Le Ariette, l'amore e i “territori da cucire”

La bazzanese è una strada provinciale nella pianura emiliana antropizzata. Si parte da Bologna in direzione Valsamoggia e si prosegue sino al modenese, toccando Vignola e Maranello. Ai lati della strada gradualmente spuntano capannoni industriali, vetrerie, bar gestiti da cinesi, hamburgherie colorate di neon, gommisti, palazzi dall'intonaco scrostato, concessionari d'automobili, cantine sociali, pizzerie, negozi di ingrosso, supermercati. La Valsamoggia inizia a Crespellano, borgo alle porte di Bologna aggregato attorno alla provinciale e alla ferrovia suburbana, scelto dalla multinazionale Philip Morris come sede di uno stabilimento per sigarette “che non bruciano”, il futuro del tabacco, dicono, con seicento posti di lavoro promessi e l'apertura di uno svincolo autostradale. Procedendo verso Modena sul lato sinistro compaiono i primi campi coltivati, giallo intenso del grano di fine estate, balle e ballette ordinate, verdi filari di viti e svolte che promettono agriturismi e caseifici.

 

Bazzanese.

 

Giriamo verso Monteveglio, zona di Pignoletto dei colli bolognesi e di capitani di industrie di sistemi elettronici per la sicurezza domestica, paese in cui si ritirò il padre costituente Giuseppe Dossetti dopo una vita passata tentando di riformare politica e religione. A Castelletto di Serravalle si arriva dopo una serie di curve e saliscendi, lì i ristoranti cucinano tigelle e borlenghi; la strada provinciale corre sulla sommità di un colle lambito da gigantesche scritte Conad, più in basso la polisportiva attrae giovani e gruppetti rock che provano nella sala comunale gestita dal complesso bandistico. Spingendosi verso la Toscana s'incontra Savigno, se c'è traffico da Bologna ci si mette un'ora. Quassù è nato il movimento per il recupero della sovranità alimentare dei territori poi diventato “Campi aperti”, associazione fra produttori e consumatori dallo spirito genuinamente politico e che ha saputo fare a meno delle patine degli slow food.

 

Scendendo in pianura s'incontra Bazzano, attuale capoluogo del nuovo “comune sparso” Valsamoggia, nato nel 2013 dopo un processo di fusione sottoposto anche a referendum consultivo, nel quale una risicata maggioranza ha accolto l'unione. La Valsamoggia è una valle con un fiume nel mezzo, una valle da cucire: questo si sono immaginati Stefano Pasquini e Paola Berselli del Teatro delle Ariette, compagnia che ha la propria sede qui, in un podere in cui coltivano verdure e frutta per l'autoconsumo e per gli spettacoli, il grano per il pane e le focacce, erbe che diventano cibo per gli animali dell'aia (le oche, le galline, tanti gatti, un cane...). Su un'altura un vecchio deposito per gli attrezzi è stato trasformato in teatro e inaugurato nel 2000, luogo che ha ospitato i lavori del gruppo bolognese, un teatro autobiografico intimo sentimentale popolare, ma anche spettacoli italiani e internazionali del festival “A teatro nelle case” (inizialmente itinerante nelle abitazioni private) poi concerti, incontri pubblici, laboratori permanenti. La Valsamoggia è un territorio da cucire, pensano le Ariette, e già nell'estate 2015 s'inventano una tournée del loro spettacolo più fortunato in luoghi non teatrali. Si tratta di Teatro da mangiare?, lavoro del 2000 che ha ormai ha superato le 900 repliche e che racconta l'amore fra Stefano e Paola fra Calderino e Tom Waits in un teatro di arte e agricoltura. Lo spettacolo è ospitato in circoli, centri sociali, agriturismi, parrocchie in paesi così vicini eppure dalle identità così fieramente distinte. Si va allo spettacolo, si ascolta la storia delle Ariette, si mangiano le tagliatelle preparate e tirate di fronte al pubblico. Al termine si sta attorno al tavolo e ogni commensale racconta la propria storia: come mai vivi in Valsamoggia? Cosa fai nella vita? Da questo percorso è stato prodotto anche il film di Stefano Massari Valsamoggia. La vita attorno a un tavolo.  

