Foucault, Sontag e altri fantasmi

13 Gennaio 2026

Wolfram Eilenberger è tornato in libreria da qualche mese con I fantasmi del presente.

Dico “è tornato” perché il suo è il terzo volume di una – per ora – trilogia che, a ben pensarci, potrebbe avere come titolo proprio quello dell’ultimo lavoro: un riferimento agli spiriti che infestano il nostro mondo, appunto. Chi sono questi fantasmi e quali catene agitano? Nel caso specifico gli spettri illustri si chiamano: Susan Sontag, Theodor Adorno, Michel Foucault e Paul Feyerabend. Il sottotitolo fornisce una serie di informazioni importanti per orientarsi, oltre ai nomi, cioè «1948-1984», e poi: «La fine della filosofia e un nuovo illuminismo».

L’autore, originario di Friburgo, studioso di filosofia, psicologia e filologia romanza, incrocia con originalità i suoi ambiti di ricerca depositando definitivamente – tre indizi fanno una prova – il brevetto di una forma-libro molto particolare, che ha una composizione chimica ricorrente e oramai afferrabile. Il tempo degli stregoni, Le visionarie, I fantasmi del presente sono libri che raccontano i legami simpatici e sconosciuti tra le cose, quei legami che offrono una spiegazione possibile di ciò che chiamiamo: “lo spirito del tempo”.

La prima mossa di Eilenberger risiede nello scegliere con cura un gruppo di studiosi abbastanza noti da essere a vario titolo presenti nel canone filosofico – è importante che noi lettori sappiamo chi sono, ma per apprezzare il saggio non è necessario conoscerli a fondo.

La seconda mossa è individuare un arco di tempo preciso sul quale concentrarsi, che corrisponde generalmente all’età adulta dei fantasmatici protagonisti, perché quello che farà il libro sarà mostrarne lo sviluppo, il processo di maturazione, l’insieme degli elementi casuali (e non) che li hanno portati, col passare degli anni, a diventare quelli che sono stati.

La terza mossa coincide con il tipo di materiale da costruzione che l’autore sceglie di utilizzare: sono pagine che si appoggiano su una grande ricerca d’archivio. Veniamo a conoscenza di pensieri, giudizi e teorie dei nostri eroi, non solo perché Eilenberger ci riassume il loro pensiero nel corso di brevi paragrafi con titoli autonomi, ma anche perché possiamo leggere direttamente le parole che hanno detto o scritto: descrizioni, azioni e idee sono intessuti con citazioni da testi, diari e interviste. La terza mossa è fondamentale per dettare lo stile del libro che è raffinatamente voyeuristico. Le parole a poco a poco assumono l’aspetto delle cose, la psicologia del personaggio si fonde con l’opera, il contesto dà una spiegazione o fornisce un appiglio utile per capire una teoria a volte molto complessa.

La quarta e ultima mossa – almeno tra quelle che io riesco a decifrare – è quella decisiva, e consiste nell’unire gradualmente punti che sembravano distanti, spesso completamente separati, tanto più leggendo i manuali di storia della filosofia. In pratica, Eilenberger, con grande pazienza e senza mai cedere alla tentazione narrativa di accelerare il passo per portarci nella zona più turistica dell’itinerario, ci mostra com’è che le trame della sua Storia sono interconnesse tra loro. Scopriamo il modo in cui i suoi fantasmi si sono conosciuti o ignorati quand’erano in vita. E iniziamo a poco a poco a comprendere la rete della reciproca influenza tra fantasmi. Come dicevo sopra: tocchiamo con mano quei legami che offrono una spiegazione possibile di ciò che chiamiamo: “lo spirito del tempo”.

Quello che emerge dalla reazione chimica è un affresco potente di un’epoca, una radiografia sotto l’aspetto del pensiero. Che cosa avevano in comune quelle persone? Quali problemi stavano cercando di risolvere con lo studio? In che modo questi problemi erano dettati dalle condizioni storiche, economiche, politiche e sociali che si trovavano a vivere? Che cosa non potevano ignorare? Che cosa non potevano vedere? Ma non è solo questo. Col passare delle pagine il saggio diventa una specie di memoir collettivo in cui la trama dei pensieri e delle idee si costruisce di nodi irregolari, fatti di crisi personali, relazioni a due a due, luoghi abitati, matrimoni, funerali e altre faccende private. E così, gradualmente, dalla complessità di ogni vita, viene fuori la semplicità complessiva del disegno. Un motivo.

Il motivo di I fantasmi del presente, per esempio, è l’ambizione di fondare un nuovo illuminismo e con esso una via di uscita dalla realtà così com’è, sia essa rappresentata dal soggetto, dall’«integrazione totale», dall’ideale di sanità mentale, o dal metodo.

Adorno, Foucault, Sontag e Feyerabend in modi diversi, abitando città e atenei differenti sono però uniti dalla comune tensione di “uscire fuori” – viene in mente la categoria coniata da Mark Fisher, il «capitalismo realista» come la bolla di realtà che avvertiamo il bisogno di bucare.

Alcune righe della Metacritica di Adorno spiegano bene il pattern: «L’encomio dell’Invariabile suggerisce che nulla debba essere diverso da come è stato da sempre. Sul futuro vien steso un tabù». E poco oltre: «Ciò che potrebbe aiutare il soggetto a uscire dalla prigionia di sé stesso viene rilevato in senso negativo: come qualcosa di pericoloso, qualcosa che dev’essere domato e ricondotto subito entro la chiostra del noto».

