raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

La singolarità

Non credo di essere capace. Tenere un diario, misurare il tempo con le parole, ordinare eventi, incontri, persone; operazione difficile in tempi normali, impossibile in tempi confusi, almeno per me. Provo allora alla rovescia, parto dal fondo per ricordare gli ultimi giorni; come i mille cocci di porcellana che dal pavimento si ricompongono salendo verso l’alto in una tazza perfetta appoggiata in bilico sul tavolo, come una foglia che dall’erba torna in direzione contraria fino a risaldarsi al ramo d’origine, come dell’acqua sporca che improvvisamente torna limpida restituendo una goccia sferica di inchiostro. Risalire il tempo, ci racconta la termodinamica, non è cosa semplice, ma almeno qui è possibile.

 

Allora inizio dalla fine, da queste curve della strada che da Sauris mi riportano verso Ampezzo, verso valle, verso una domenica pomeriggio che è preludio di un’altra settimana d’attesa, giù oltre l’orizzonte degli eventi. E ripenso.

A martedì, alla prima riunione ufficiale dell’anno scolastico, tutto il personale del liceo collegato e connesso per ascoltare, distillare, comprendere le nuove linee guida, le regole e i protocolli; parole nuove per una didattica spaesata. Da casa, da scuola, da stanze assolate, da piccoli sottoscala senza luce. E poi ancora aule, laboratori, saloni, cucine, terrazzi, camere da letto, persino un prato. Mi piace immaginare anche qualche bagno, laddove il nero della telecamera spenta ha lasciato libertà di indovinare uno spazio personale diventato pubblico. Uomini e donne di scuola, un molteplice universo di voci e volti; alcuni consueti e solidi negli anni, come le pareti che ci accolgono ogni mattina, altri nuovi, ritrovati, dimenticati e alla fine ricordati, o forse è solo somiglianza.

 

Ho riletto Conrad in questi giorni e penso spesso alla tenebra dei mesi passati, ai margini della foresta, a questo fiume che ci ha portati nel cuore oscuro delle cose. E ora eccoci di nuovo alla luce del sole, reale in alcune immagini che arrivano dalle tante telecamere accese, immaginaria in chi non possiamo vedere. E poi i saluti, di ogni genere, durata, tipo. Niente abbracci qui dietro uno schermo, nemmeno una stretta di gomiti. Nel mio piccolo ascolto e sorrido, evito di accendere il microfono, oso un cenno della mano come a dire presente, come i nostri studenti e le nostre studentesse quando alla sorpresa di un appello inatteso rispondono con un gesto delle spalle e un “eccomi” scappato di bocca. Alzo la mano, sono anche io presente su questo battello dalla direzione incerta e penso a questa folla dalle idee così diverse, dai metodi eterogenei, dalla visione a volte antitetica di cosa sia o debba essere scuola, al miracolo laico di un plurale che si ritrova e si dichiara singolare.

Ritorna brevemente il presente, le curve si alternano a gallerie scavate nella roccia, buchi di pietra umida che chiudono gli occhi e nascondono il mondo. Ci siamo lasciati dietro il lago, la diga, l’ultima tardiva notte d’estate rubata a un settembre ormai avviato, un fine settimana per far finta di avere ancora tempo. Altre curve, nuovi alberi, ancora ricordi.

 

 

Una cosa mi colpisce, tra le tante, di questo martedì; dopo alcuni mesi rivedo ritagliata nel video la mia immagine nella grotta di libri e quaderni dello studio. Mi tornano in mente le notti passate a registrare, le mattine a cercare di rispondere, i pomeriggi a rivedere, correggere, buttare via. Video fatti di gesti involontari, di volti attenti anche se non si vedono, video pieni di lavagne immaginarie affrontate con un dito nell’aria, di segni digitali silenziosi, ortogonali al grattare del gesso, alle dita sporche, al segno venuto male. Una asettica matematica a distanza, una chiara dimostrazione per assurdo: aver parlato di idee a un’idea. In poche parole una didattica dell’assenza. La disposizione alle mie spalle è più o meno la stessa delle tante lezioni in esilio; scaffali, copertine, penne, un disegno di AW, una foto di F in disparte e una di Carla con un sorriso da indovinare. Come uno specchio di questa riunione che intanto scorre via tra regolamenti e commenti, anche i libri che si intravedono dietro il mio volto si ritrovano e si riscoprono; alcuni sono fermi da anni, altri salutano il video per la prima volta, altri ancora hanno cambiato posto per fingere un rinnovato interesse. Immagino che anche loro, se potessero, spegnerebbero la telecamera come fanno tanti colleghi e tanti studenti, piccolo gesto di recinzione privata.

 

 

Di nuovo in macchina, un ricordo più vicino legato ai libri, prima di partire siamo andati a vedere il piccolo cimitero di San Lorenzo all’ingresso di Sauris di Sopra; la chiesetta sul bordo del monte e le piccole lapidi con nomi sconosciuti e foto sbiadite. Un indice analitico di semplice umanità, vite riassunte in due date e una posa inconsapevole della durata, catalogo di un tempo indefinito.