 

Bazzanese.

 

Arriviamo al 2016, seconda edizione di Territori da cucire. Questa volta non c'è solo lo spettacolo delle Ariette, Teatro di terra, ma anche Di cosa parliamo quando parliamo d'amore?, un lavoro realizzato con un gruppo di ragazzi e ragazze under 30, il Collettivo La Notte. Si tratta di un gruppo di giovani che da qualche anno lavora insieme alle Ariette, prendendo parte a un laboratorio permanente che ha visto nascere alcuni spettacoli; non è però un gruppo di “teatro amatoriale”, anche se i suoi membri svolgono tutti altri lavori (alcuni sono studenti universitari, altri hanno studiato da cuochi, c'è un autotrasportatore, un altro è informatico) e affermano di trovarsi in una sala teatrale una volta la settimana per divertimento e svago. Il Collettivo La Notte è un gruppo di teatranti non professionisti ma che sperimenta talune condizioni professionali, un'entità “sospesa” difficilmente etichettabile e che si pone naturalmente in mezzo a diverse “isole” ormai non più comunicanti: il teatro, i teatranti e il sociale; possono stare indifferentemente di qua e di là, fungendo da anello di congiunzione.

 

Proprio per questo, crediamo che una simile esperienza vada raccontata a fondo, perché qui intravvediamo alcune delle dinamiche che possono riportare il teatro ad avere un certo peso culturale. Il teatro nasce in Valsamoggia perché qui se ne riscoprono alcuni valori fondativi: la capacità di aggregare persone diverse sollecitando un rispecchiamento; la necessità di interrogare il senso del vivere in comune, delle relazioni, ma anche più semplicemente del vivere; la possibilità che il teatro sia lente, sponda di riflessione, strumento dialettico “quotidiano”, accessibile per diverse persone al di là di provenienze, censo, livello di istruzione.  Abbiamo seguito il percorso di Territori da Cucire da vicino, proponendo al suo interno come Altre Velocità un laboratorio per spettatori realizzato in collaborazione con la rivista “Graphic News”. Abbiamo “vissuto” con le Ariette e il Collettivo La Notte per alcune sere d'estate, a inizio agosto. Dal 23 settembre al 2 ottobre si terrà il festival A teatro nelle case, durante il quale verrà fra le altre cose proiettato il film Parliamo d'amore? di Massari/Pasquini, uno degli esiti del percorso che raccoglie interviste e incontri con gli abitanti della Valsamoggia e con gli spettatori. Vi raccontiamo, dunque, quello che abbiamo “visto”.

 

Bazzanese.

 

Parliamo d'amore?

 

Castelletto di Serravalle, 2 agosto 2016. Di fianco alla polisportiva c'è uno spiazzo, qualche sedia è sistemata di fronte, i ragazzi sono pronti per il debutto. Stanno seduti sul fondo, si alzano e corrono al proscenio, gridando: «Noi siamo! Noi abbiamo! Noi vogliamo!». Sul fondo c'è Laura, la sua voce al microfono corre veloce, le risposte si affastellano in un ritratto istantaneo generazionale: «Giovani, annoiati, bellissimi, innamorati. Scopare, un lavoro». A turno occupano il centro dello spazio e lanciano una domanda: «Di che cosa parliamo, quando parliamo d'amore?». La scena viene ripetuta nove volte, tanti quanti sono i ragazzi e le ragazze, e non appena la frase è pronunciata ognuno torna al posto. Risuonano echi carveriani e pasoliniani (i Comizi d'amore). Il lavoro alterna sequenze che paiono tentativi di risposta: amicizie che diventano amori e relazioni che finiscono, schermaglie verbali fra coppie che sospettano tradimenti, confessioni sull'inconciliabilità fra amore e matrimonio.

