raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Le forze di marea

Di nuovo domenica, di nuovo cerco un ordine necessario alle parole che sia il più isomorfo possibile con il tempo passato in questa settimana. Ci penso, al tempo, seduto per terra mentre ritaglio piccole etichette su cui scrivere le iniziali di AW per matite e pennarelli, segnaletica di confine per un nuovo mondo. Cerco di calcolare, da insegnante, quale sarà questo perimetro di salvezza, lo spazio di ogni bambino che è lo spazio di un’intera comunità. Anche i colori ordinatamente riposti nell’astuccio di mia figlia sembrano indicare un orizzonte di normalità di cui forse abbiamo tutti bisogno, a partire dagli adulti. Non è forse un necessario atto educativo costruire una serenità per figli e figlie? In classe e fuori? Con attenzione, rispettando la paura e la morte, anche con rigore prescrittivo, ma sempre con l’accogliente messaggio che noi adulti ci facciamo carico consapevolmente di loro. La cura è la prima lezione, il primo esame, il programma, il piano dell’offerta formativa, è sinonimo di scuola; non l’edificio che poco significa, ma la pratica. A volte sono convinto che basti, altre volte credo di non farcela. Come adesso in cui mi sembra che il pavimento tenda a inclinarsi di lato e per uno strano scherzo del campo gravitazionale mi ritrovo seduto in salita. Intanto penso.

 

 

Martedì c’è stato il primo Collegio Docenti di questo particolare anno scolastico; in presenza, sotto un gazebo improvvisato in giardino, colleghi e colleghe si sono ritrovati distanziati e mascherati, il guado di un tempo virtuale di distanza (settimane per alcuni, mesi per altri) superato con un balzo dello sguardo. Ho guardato a lungo questo strano ritrovo più simile a un cinema all’aperto che a una riunione formale, persone con cui condivido un luogo e un tempo, a volte le idee, spesso i contrasti; per tutti un fine che, per fortuna, trascende le singole opinioni e le personali pratiche. Ci contiamo finalmente senza un monitor, parliamo con voce libera da microfono, ricostruiamo lentamente un discorso di compiti e orari, ricreazione, ritardi, giustificazioni, classi fuori e dentro. 

 

Tutti pensiamo la stessa cosa, o almeno così mi piace inventarmi: una smisurata occasione per rinnovare la scuola, per pensare ad un altro modo, un altro tempo. Non penso al digitale, alla tecnologia, alle innovazioni; benvenga tutto, ma sono mezzi. Penso invece al piccolo lavoro di artigianato che definisce ogni mattina il nostro mestiere; oggi non c’è tempo di parlarne, oggi è il tempo delle votazioni e dell’avvio, ma spero che sia un terreno che si possa prima o poi esplorare. Guardo di nuovo le sedie ordinate sul prato, la mancanza di pareti, le distanze silenziose. Queste riunioni le ho sempre chiamate, con stupido scherzo di parole, Collego Docenti; una i mancante, un piccolo refuso per sottolineare la loro reale natura, non solo organi di governo, ma rito collettivo di una comunità che ha bisogno di mischiarsi. Quest’anno ancor di più, una moltitudine stanca e determinata, incerta e pronta, difficile da descrivere perché troppo varia e mutevole, ma collegata da un invisibile filo, una domanda inespressa: funzionerà? E mentre il Dirigente parla con voce sicura, mentre le regole formali seguono il loro corso e si formano commissioni e progetti, incarichi e strutture, mentre tutti votiamo per alzata di mano come a salutare qualcuno in lontananza, lentamente una risposta si appende ai nostri sguardi, l’unica risposta che possiamo dare, io credo la più bella: proviamoci!

 

 

Torno a ritagliare etichette mentre Carla riveste libri e quaderni e lentamente racconta di nuovo l’incontro preliminare di sabato con le maestre di AW. Di nuovo il pavimento si inclina, nuova direzione, nuova salita. Ascolto le regole, le procedure, penso ad AW domani da sola in classe, il suo primo giorno di scuola inscatolato come queste matite ordinate ed etichettate, le sue iniziali come piccole pietre di frontiera. So che non c’è altro modo, ringrazio che almeno questo di modo ci sia, da mesi lo aspetto e lo desidero. Da padre, da genitore incerto. Intanto, di nuovo, penso.