Durante la riunione di martedì guardo i miei libri che ricordano un San Lorenzo meno ordinato, imitazione del marmo con la carta. Ripenso alle parole di Emerson che paragona una biblioteca a una caverna piena di morti (così mi ha ricordato un giorno Borges, morto anche lui nella caverna) e i nostri gesti di lettura a un piccolo miracolo capace di riportarne in vita qualcuno. Mi sono voltato verso queste lapidi variegate alle mie spalle e ho cercato di ricordare; è questo che abbiamo fatto nei mesi di lontananza? Abbiamo esorcizzato la morte facendo finta di ridare la vita a teorie, nomi, formule, equazioni? Mi sforzo di tornare alla riunione dietro lo schermo, di esercitare attenzione alle regole, all’enorme mole di dettagli che renderà quest’anno diverso da tutti gli altri. Penso a tutto quello che dovremo chiedere a ragazzi e ragazze, primo tra tutto crescere più in fretta di quanto si potesse immaginare. C’è molto da costruire o ricostruire, un’alleanza rinnovata nei comportamenti, ma anche nelle idee. Che scuola volete, che scuola vogliamo, che scuola possiamo. Ripartiamo da qui: noi, una singola pluralità, vogliamo questa piccola, importante resurrezione. Vogliamo?

 

 

Gli alberi e le curve cedono il passo a case e strade provinciali, un traffico limitato per una domenica qualunque. Fa più caldo, dietro forse i miei figli dormono e Carla guarda la strada come una nereide il mare. Inizio a pianificare la settimana prossima, ma ancora il diario di quella passata non è concluso. Ripenso.

Giovedì c’è stata la riunione del dipartimento di Matematica e Fisica, una replica in piccolo dell’incontro di martedì. I volti in uno spazio più intimo, in parte ancora virtuale; qualcuno era presente a scuola con la mascherina, altri dal privato della connessione a volto scoperto. Dobbiamo abituarci a essere banditi alla rovescia, nascosti in pubblico e palesi in privato; fare a meno del volto e accontentarsi degli occhi sarà un modesto tributo da pagare per uscire dal monitor. In una sorta di preludio di quel che verrà, abbiamo parlato poco di matematica e molto di regole, bisogni, necessità, strutture, vincoli. Di nuovo alla mente una rassegna di ragazzi e ragazze e mille domande su come potrà funzionare. La matematica, e la fisica che ne è risonanza, richiede spaziotempo, richiede l’errore, l’inciampo, la condivisione non tanto di contenuti, quanto di un agire, di una pratica che va mostrata, vissuta, digerita. Si è fatto quanto si è potuto, si farà quanto si potrà. Non è facile conforto, ma credo che questo sia il minimo da garantire; quello che potremo, verrà fatto. Penso alla quinta che affronterà un esame che ancora non esiste, la fine di un percorso senza fine. Penso alle classi intermedie, intrappolate in mezzo al guado, senza più giustificazione alla partenza, senza più il conforto dell’arrivo.

 

Penso alle prime che cambiano mondo, un passaggio tra varchi incustoditi. Ma soprattutto penso agli studenti e alle studentesse dal passo incerto, a chi tende a rinunciare, alle fragilità nascoste dietro sigle sempre nuove dal significato vecchio. Su questo ghiaccio sottile bisognerà trovare il modo e il coraggio di prenderli in braccio, di farci bastone; non ci sono alternative se non vogliamo abdicare, se ancora la scuola vorrà essere luogo di cura e non setaccio.

Udine, dice il cartello in autostrada. Rumori consueti di viaggio, un casello da pagare, ultimi metri prima di casa, la mente già a riordinare, riporre, chiudere in piccoli cassetti, ci ripensiamo l’anno prossimo. Sento però che manca ancora un pezzo a questo diario settimanale, un ultimo rifugio prima del reale.

Sabato notte abbiamo portato F e AW nel bosco, lontano dalle luci di Sauris, dal rumore del mondo che ha trovato dimora anche in questi luoghi.

 

 

Penso sia strano aver vissuto mesi di silenzio e nonostante tutto cercarne ancora fino a salire (inutilmente) su un monte. Al karaoke improvvisato dall’albergo davanti alle nostre finestre abbiamo contrapposto lo sconfinato nulla del bosco di notte, i piccoli rumori dei rami da indovinare, il nero degli alberi che mangia l’orizzonte e sopra, in alto, la moltitudine di stelle che toglie ogni parola. Per la prima volta AW ha visto la Via Lattea, ha stretto la mano di F con il naso all’insù come per paura di cadere, antica vertigine che si rinnova in continuazione, stupore primordiale, patto di ingresso da questa parte del pensare. Ho guardato a lungo i miei figli persi in quell’immensità, mi sono chiesto se gli altri, quelli che mi prestano ogni mattina quando entro in classe, abbiano mai visto questa vaga luminosità che ci contiene e che conteniamo. Non posso fare a meno di pensare ai versi della poetessa che ha prestato il nome a AW, la confessione che la Szymborska inventa per il suo vecchio professore davanti a un cielo stellato. “Non finisco mai di stupirmi / tanti punti di vista ci sono lassù”; che meraviglioso programma per le nostre classi in queste poche parole.

 

Entriamo in casa, la domenica si è mangiata la settimana e questo ultimo piccolo spicchio di estate; ho finalmente attraversato l’orizzonte degli eventi e posso scorgere, distinta e maestosa, la singolarità, destino di questa piccola porzione di spaziotempo. Non credo di essere capace, ma mi ostino a pensare al tempo non come una retta, ma come una casa con molte stanze, nessuna obbligata. O forse più come una scuola con tante aule e una lavagna che ricorda il cielo stellato o il margine del bosco, la notte.

 

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