 

La sera successiva lo spettacolo va in scena nel parco di Crespellano, nello spazio estivo del Clementina Cafè. Un signore anziano, dal pubblico, attraversa la scena a spettacolo in corso alla ricerca di un posto in cui sedersi. Sale un motivetto ritmato di fisarmoniche e bandoneon, uno dei ragazzi occupa il centro dello spazio lanciandosi in una danza ironica spaccona, due sodali lo seguono saltellando come canguri e lo affiancano per dargli manforte, mentre tre ragazze dalla parte opposta li fronteggiano: «L'hai fatto? So che l'hai fatto!», gridano le ragazze, dando la stura a una sequenza di accuse, dinieghi e balletti che conducono a un'inevitabile ammissione di colpevolezza. 4 agosto, Sporting Cafè di Monteveglio. Uno dei ragazzi, “Baro”, questa sera non verrà, al lavoro lo hanno incaricato di guidare il camion fino a Milano partendo a notte fonda. Chi lo sostituisce? Un problema simile si era posto alla prova generale, dato che Ricky aveva avuto un incidente il giorno prima, presentandosi allo spettacolo ingessato. Sostituzioni in tempo reale, piccoli aggiustamenti, il desiderio di essere presente nonostante tutto.

 

Allestimento a Castelletto di Serravalle.

 

Dalla seconda sera Ricky è in scena e quando rivolge la domanda dello spettacolo, di che cosa parliamo, quando parliamo d'amore?, inizia a improvvisare sul suo incidente: «Di che cosa parliamo quando parliamo di sinistro stradale?» «Di che cosa parliamo quando parliamo di un cinquantenne che beve grappa alle 6 del pomeriggio?». Il pezzo funziona, così il teatro diviene spazio dove è ammesso il mutamento, se questo è scaturito da un cambiamento all'esterno. 5 agosto, Ristorante Tenace di Bazzano, quarta replica. Fra i pochissimi elementi scenici del lavoro c'è un tavolo con due sedie, dove a turno attori e attrici prendono posto. All'inizio Giuseppe detto Pinna si siede e con microfono e coppola racconta del tradimento di un amore e dell'amicizia; Baro e Caterina prendono posto sulle sedie, si versano vino rosso e assistono al racconto di un sestetto fra uomini e donne che s'innamorano e si disinnamorano. Ogni nuovo legame che si forma e si disfa viene indicato e mimato dai ragazzi e dalle ragazze, disposti su due file contrapposte; il tavolo ospita anche i dialoghi ripetuti più volte dai diversi attori: «Dove hai passato la notte? Guardami! Non mi lasciare…» «Forse che ti ho mai lasciato?» «Mi hai lasciato andare via». 6 agosto, ultima sera. Siamo al Borgo Samoggia, sopra Savigno, raggruppamento di case scelto da alcune famiglie come dimora, al centro c'è una aia.

 

Alessandro è sempre più calato nella parte del donnaiolo che mente a passo di tango, Ricky rotea un bastone gridando e affermando la necessità di essere sincero con sé e con il mondo, Arianna e Chiara incalzano gli uomini alzandosi in sincrono dalla loro panca e spingendo i toni acuti della voce, Flavio riflette su un amore impossibile con una donna meccanica, sino al finale, tutti in cerchio. Al centro c'è Baro, tutti gli rivolgono una teoria di domande: «Mi ami? Ti piace guardarmi? Ti piacciono le mie sopracciglia? Pensi che abbia del talento? Mi ami davvero?». Lui è titubante ma finisce per risponde sempre sì, il cerchio di ragazze e ragazzi inizia a vorticare, Serge Gainsbourg e Jane Birkin si chiedono se si amano, ragazze e ragazzi restano a torso nudo e reggiseni, tutti corrono in cerchio. A un certo punto nessuno fa più domande, tutti fanno risuonare la stessa risposta, ripetuta, tutti corrono e ripetono urlando: «Domanda troppo difficile!».

