L'artista che cova le uova a Parigi

Vivere all’interno di cose poco più grandi di noi, ecco l’ossessione dell’artista Abraham Poincheval, nato nel 1972 a Marsiglia. Invitato nel 2014 al Musée de la chasse et de la nature di Parigi, Poincheval cerca un modo d’intrufolarsi nello spazio espositivo. Finisce per chiudersi tredici giorni dentro la pelle di un orso, con una decina di libri e un’alimentazione ursina. Una fusione con l’animale che porta l’artista a ibernarsi, rendendo i tre giorni e le tre notti di Giona nel ventre della balena facile come un fine settimana al mare. “Mi interessava essere presente fisicamente [nel museo] senza apparire veramente. Pensavo alla storia del cavallo di Troia. Mi affascinava l’idea di entrare attraverso il camouflage”.

Ribaltando interno ed esterno, in seguito resta una settimana in cima a una piattaforma (1,6 x 1m), come uno stilita del V secolo. Sospeso a sei metri a Esquibien, località marittima in Bretagna, a dodici metri a Rennes e a venti metri sopra l’esplanade della Gare de Lyon, limitando al massimo i movimenti, osserva il formicolio dei pendolari che vanno e vengono. Nello spazio indeterminato del cielo, vive un’altra esperienza interiore. Poco importa che ci si trovi dentro un orso o su una pertica o, per accennare al suo prossimo progetto, inevitabilmente solforoso, su una nuvola. L’importante è circondarsi e chiudersi nel vuoto, fare il vuoto dentro e fuori di sé.

 

Poincheval dentro Pierre.


L’ultima azione di Poincheval – esploratore dell’estremo come i personaggi dei film di Werner Herzog – si svolge in una pietra calcarea alta 2,5m e dal diametro di 1,6m (Pierre, 2017). Come si vede dai disegni preparatori che accompagnano le sue opere, fa scavare un buco al centro della pietra, una silhouette ritagliata su misura. In questo abitacolo può sedersi, come in una macchina, con poco spazio per muoversi, occupato dal canale per l’aerazione, dal materassino gonfiabile, dalle riserve di acqua e cibo, dai sacchetti per la toilette, dai trasmettitori audio e dalla telecamera che, come nel caso dell’orso, lo mette in comunicazione col mondo esterno. 

 

Che si tratti di ambienti animali, vegetali o geologici, questi sono tecnologicamente modificati così da monitorare il suo stato di salute, affinché la pietra non si trasformi in un sarcofago. Una volta chiuse le due metà, resta una soglia sottilissima attraverso cui i visitatori percepiscono la presenza di un uomo. Osservare una scultura abitata da un essere umano è un’esperienza singolare, soprattutto quando si realizza che, calata la sera e chiuso il museo, l’artista resterà lì, isolato e immobile, in attesa della riapertura. Che sia giusto la proiezione delle nostre paure più ancestrali? Se in questa alcova minerale Poincheval non fa un granché, di certo sperimenta temporalità diverse di esistenza. Lo scorrere del tempo è per lui una nozione relativa, come in quel romanzo di science fiction in cui gli extraterrestri giunti sulla Terra si spostano così velocemente che prendono gli esseri umani per delle piante e finiscono per cibarsene.

 

Poincheval dentro Pierre.


Poincheval aveva già trascorso una settimana sotto terra, seduto in un buco di 60cm di diametro con una pietra che ne bloccava l’uscita, con la differenza che l’artista non era al Santo Sepolcro ma alla libreria Histoire de l’oeil di Marsiglia (604800s, 2012). Rilanciando la sfida con se stesso, si trattava ora di mettersi non sotto una pietra ma al suo interno, di diventare minerale, di respirare la pietra. Come ha affermato prima di entrarci: “la sua umidità sarà in contatto permanente con me. Agirà su di me come io agisco su di lei. Ci sarà uno scambio d’informazioni tra la roccia e me, il tempo d’abitarla”.

All’incrocio tra antropologia e geologia, Poincheval fa sua l’estetica del sublime ai tempi dell’antropocene. Sperimenta sulla sua pelle quello che si prova in situazioni estreme di immobilità, inazione e, ora, di pietrificazione. Sfidando i limiti dell’umano, regredisce a forme di vita proto- o pre-umane. L’immobilità fisica lascia tuttavia libero corso all’immaginazione e al viaggio interiore. Un viaggio al centro della terra senza muovere un dito, o un viaggio in una navicella spaziale che orbita all’interno della nostra testa. Si ricollega così idealmente alla tradizione mistica e ascetica, come quegli yogin che, per temprare la mente e coltivare un autocontrollo ferreo, si facevano sotterrare per diversi giorni, isolati se non incarcerati nel ventre della terra, immobili nella posizione del loto in una meditazione senza tempo.

 

Le performance di Poincheval richiedono una lunga fase di preparazione in cui vengono affrontate questioni logistiche quanto psicologiche perché, è evidente, queste azioni renderebbero folli la maggior parte di noi dopo pochi istanti. Astenersi claustrofobici, insomma. I margini di movimento all’interno della pietra sono risicati, il campo visivo limitato a pochi centimetri dal naso. I visitatori possono farne esperienza diretta ora che Poincheval, abbandonata la pietra, l’ha lasciata aperta in due come un melone, ora che la silhouette dell’artista ne cristallizza in negativo la presenza.

 

Poincheval dentro Pierre.


Il giorno in cui Poincheval è spuntato fuori da Pierre, diventata ormai una seconda pelle, giornalisti e telecamere si sono precipitati al Palais de Tokyo di Parigi. Cosa si prova a vivere dentro una roccia, a cosa somiglia un’esperienza tellurica? Dopo un controllo medico, appena uscito dal suo stato minerale, non ancora abituatosi alla spaziosità circostante, Poincheval esita. Del resto malgrado l’accurata fase di preparazione, non sa mai in anticipo cosa lo attende, l’imprevedibilità fa parte del suo lavoro. Parla della capsula minerale, di un tempo geologico lontano da quello che regola e ritma la nostra esistenza. Confessa che le sensazioni provate lì dentro non sono facili da verbalizzare. Come diceva Hans Arp, “Le pietre sono piene di viscere”.

Poincheval, Pierre.

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