Le nuvole sopra Buonanotte

 

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).

 

L’incertezza del tempo si insinua già dal giorno prima; sappiamo che durante la camminata potrebbe piovere, ma il rischio meteorologico è una questione secondaria, in questo momento ci interessa l’andare, e l’andare insieme. Domenica la sveglia è alle sette. Sembra che il cielo si sia un po’ aperto. Il monte Bulgheria accompagna quasi tutta la linea dell’orizzonte, senza interruzioni di nubi.

Ci incontriamo alla chiesa dell’Annunziata di Licusati. Sembriamo tutti curiosi di guardarci intorno e capire il contesto, di affacciarci e guardare il Monte. L’Annunziata, infatti, sorge in mezzo all’uliveto millenario, e non lascia immaginare gli sviluppi in verticale del Bulgheria. I tanti che non lo hanno ancora attraversato restano ad osservare a lungo la linea irregolare che separa gli ulivi dalla roccia, che segnava la divisione tra le coltivazioni e i pascoli.

 

 

Agostino prende per primo la parola, e racconta ai presenti il processo e le riflessioni di Jazzi che si sono trasformate, in questa prima fase, nei laboratori camminati di Claudia Losi. Segue Francesco Careri, uno degli ospiti di Stalker insieme a Lorenzo Romito e Giulia Fiocchi, che ci suggerisce di salire in silenzio, in continuità con il primo laboratorio camminato, e di parlare solo quando si vede il mare. Tra gli obiettivi di Stalker, infatti, c’è l’idea di riuscire a costruire una mappatura sensibile, per investigare la relazione tra persone e ambiente. E questo tentativo di mappatura sensibile è uno dei principali scopi dei laboratori camminati.

Vincenzo Abramo – anche lui ospite, rigoroso ricercatore di storia locale – sorride: “per me è difficile stare in silenzio quando ci sono paesaggi così ricchi di racconti, ci proverò, ma appena vedrò il mare voglio raccontarvi questo paesaggio silente”. Infine, prende parola Claudia Losi, che ci racconta il processo del suo progetto artistico e i futuri sviluppi che culmineranno nell’evento di Giugno. Da qui si parte, immaginando il futuro.

 

 

Non c’è fila indiana questa volta, il sentiero è largo, soprattutto prima di salire in quota. Il percorso permette conversazioni laterali tra i tanti venuti da tutta la Campania, dalla Calabria e da Roma. Attraversiamo gli ulivi millenari, nelle giornate di cielo coperto le fronde restituiscono una luce quasi crepuscolare, tanto sono fitti i rami e nodosi i tronchi. Il piccolo Giovanni, 9 anni, figlio di Francesco, varia il percorso; si arrampica sui bordi scoscesi del sentiero, non segue una traiettoria lineare, lo spazio è molto per giocare ed arrampicarsi sugli ulivi.

 

 

Affascina sempre vedere come lo sguardo bambino riesca a immaginare linee, strade, traiettorie e mondi nello stesso spazio fisico, quasi che l’altezza fosse una variabile di prospettiva. I piccoli passi di Giovanni ci insegnano molto sulle mappe possibili, e sui percorsi invisibili che conducono alla vetta.

La prima tappa è lo jazzo Murici. Entriamo all’interno della struttura incastonata tra i tronchi millenari. Qui c’è tempo per raccontare le caratteristiche funzionali ed abitative del ricovero. Immaginiamo insieme nuove soluzioni di abitabilità, e quello che è per Jazzi una riflessione di lungo periodo assume nuove connotazioni nella condivisione con i camminatori e gli ospiti, con i loro sguardi stupiti dal primo incontro con i muretti a secco e gli ulivi. Nei tratti di cammino in cui si vede il mare, Vincenzo racconta il passato e il presente della pastorizia, l’uso e riuso delle risorse naturali. Collocare i racconti negli spazi che li hanno prodotti assume un nuovo senso. Così, le vicende dei pastori trovano una tridimensionalità sotto il tetto spiovente di Murici, assumono un senso le finestre feritoie e il perché la montagna sia così a ridosso delle strutture abitative. La protezione del monte e la protezione delle greggi vanno in parallelo nel paesaggio e nelle parole di Vincenzo.

 

 

Il percorso è lungo circa 4 km, il piccolo Giovanni arriva stanco a Buonanotte, ma è felicissimo perché ha trovato delle pietre preziose, quelle rocce che avevamo imparato a riconoscere nei racconti di Arnaldo qualche settimana fa. La struttura fossile del Bulgheria restituisce sassi levigati dai cammini delle greggi, e gli inserti calcarei e i fori carsici rendono i ciottoli del sentiero frugali souvenir del viaggio.

 

 

Ci accompagna la pioggia negli ultimi metri di cammino, le nubi si mescolano alla cima, ci rifugiamo allo Jazzo Buonanotte per mangiare un panino tutti insieme. Giulia, che nella fascia ha portato la sua bimba di un anno, riesce finalmente a sedersi. Vienna, guida AIGAE, la più esperta del gruppo per le escursioni, ci consiglia di ripartire rapidamente, perché la pioggia sarà in aumento; prima ripartiamo, meno pioggia prendiamo lungo il cammino. Le nubi avvolgono Buonanotte, si muovono rapidissime, fanno apparire e scomparire il Monte in pochi minuti; restiamo tutti ad osservare questo fenomeno localizzato nella piccola conca di Buonanotte. E allora ci rimettiamo in cammino.

 

 

Abbiamo infranto tante regole oggi. La prima è quella di Stalker, “non si ritorna dallo stesso percorso di andata”; sarebbe stato molto difficile fare un tragitto diverso per la discesa: l’unica altra via possibile sarebbe stata salire sul crinale del Monte, ma il tempo materiale e quello meteorologico hanno reso infattibile questo percorso. Il prossimo laboratorio camminato sarà appunto ad anello. La seconda trasgressione è stata rompere il silenzio. Al ritorno c’era molta voglia di conversare, di raccogliere l’un l’altro suggestioni sulla camminata, di fare domande agli ospiti, di suggerire letture e descrivere particolari.

 


A un certo punto del sentiero il gruppo si snoda su strade diverse, per poi ritrovarsi alla stessa destinazione: la casa di Anna e Maurizio, che fanno da ricovero domestico per il gruppo Jazzi. È lì che, davanti al fuoco e intorno al tavolo, mentre si asciugano gli abiti e i pensieri, nasce un’interessante chiacchierata sulla camminata.

 

Francesco e Giulia suggeriscono una nuova lettura, dopo aver ascoltato che il sistema di Jazzi, i sentieri, le colture in quota, ha costituito un insediamento reticolare di una comunità che ora non è più presente, ma che ha abitato e fortemente segnato il Monte Bulgheria: “abbiamo attraversato una città morta, un paesaggio abbandonato”. Questa suggestione evoca subito l’immaginario del film Stalker di Andrej Tarkovskij, e quella desolazione, ma allo stesso tempo quegli spazi da riempire, quelle mappe emozionali da riscrivere, sono elementi di fascino per generare nuovi modi di abitare, e sfida per i prossimi cammini.

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