 

Un momento delle prove al deposito attrezzi, ph Giovanni Battista Parente.

 

Il Collettivo La Notte, il teatro

 

Ma come accade che un gruppo di ragazzi meno che trentenni si innamori del teatro? Come riesce quest'arte a competere con le corse in moto, le serate al bar, con i telefonini sempre accesi, con le battute di caccia a Pokémon GO e con i mille altri trattenimenti di quell'età? Perché la sensazione è che qui, in provincia, lontano da riflettori ed echi mediatici, lontanissimo dall'estate dei festival e dalle stagioni dei teatri nazionali o di rilevante interesse culturale, qui in Valsamoggia in questi circoli e pizzerie e bar scelti dagli stessi ragazzi perché loro luoghi di ritrovo, la sensazione è che qui si stia ricostruendo il teatro, il suo senso. All'origine di tutto c'è un centro giovani, una sala che l'allora comune di Monteveglio mette a disposizione di un gruppo autorganizzato di adolescenti, il “Pollege Time” (che prima si chiamava Dream Club). Grazie all'intraprendenza di una funzionaria comunale, viene proposto ai ragazzi di prendere parte a un percorso teatrale con le Ariette sulla Giornata della memoria. Ci racconta Giuseppe Patti detto Pinna: 

«Ho conosciuto le Ariette perché faccio parte dell'Associazione giovanile Pollege Time. Agli occhi del Comune dovevamo fare una rappresentazione, qualcosa per dimostrare che eravamo attivi. Lo spettacolo creato per il giorno della memoria, La notte, si è tramutato in un nostro cavallo di battaglia. Non voglio darmi troppe arie ma è piaciuto e lo abbiamo replicato molte volte». 

 

Prosegue Ricky, Riccardo Memoli: 

«Chi erano le Ariette non lo sapevo, facemmo questo progetto itinerante nel territorio di Monteveglio dove ognuno raccontava il suo punto di vista sull'Olocausto. Tutto iniziava in una piazza in cui c'erano un fuoco e delle persone con delle targhette e dei nomi. I visitatori ignari di tutto venivano portati a seguire un percorso, poi venivano riaccompagnati in piazza e potevano seguire un'altra guida verso un altro luogo. Anni dopo andammo tra i ragazzi grandi che avevano uno spazio sopra il centro giovanile, e chiesi alla signora Magda Biagini del Comune che fine aveva fatto il Teatro delle Ariette. Mi disse che stavano tutti bene, che erano attivi, e che se volevo contattarli per qualsiasi cosa si poteva fare. Così feci e da quel momento iniziammo a fare teatro regolarmente. Mi chiesero se conoscevo altre persone da coinvolgere, anche se non avevo la minima idea di che cosa fosse il teatro».

Discutendo con i ragazzi e le ragazze emerge immediatamente chiara una percezione del teatro come qualcosa di vecchio, distante dalle loro biografie. Il teatro è noioso, faticoso, come dice sempre Ricky: 

«A teatro ci vanno i ricchi e ti ci fanno andare una o due volte a scuola tra elementari e medie. Ti ci mandano perché non sanno come riempire un'attività scolastica».

 

Caterina e Arianna, ph Giovanni Battista Parente.

 

Quello con le Ariette, invece, è diverso, è libero, è un teatro che permette di esprimersi, è vicino a ciò che sentono e fanno quotidianamente ragazze e ragazzi del Collettivo. Alessandro Memoli, fratello di Ricky:

«Se uno pensa al teatro classico, come ci facevano vedere alle elementari, direi che il teatro è una cosa che narra questioni già conosciute, è solo una rappresentazione. Quello che facciamo qui non lo definirei teatro, è più la possibilità di esprimere il proprio pensiero».