Prima ho parlato di voyeurismo perché in certi passaggi (più che in altri) Wolfram Eilenberger riesce a dare alla pagina una bella carica narrativa. Sono punti in cui – probabilmente quando le fonti lo consentono – lo sguardo si abbassa, cala nella realtà vissuta, e i morti ritornano in vita.

A poca distanza dall’inizio, ci troviamo fiondati nel pomeriggio mite del 29 dicembre del 1949, nella villa di Thomas Mann a San Remo Drive, nei pressi di Los Angeles, dove tre studenti universitari stanno per intervistarlo sulla genesi di La Montagna incantata.

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Una dei tre si chiamerà Susan Sontag, ora all’anagrafe figura come Susan Lee Rosenblatt.

«L’intera faccenda è già di per sé incredibilmente imbarazzante, soprattutto per la sedicenne Susan, che, avendo bruciato le tappe del suo percorso scolastico, è di due anni più giovane dei compagni. Cosa sperano di ottenere da quell’incontro? Di certo non un’intervista scoop per la loro rivista studentesca. A spingerli lì è stata soprattutto un’idea un po’ balzana dettata dalla noia. Quando Merrill rilascia il freno a mano per far avanzare silenziosamente l’auto lungo il vialetto della villa al 1550 di San Remo Drive, Susan trema al pensiero che uno di loro, lasciandosi sfuggire qualche stupidaggine, possa offendere il grande romanziere del Vecchio Mondo». Invece la cosa imprevedibile è che capita praticamente il contrario, e cioè che il grande romanziere del Vecchio Mondo scoccia con le sue risposte di rito la ragazzina irrequieta e così lei, pur senza smettere un attimo di prendere appunti, tra le altre cose annoterà un pensiero personale che fornisce a noi osservatori un assaggio preciso della sua personalità terribile (e splendida): «Con la loro banalità, i commenti dell’autore tradiscono il libro».

Il quadretto memorabile, spezzettato dall’autore in tre paragrafi come tre atti, è introdotto da una nota a margine: «Appena un giorno dopo quello in cui, a Francoforte, Theodor W. Adorno si siede alla scrivania per riferire a Thomas Mann il suo punto di vista sulla situazione intellettuale tedesca», lo scrittore annota sul suo diario che stanno arrivando i tre ragazzi americani per l’intervista.

Il cerchio si chiude proprio dove non si chiude.

Nella forma-libro creata da Eilenberger i protagonisti spesso si sfiorano, il che significa che anche prima di diventare ufficialmente fantasmi in un certo senso già lo sono, reciprocamente. Dallo sfioramento deriva un senso di mistero, che produce una zona ad alta intensità: Adorno e Sontag, che stiamo seguendo in un montaggio alternato da un centinaio di pagine, adesso si toccano attraverso Thomas Mann. Altrove il tramite è una città, un evento, una vacanza. La dinamica sprigiona sempre un’emozione che magari non avremmo attribuito né al fatto in sé né alle altre circostanze, ma che invece si dà nel rapporto che separa il “poco prima” dal “poco dopo” – una quasi compresenza. E così, col vantaggio di vedere i fantasmi, il lettore inizia a farsi l’idea che questi esseri umani si siano contagiati e, spesso senza saperlo, abbiano costruito qualcosa insieme, rispondendo ai reciproci influssi, nella relazione.

In che modo la chiacchierata di Mann con Adorno sulla situazione intellettuale tedesca sarà precipitata nelle risposte all’intervista del giorno successivo? È forse a causa di quei residui di pensieri che la signorina Susan l’ha trovato «banale»? Non è un’ipotesi formale, è un’ipotesi informale: un’impressione che nasce dalla tecnica messa in campo per raccontare la storia.

Per il resto si può dire che la selezione di citazioni è memorabile, perché l’autore ha sempre un’attenzione per la scelta di righe che possano riverberare qualcosa di ancora udibile nel presente, o addirittura attuale. Così, anche quando gli stralci non sono impernianti su un aneddoto specifico, la lettura è emozionante.

A pagina 158, per esempio, arriva di punto in bianco un aforisma di Minima moralia intitolato “Il cattivo compagno”. Occupa una pagina in cui Adorno racconta alcune esperienze di ragazzo, a guardare i piccoli «patrioti» che picchiano il compagno isolato, o quelli che fanno rumore sperando che il primo della classe, nel caos, commetta un errore. Scrive: «Nel fascismo l’incubo dell’infanzia è giunto a sé stesso». La densità della lettura – che è forse è uno dei pochi limiti della formula di questo libro – è forte, ma certe frasi non si dimenticano. Qui c’è, nascosta tra le pagine, una definizione di fascismo come qualcosa che conosciamo da sempre: l’abbiamo visto da bambini nelle zone di impunità sperimentate quando ancora non avremmo saputo chiamarle per nome o dire a un adulto il male elementare e sordo che ci causavano. Allora, nella trama di Eilenberger, il nuovo illuminismo è la luce che illumina un buio nel quale si finisce sempre per ritornare. Una soluzione più sofisticata per sconfiggere l’ombra uguale. A cambiare, per i contemporanei, è solo il modo in cui viene spenta la luce.

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