La lingua doppia della poesia

La poesia in dialetto ha una lunga e gloriosa tradizione nella nostra letteratura, da Carlo Porta a Giuseppe Gioachino Belli, da Salvatore Di Giacomo a Giacomo Noventa. Negli anni ’70 e ’80 del Novecento si è assistito a una sua nuova fioritura con autori come Franco Loi, Raffaello Baldini, Franco Scataglini e altri. Anche allora però (o proprio allora) l’uso del dialetto faceva storcere il naso a qualcuno: il sospetto era che questa scelta costituisse una fuga all’indietro, una scorciatoia, un lasciapassare per dire ciò che in lingua non si poteva più dire. Nella sua Introduzione a Stròlegh di Franco Loi (1975), Franco Fortini avvertiva senza troppi complimenti: “Ho un pregiudizio sulla poesia dialettale. Mi nasce diffidenza per la illusoria immediatezza offerta dall’abbandono al suo scivolo struggente, emozionante; come per dire ‘basta’ ad altro, ad altra fatica”. 

Per un certo periodo, grazie al crescente interesse della critica, la poesia in dialetto arrivò a costituire in Italia quasi una moda, anche come reazione ai salamelecchi di molta produzione in lingua. Passato il momento di gloria ha continuato il suo corso, ma un po’ più in ombra. 

 

Oggi, con i primi tre volumi della collana Ardilut della casa editrice Quodlibet, Giorgio Agamben – uno dei più eminenti filosofi italiani – propone, a sorpresa, un intenso ritorno di attenzione alla scrittura in dialetto. 

Non è la prima volta che Agamben si occupa di poesia (notevoli, fra gli altri, i suoi contributi su Pascoli, su Penna, su Caproni), ma questa volta il suo intervento non si limita all’interpretazione di un testo o di un autore: ha un carattere quasi “militante”; suona come l’indicazione di una poetica, di un progetto, di un’idea complessiva di poesia. 

 

La tesi – riproposta in vario modo nelle note introduttive del curatore ai tre volumi della collana – è che “una sorta di bilinguismo è consustanziale alla poesia italiana”. Per sostenerla, Agamben richiama Dante, il dualismo – esposto nel De vulgari eloquentia – tra lingua volgare, parlar materno che si riceve per natura, oralmente, informalmente, e lingua grammatica (il latino) che si apprende invece sui libri, ed è sottoposta a regole certe e stabili. Un altro punto d’appoggio – più volte ripreso – è il giudizio di Gianfranco Contini, secondo il quale il bilinguismo di poesia illustre e poesia dialettale è il dato “originario e costitutivo” della letteratura italiana. 

 

La diglossia tra latino e volgare prospettata da Dante sembrerebbe ripresentarsi, nella modernità, in quella tra lingua e dialetto (o, più propriamente, dialetti). L’italiano svolgerebbe insomma, oggi, il ruolo di lingua grammatica, il dialetto quello di parlar materno. Di un tale schema Giacomo Noventa si compiace in un suo epigramma: “Parché scrivo in dialeto…?/ Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni/ Gà pur scrito in Toscan.// Seguo l’esempio”. 

Ma è davvero possibile stabilire un’equivalenza tra il bilinguismo indicato nel De vulgari eloquentia e quello sperimentato dai poeti dei secoli successivi? Scegliere il volgare per la poesia (e in gran parte inventarlo, crearlo), come ha fatto Dante, e scegliere un dialetto, un certo dialetto, come hanno fatto Porta e Belli, Baldini e Loi, sono davvero la stessa cosa? Il ruolo, la natura, il peso del latino e del volgare nel Medioevo, il loro rapporto reciproco, sono paragonabili a quelli dell’italiano e dei dialetti nel nostro tempo? Nelle pagine introduttive di Agamben ai tre volumi di Ardilut, di questo non si ragiona. Il dialetto – che si tratti del solighese di Zanzotto o del friulano di Pasolini – viene presentato senz’altro come lingua sorgiva, lingua-poesia per eccellenza. La complessità della questione emerge però dai testi pubblicati nella collana, in particolare da quello che, col titolo In nessuna lingua in nessun luogo, raccoglie per la prima volta, per la cura di Stefano Dal Bianco, i testi in dialetto di Andrea Zanzotto, dai quasi inediti Appunti e abbozzi per un’ecloga in dialetto sulla fine del dialetto (1969-71) a Filò (scritto per il Casanova di Fellini) a quelli originariamente inseriti nei libri in lingua, da Il Galateo in Bosco a Conglomerati. Il rapporto di Zanzotto col dialetto – come la sua opera testimonia – è quanto mai problematico e contraddittorio. Il poeta ne parla, in un intervento incluso nel volume, come di una lingua “veniente di là dove non è scrittura (…) né grammatica, luogo allora di un logos che resta sempre ‘erchomenos’, che mai si raggela in un taglio di evento, che rimane quasi ‘infante’ pur nel suo dirsi”. 