Ci sono anche ragazze che hanno già preso parte a percorsi laboratoriali con le scuole, come Caterina Caravita, che dopo il liceo a Casalecchio di Reno ha fatto parte di un gruppo teatrale di coetanei. Anche per lei, però, quella con le Ariette è una modalità molto distante dal “normale”: 

«L'approccio è spontaneo, senza tecnicismo, e anche senza ansia. Per me è stranissimo. Non ci si prepara un personaggio, si lavora per essere noi stessi, per esprimere quello di cui si sente il bisogno. C'è un teatro più tecnico ma che spesso non trasmette nulla. Stefano e Paola non ci propongono un laboratorio di formazione teatrale, non hanno il presupposto di insegnare a fare teatro. Si tratta invece di tirare fuori quello che si ha da dire».

 

Guardando lo spettacolo e i ragazzi al lavoro, emerge una raffinata linea di confine fra spontaneità e preparazione, fra improvvisazione e ripetizione, fra ingenua immediatezza e calcolata profondità. Caterina pronuncia alcune battute sull'impossibilità di convivenza fra amore e matrimonio, parole definitive («ti renderò triste ti renderò infelice sarai una sola grande cicatrice se tu mi sposerai»), parole senza sfumature e immediatamente cariche di implicazioni proprio perché proferite da una ragazza di nemmeno venticinque anni. Quello che dice non può che riguardarci, a noi adulti, spingendoci a pensare quale mondo abbiamo loro consegnato. La sorpresa diventa ancora più grande quando scopriamo che solo una piccola parte dei testi dello spettacolo sono direttamente autobiografici, perché in realtà il copione è ricavato da Mi ami? di Ronald D. Laing, psichiatra legato all'esistenzialismo e a quella che è stata chiamata Anti-psichiatria, un libretto di frammenti sulla relazione interpersonale in cui l'altro si manifesta come angosciata assenza.

 

Ma prima di arrivare alle prove con il testo tanti sono stati gli esercizi, i momenti di scrittura scenica, le proposte, le suggestioni, i ritardi. Arianna Ciccolo: 

«Qui si crea dal nulla, mentre prima al liceo lavoravamo su un copione, il professore dava un testo, dividevamo le parti e stop. Qua improvvisiamo, a volte parliamo tra di noi». 

Alessandro: 

«Pasqui e la Paola ci hanno spronato in tutti i modi e le maniere, inizialmente attraverso diverse attività, anche particolari. In una di queste eravamo al buio con una palla e una luce piccolina.  Dovevamo completare tre affermazioni: noi siamo, noi abbiamo, noi vogliamo. Ognuno prendeva la palla e la passava, quando si riceveva la palla occorreva rispondere. Sono venute fuori questioni divertenti ma anche vere».

 

Laura, ph Giovanni Battista Parente.

 

Emerge abbastanza chiaramente come uno dei pilastri del lavoro stia nel ruolo di chi guida, in quel delicato confine fra il fornire indicazioni e spronare alla libertà: la necessità di non costruire un percorso di formazione ma di situarsi dentro a un “gioco”, attenti a non replicare le stesse dinamiche di costrizione, di indottrinamento, di “regolamento” che i membri del Collettivo evidentemente avvertono forti fuori dal teatro. Emanuele “Baro” Baroni: 

«Paola e Stefano sono fantastici, io mi ci trovo particolarmente bene, sono tranquillissimi, pur essendo persone che sono sui libri di teatro. Sono persone che sanno dare».

