta, non è che in Italia la filosofia non-analitica se la passi meglio. Ridotta a filologia della filosofia, o schiacciata sulla storia della filosofia (di cui, ovviamente, non va messa in questione l’importanza centrale, paragonabile a quella di tutte le altre discipline storiche), la filosofia come interrogazione del presente, in Italia, è praticamente (certo, con qualche ovvia eccezione) assente dal mondo universitario. 

 

I processi di selezione del futuro personale docente scoraggiano l’interdisciplinarietà, supportando una formazione che ricalchi l’appartenenza ai famigerati “settori scientifico-disciplinari”, vale a dire alle compartimentazioni che dividono una disciplina dall’altra, fosse anche una contigua. Nelle commissioni addette a giudicare i candidati all’insegnamento in filosofia, in particolare, si discute costantemente sui temi che appartengono all’uno o all’altro ambito tematico, privilegiando la riflessione su autori ritenuti di riferimento, più che quella su temi e argomenti affrontati con metodologia e impianto filosofico.

Questo conduce i giovani studiosi desiderosi di entrare nel mondo dell’università a orientare le proprie ricerche più su autori e temi considerati canonici, che su temi e problemi ritenuti particolarmente interessanti, urgenti o bisognosi di attenzione rigorosa. Questi ultimi, come rileva anche Rigotti, trovano invece spazio nei festival di filosofia, in cui spesso, in un particolare fenomeno di sdoppiamento tutto nostrano, gli stessi studiosi che fanno una vita accademica “seria”, mostrata nei curricula approntati per le varie abilitazioni, svestono le polverose giacche con le toppe sui gomiti per indossare quelle degli intellettuali pubblici, che dibattono anche su oggetti più “triviali”, per intrattenere un pubblico non specialistico.

Questo fenomeno – venato di un certo snobismo intellettuale, per cui a chi non è dentro l’università va fatto un discorso semplice e accattivante, quasi non sapesse o potesse capirne uno più dettagliato – ha le sue eccezioni virtuose: dal festival di Popsophia, l’unica sede in cui in Italia si fa qualcosa che può essere chiamato “filosofia dei media”, agli sforzi di singoli, coraggiosi studiosi (per lo più appartenenti alla “generazione perduta” dell’accademia italiana, quella dei 30-45enni) che cercano di portare avanti praticamente da soli discipline autonome: sempre affiancando, però, agli studi innovativi, un curriculum più classico, spendibile nelle accademie quando vengono fatti i concorsi su temi “seri”. Degna di menzione è anche la corrente dell’Italian Theory/Thought, che – cercando di portare sul versante della politica il discorso filosofico – ha provato a sostenere una forma di ibridazione della filosofia istituzionale e una sua apertura, per quanto entro le categorie “classiche” del pensiero filosofico-politico.

Manca però, ancora, un ruolo “istituzionale” di rifugio per le ricerche umanistiche che abbiano al centro la “teoria”, ma che non siano riducibili alle ripartimentazioni del pensiero filosofico istituzionale attuale: manca, ossia – a parte una o due eccezioni virtuose – un equivalente italiano, a livello istituzionale o universitario, delle scienze della cultura e dei media, delle Kulturwissenschaft tedesche e dei Cultural Studies anglo-americani.

 

Eppure, la presenza e la richiesta sempre maggiore di intellettuali provenienti dal mondo della teoria filosofica non-analitica (da Judith Butler a Slavoj Žižek, da Giorgio Agamben a Peter Sloterdijk) mi sembra sia indice della necessità avvertita anche dalla grande audience di avere figure che sappiano discutere di grandi problemi del mondo attuale in uno spazio aperto e pubblico. 

Credo che queste figure, intellettuali in grado di salvare il dibattito pubblico dalle ondate di banalità e di crescente, pericolosa semplificazione, vale a dire personaggi in grado di creare nuovi tipi di narrazione, vadano “allenate”: esse vanno formate, abituate a pensare e dibattere in contesti multidisciplinari, applicando le teorie alla materialità della storia e del presente. 

Se vogliamo ricominciare a pensare alla filosofia come a una disciplina viva e non (solo) necessariamente antiquaria, che possa comprendere, interpretare, sviscerare le tendenze del presente, i cambiamenti dei collettivi, dei media, delle mentalità abbiamo bisogno di una sua concettualizzazione più ampia, e – forse – di un suo cambiamento in “teoria”.

E abbiamo, anche, a livello istituzionale, una sempre maggiore necessità di avere luoghi in cui esercitare questo tipo di pensiero, come lo sono, all’estero, i già citati dipartimenti di scienze dei media e della cultura.

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