 

Venerdì abbiamo avuto le videoconferenze con i genitori; impossibile accogliere tutti a scuola, siamo tornati un’altra volta dietro uno schermo a volto scoperto, con turni per gestire il numero e poter accogliere ogni domanda. Un atto di informazione dovuta, quasi un obbligo burocratico; ma allo stesso tempo anche la necessità di un sentire condiviso, la voglia di farsi carico di un peso, di ribadire un’idea di scuola come di comunità che va oltre il gesso, la lavagna, i banchi. Una scuola che si espande, esce in strada, diventa cosa viva portata da studenti e studentesse dentro le case, in famiglia; una scuola che si fa argomento quotidiano. L’ho sempre sentito, dal primo giorno che ho iniziato a insegnare: ad ogni mia lezione partecipa una folla che non è contenuta in alcun registro, che sfugge all’appello dei pochi nomi presenti, che riempie silenziosamente l’aula e vive tramite gli occhi di chi riempie uno spazio a pochi metri. Una classe espansa potenzialmente all’infinito, un albero che parte da ragazzi e ragazze e si perde dietro, in lontananza. Quando parlo alla lavagna parlo a una comunità senza confini, i ragazzi e le ragazze che occupano le sedie sono solo la superficie. Ed eccola rappresentata con geometrica precisione in uno schermo questa parte silenziosa dell’aula, non più astratta, ma fatta di persone piene di dubbi, speranze, richieste. A volte anche di rabbia, pregiudizio, intolleranza.

 

 

Lo accetto, questa comunione laica è un regalo immenso non esente da spigoli, come ogni cosa dell’agire umano. Il Dirigente parla, spiega, cerca di rassicurare e rispondere; io che ho solo organizzato il dettaglio tecnico ho il privilegio di poter stare ordinatamente in silenzio nella mia grotta a guardare e ascoltare. Le domande, ovviamente, sono tante; personali, generali, pertinenti, casuali, inappropriate, commoventi. C’è un mondo dietro ogni nostro banco, un mondo che per mesi si è sentito al margine del dibattito pubblico e ora improvvisamente si ritrova al centro di polemiche e attenzione; c’è bisogno di ricucire, ricostruire, rinsaldare. Sarà complesso per i genitori quest’anno, ricevimenti solo online e poche occasioni di confronto o conforto (che meravigliosa somiglianza di parole). Bisognerebbe convincersi a usare il poco tempo non per parlare di scuola, ma di persone; lasciare a ragazzi e ragazze la scoperta della responsabilità nel gestire il proprio percorso scolastico da soli, mentre con le famiglie esercitare la parola della cura, un atto di condivisione responsabile non di voti e medie, ma di spazio e tempo e nutrimento immateriale. Il Dirigente al microfono intanto parla del patto di corresponsabilità, sarebbe bello che i nomi burocratici si piegassero ogni tanto alla poesia; sogno un documento ufficiale che si chiami Alleanza, in cui poter scrivere a turno e tutti, genitori e insegnanti, personale amministrativo e parenti, educatori e passanti, l’amore smisurato e incondizionato per figli e figlie, un’alleanza da cui non escludere nessuno.

 

Di nuovo a preparare penne e matite, libri e quaderni. Ho scritto a F per chiedere come sta alla vigilia di un nuovo inizio, sono tante le vigilie ormai per lui; aspetto la risposta, essere padre asincrono non aiuta a trovare la verticale di questa domenica. Carla mi sorride, abbiamo finito le etichette, le copertine, la merenda è al suo posto. AW ha scelto da sola il vestito da indossare per domani, una minuscola autonomia dell’apparire che mi commuove. Di nuovo il pavimento oscilla, sento le opposte forze di marea di essere genitore e insegnante alla vigilia del primo giorno di scuola, di questo particolare primo giorno di scuola. Non so quando l’orizzonte tornerà al suo posto, ma l’attesa di sette mesi è finita, domani si torna in classe.

 

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