Flavio Anzolini: 

«Lo vivo molto come un rapporto alla pari, anche se mi rendo conto che le Ariette hanno una grande esperienza del teatro. Ci lasciano liberi di sperimentare, però credo che sia anche una sfida un po' per loro, relazionarsi con noi non è sempre facile»

 

La domanda iniziale resta intatta, anche se ipotesi di risposta cominciano a delinearsi. Perché il teatro? Cosa lo fa scegliere a questi “quasi-attori”? Cosa permette di rinnovare tale scelta nel tempo, per mesi e anni, rendendola simile per continuità a quella di altre esperienze dove similmente il teatro rinasce? Gli adolescenti che ogni anno a Ravenna scelgono di frequentare i laboratori della non-scuola, i percorsi intensivi di scrittura collettiva di Claudio Longhi sviluppati fra Modena e Roma, o quella di chi fare parte di gruppi di teatro comunitario in Argentina. Ma tanti altri potrebbero essere gli esempi, dal Corpogiochi a scuola di Monica Francia ai danzatori “amatori” di Virgilio Sieni, dai progetti della Compagnia Teatro dell'Argine di San Lazzaro alla storica esperienza del Teatro Povero di Monticchiello. Ancora una volta diamo la parola a ragazzi e ragazze. Chiara Tramontano: 

«Il teatro è una piccola famiglia. Pian piano si crea questa famiglia dove si iniziano a conoscere nuove persone e a fare nuove esperienze. Il teatro è anche un po' cazzeggiare. Uscire dal mondo e fare cose nuove».

 

Di cosa parliamo.

 

Laura Savonieri:

«Prima lavoravo in fumetteria a Vignola. Ho conosciuto Alessandro, lui mi ha chiesto se volevo fare teatro, io l'avevo già fatto e volevo riprovarci. Allora una sera sono andata, mi son trovata bene. La seconda volta Pasqui ci ha chiesto quando fosse stata l'ultima volta in cui avevamo scritto una lettera a qualcuno, poi ci ha domandato di dire qualcosa di sincero a uno dei presenti, una cosa vera, bella o brutta che fosse. Allora io ho tirato su tutte le forze che avevo e ho detto ad Ale che volevo stare insieme a lui. Poi mi sono fidanzata con Ale e in seguito mi hanno inserita nello spettacolo».

Pinna:

«Stare di fronte a una folla di spettatori mi mette alla prova. Credo che questo ci spinga a migliorarci. Dentro il teatro non si è diversi da ciò che si è veramente, anzi è l'unica ora e mezza nella giornata in cui si è pienamente se stessi perché nessuno giudica, anche gli altri sono loro stessi, si vede la vera parte di ognuno di noi».

 

Domande al teatro

 

La rivista accademica bolognese “Antropologia e Teatro” ha di recente dedicato un dossier agli sconfinamenti fra professionismo e amatorialità. Fra i vari saggi, emerge l'idea di un arcipelago abitato da diversi teatranti accomunati dal tentativo di ricostruire una vicinanza fra «territorio estetico e sociale». Uscire dalle sale teatrali è una questione ricorsiva, nella storia delle arti sceniche del secondo novecento, almeno ogni volta che gli spazi dei teatri si sono fatti troppo angusti. Gli storici hanno parlato di una dilatazione del fatto teatrale che da diverse angolature ha gradualmente cercato di riconnettersi al sociale. Sembra passato un secolo, ma ben prima degli spettacoli partecipativi e delle estetiche relazionali degli anni zero, in Italia si erano affermate le animazioni teatrali, i teatri nelle scuole, i teatri di base, i teatri negli spazi degli scontri di Giuliano Scabia (con le azioni negli Appennini, nei quartieri operai, nei manicomi ecc. Scabia è stato più volte ospitato al Deposito Attrezzi delle Ariette, negli anni passati). Viene dunque da domandarsi: non sarà questa provincia produttiva di capannoni e aziende a conduzione famigliare, non saranno questi abitanti così vicini ai centri ma in fondo esclusi dal centro, non sarà il benessere tutto casa bar e lavoro l'odierno “spazio degli scontri”?

 

Di cosa parliamo, ph Giovanni Battista Parente. 