 

 

Il fascino che il dialetto, logos erchòmenos, lingua sempre veniente, esercita è quello di un parlare più originario, più autentico: “sempre c’era qualcosa di fasullo/ in quello che scrivevo in italiano”, dichiara Zanzotto. E al dialetto, d’altra parte, dice: “nemmeno tu sei la mia vera lingua”. La vera lingua “sarebbe potuta nascere/ e non è nata mai”. Come si vede, pur inclinando verso l’idea del dialetto come “inconscio” della lingua, sua dimensione più celata e profonda, dunque più vera, il poeta di Pieve di Soligo si guarda bene dal mitizzarlo come unico parlare genuino, puro, incontaminato. Soprattutto, contrariamente a quanto potrebbe far pensare il volume assemblato per Ardilut, non lo sceglie in alternativa alla lingua, come invece fanno i poeti dialettali in senso stretto. Nei libri di Zanzotto, il dialetto fa per lo più da sommesso controcanto a un testo italianissimo e letteratissimo. Senza le sue asperità e spigolosità, le poesie in solighese e in veneziano, che In nessuna lingua in nessun luogo raduna come in un’unica opera, rischiano a volte di assumere il sapore dolciastro del vernacolo deteriore, di procedere sullo “scivolo” che Fortini paventava. 

 

Accanto a Zanzotto, a fare da testimone della tesi di Agamben sul “bilinguismo consustanziale alla poesia italiana” troviamo – abbastanza prevedibilmente – Pier Paolo Pasolini. Molto meno prevedibile è che a rappresentare la sua produzione in friulano non siano le più note Poesie a Casarsa (1942) o La nuova gioventù (1975), ma una breve opera teatrale, I Turcs tal Friul (1944), pubblicata postuma nel 1976. Al testo di Pasolini vengono affiancate nel libro ben due traduzioni in italiano: una, in prosa come l’originale, di Graziella Chiarcossi, curatrice di questa edizione, l’altra – in versi – di Ivan Crico. 

La scelta di “versificare” l’opera – motivata forse dalla necessità di giustificare la presenza dei Turcs in una collana di poesia – lascia perplessi. Al di là dei risultati artistici – sui quali non è il caso qui di discutere – ci si chiede quanto sia legittimo, oltre che utile, “riscrivere” un testo in una forma diversa da quella in cui è nato, provocando oltretutto un effetto di curiosa ridondanza (il lettore – doppiamente informato – è spinto a saltare continuamente dalla traduzione “di servizio” a quella “poetica”, sbirciando così suo malgrado, di volta in volta, nell’officina del traduttore-poeta). 

 

Nel terzo volume della collana, Quando le ombre si staccano dal muro, di Francesco Giusti (Venezia, 1952), il bilinguismo proposto da Agamben come “consustanziale alla poesia italiana” si presenta in una forma davvero particolare. Dato che la copertina preannuncia un “testo a fronte”, il lettore si aspetta ragionevolmente di trovare “a fronte” il testo in dialetto: nelle prime pagine, invece, dopo una poesia d’apertura in lingua (Orme, con picchi letterari come “muri enfi d’infiorescenze antiche”), i versi che trova a sinistra – cioè al punto di partenza, per così dire – sono in italiano. Sulla destra, ecco il testo in veneziano. Già questa è una sorpresa spiazzante: nelle raccolte in dialetto, di regola, la traduzione del testo in lingua è collocata a piè di pagina o, in qualche caso, nella pagina che segue. Questo potrebbe far pensare che nella prima sezione del libro (“Lingua con lingua”) il rapporto sia sorprendentemente rovesciato, che sia il testo in dialetto, cioè, a “tradurre” quello in italiano. Ma anche questa interpretazione è parzialmente ingannevole: più che traduzioni, i testi in veneziano di Giusti sembrano rielaborazioni, reinvenzioni, riscritture di quelli in lingua, con non poche licenze. Quello che si presenta, dunque, non è la trasposizione da una lingua all’altra, ma appunto, come dice il titolo della sezione, un accostamento, un rinvio reciproco, un continuo richiamo a distanza di “lingua con lingua”. 

 

Al di là della tesi di fondo che la sostiene, la proposta editoriale di Agamben è un’occasione per tornare a riflettere sulla natura della lingua poetica, e di quella italiana in particolare. Nella sua prefazione al libro di Francesco Giusti, il curatore previene l’accusa più ovvia che investe i poeti in dialetto, quella cioè di rivolgersi “a un mondo che è scomparso o sta scomparendo”. “Per un curioso paradosso”, scrive, “questi poeti non guardano al futuro”; ma subito argomenta, sguainando un paradosso ulteriore: “Come ogni vero rivoluzionario, il poeta scommette sul passato, si impegna ed emette cambiali su di esso. Non si tratta, naturalmente, soltanto di un passato cronologico, ma, per così dire, del passato eterno dell’umanità, di qualcosa come il ‘posterno eterno’, l’ombra e il bacìo eterno di cui parla Zanzotto in Filò”. 

 

Sulla celebrazione del dialetto come lingua “anteriore e infinitamente più pura” (Pasolini), come “’primo mistero’ che sfugge ad ogni possibile contemplazione” (Zanzotto) o addirittura come lingua messianica (così Agamben interpreta e sviluppa la qualifica di logos erchòmenos proposta da Zanzotto) è lecito nutrire qualche perplessità.  

Più convincente mi pare l’idea di un “bilinguismo immanente in ogni autentica esperienza poetica”. Di quel bilinguismo, italiano e dialetto sarebbero i due poli canonici. Ma anche il poeta che non ha alle spalle un dialetto – e non sono pochi, nelle generazioni successive a quella di Pasolini e Zanzotto – deve comunque fare i conti con l’“altra lingua”, con la lingua che da sempre resta celata, o rimossa, nell’italiano della tradizione scritta. Questa lingua “altra” può non essere un dialetto in senso proprio, ma nei confronti dell’italiano lingua grammatica svolge la stessa funzione: ricordare e ricercare l’al di là della pagina, della letteratura, il luogo in cui la parola è libera e viva. Di lì, io credo, nasce la poesia.  

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