 

Non sarà qui, insieme a queste persone che considerano il teatro quella cosa che le scuole impongono, insieme ai loro genitori artigiani metalmeccanici e agricoltori, insieme a questi pubblici spesso casuali, insieme a dei ragazzetti capitati per caso alla polisportiva e rimasti a vedere una buona parte dello spettacolo come fosse un insieme di azioni di extraterrestri appena atterrati, non sarà qui che il teatro può nascere di nuovo? Non sarà insieme a questo Collettivo, certamente estraneo alle dinamiche dei consumi culturali urbani eppure ben connesso alla miriade di consumi globali, che il teatro può riacquistare il suo valore di “anticamera del senso” (Piergiorgio Giacché in Il teatro salvato dai ragazzini, Edizioni dell'Asino)? 

 

Attorno al tavolo delle Ariette, nella cucina del casolare, dove si assottiglia sempre di più il confine fra arte teatro vita, Stefano Pasquini ci racconta: 

«Stare nei contesti “non protetti” è così difficile che quasi quasi vien voglia di tornare in teatro e fare solo spettacoli. Ma così facendo tradiremmo le domande del “fuori”. Più facciamo queste esperienze più entriamo in crisi, e avvertiamo la sensazione che il teatro sia un'arte da reinventare completamente. Non che debba succedere di colpo una rivoluzione... ma se oggi vogliamo ricostruirne una funzione dentro la società occorre anche lanciarsi in mare aperto e pensare a come reinventare una forma».

 

Paola Berselli e Stefano Pasquini durante territori da cucire.

 

Le Ariette sono un gruppo che negli ultimi vent'anni ha proposto spettacoli, appunto, reinventando completamente i connotati formali della relazione teatrale: attorno a un tavolo, in campi coltivati, nei cortili notturni di un dopofestival, attraverso lo sguardo cinematografico, camminando, danzando, mangiando. Il loro ritornare a “fare teatro” con un gruppo di ragazzi del territorio non è dunque un semplice “progetto per il territorio”, come va di moda presso assessori e direttori, ma una domanda di senso, la risposta a una questione complicatissima nella sua semplicità: che cosa posso fare io, qui, da domani, per riportare quello in cui credo un po' meno ai margini? E come faccio a rendermi al contempo credibile? Questioni che inevitabilmente si riflettono anche nella poetica del gruppo, nel loro modo di pensare la scena, di immaginare la relazione fra biografia e costruzione artistica, come racconta Paola Berselli: 

«La difficoltà a volte è quanto dirigere tale binario: lasciare che le cose vadano “libere” ma ogni tanto riprenderle, o correggerle. Non è facile. Da un lato avvertiamo che l'apertura totale porta a qualcosa, ma occorre aspettare, richiede più tempo. D'altra parte sappiamo che spesso il teatro è per loro uno spazio di totale, “esagerata” libertà. Con i ragazzi del Collettivo ci incontriamo in una zona mediana, tra la fine del lavoro e la mattina successiva, in cui ricomincia la loro vita. Lì nel mezzo bisogna acchiappare questa voglia di esserci».

 

Diventa dunque ancora più chiara la domanda-spettacolo, invito raccolto nelle cinque sere di repliche da spettatori diversi, indagine in atto che prosegue i suoi effetti anche dopo la rappresentazione, qualunque sia la provenienza di chi guarda. Parliamo d'amore? Per farlo serve un'autobiografia teatrale, per statuto menzognera o almeno “sospetta”, il racconto di un gruppo di ragazzi e ragazze, con due registi, un'organizzatrice (Irene Bartolini) e un cineasta (Stefano Massari). Parliamo d'amore? Per farlo occorre prima di tutto rivolgere un invito a chi guarda, così che chiunque lo desideri possa prendere la parola, dibattere, pensarsi in relazione agli altri, ai più prossimi e ai distanti. Parliamo d'amore? Sì, parliamo d'amore, ma senza esportare pensieri bensì innescando discorsi. Così il teatro può assorbire, raccogliere indicazioni, mutare, ricostruirsi e tornare a manifestare quel potenziale di liberazione di ogni vera relazione. Può rinascere, il teatro.

Un momento dello spettacolo, ph Giovanni Battista Parente.

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