L’eccellenza germanica

Chi era giovane negli anni 60 e 70 ricorda sicuramente l’enorme prestigio di cui godevano in Italia e in genere nell’Europa meridionale le società scandinave, la Svezia in particolare. Un prestigio trasversale, in gran parte, che veniva da sinistra come da destra. I regimi socialdemocratici che allora reggevano quei paesi erano esaltati come una mescolanza riuscita di capitalismo e socialismo, con un welfare molto ampio grazie a cui lo stato prendeva cura di ciascun cittadino “dalla culla alla tomba”. Società particolarmente prospere, certo, ma soprattutto emancipate, profondamente libere, oltre che permeate da civismo. Per un giovane italiano il viaggio in Svezia a cerca di avventure amorose era un’esperienza obbligata. Perché alla alta reputazione economica e politica di un paese si accompagna anche una elevata reputazione estetica: bellezza delle donne e degli uomini, ottimo cinema e ottima letteratura. E in effetti i paesi scandinavi annoveravano maestri universalmente riconosciuti, soprattutto nel cinema, mostri sacri come Ingmar Bergman o Karl Dreyer… Leggevamo Kierkegaard, Ibsen, Strindberg, ascoltavamo la musica di Grieg… Non stupiva il fatto che la Danimarca fosse stato il primo paese ad abolire completamente qualsiasi tipo di censura sui media. Il mondo scandinavo appariva l’avanguardia dell’Occidente.

 

Poi, con gli anni 80, i paesi scandinavi – e altri paesi nordici – hanno cessato poco a poco di essere modelli. Solo il mondo anglo-americano è apparso degno di essere imitato e seguito. È come se il successo del neo-liberalismo, dagli anni 80 in poi, avesse gettato un cono d’ombra sull’eccellenza delle società nord-europee. Si sono moltiplicate le critiche allo Scandinavian Way of Life. Si è ripetuto fino alla noia che i paesi scandinavi hanno alti tassi di suicidio – cosa del tutto falsa, come ho cercato di dimostrare – e che colà la vita, tutto sommato, è triste. 

In realtà in quei paesi la gente si dichiara più felice di quanto non si dichiarino gli italiani. Per quanto discutibile, la World Happiness Map ci dice che ai primi sei posti, come paesi dove la gente si dichiara più felice, si situano, nell’ordine, Finlandia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Svizzera, Paesi Bassi. La Svezia è nona, l’Austria dodicesima, la Germania quindicesima, gli USA e l’UK rispettivamente diciottesimi e diciannovesimo, mentre l’Italia è solo quarantasettesima, “meno felice” dell’Uzbekistan, della Polonia e del Nicaragua. Il mito diffuso degli italiani spensierati e gaudenti andrebbe seriamente rivisto.

Ho conoscenza diretta dei paesi nord-europei, per cui non sono stupito dalle statistiche economiche e sociali: queste mettono non solo i paesi scandinavi, ma in genere i paesi europei che parlano lingue germaniche, ai primi posti in quasi tutti i campi. Intendo l’Islanda, la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, i Paesi Bassi, la Germania, l’Austria, la Svizzera (in più la Finlandia, dove non si parla una lingua germanica). È come se il parlare come prima lingua un idioma di area germanica assicurasse un vantaggio differenziale decisivo nei confronti degli altri paesi europei, anche occidentali. Questo è vero anche all’interno di paesi che parlano più lingue. In Belgio, le Fiandre (dove si parla olandese) sono più prospere della Vallonia (dove si parla francese). In Svizzera, i cantoni di lingua tedesca di Basilea e Zug sono di gran lunga più ricchi degli altri cantoni. 

 

Questo non toglie che per altri versi la lingua germanica più importante, il tedesco, sia alquanto trascurata. Essa non è nel novero delle sei lingue delle Nazioni Unite (inglese, francese, spagnolo, russo, arabo, cinese) ed è la settimana lingua più studiata al mondo: sono più studiati l’italiano (in quarta posizione), il cinese e il giapponese. Una lingua indubbiamente sottovalutata. 

Insomma, i paesi che parlano lingue germaniche sono tutti di alto rango. Il rango di un paese è determinato da una serie di fattori, che di solito tutti, di sinistra o di destra o di altro, consideriamo positivi. Il rango di un paese è tanto più alto quando rispetto agli altri paesi:

  • Ha un maggiore livello culturale (migliore istruzione, più laureati, migliore risposta degli studenti ai test di capacità in lettura scienze e matematica)
  • Si leggono più libri e si consultano più media che altrove
  • Ha il PIL pro capite più alto e minore disoccupazione, in particolare minore disoccupazione giovanile
  • Ha il sistema sanitario più efficiente e più accessibile a tutti
  • L’uso più ampio di internet da parte di un numero maggiore di persone
  • Gode di una maggiore eguaglianza di genere, più donne lavorano, più donne in posizioni dirigenziali
  • Ha più alta speranza di vita, minore mortalità infantile
  • Un più alto indice di democrazia e di libertà dei media
  • Maggiore produttività e competitività in campo economico

 

Questa eccellenza dei paesi di lingua germanica non può essere spiegata da ragioni religiose, perché se è vero che molti di questi paesi sono a prevalenza protestante, la Germania è al 50% cattolica e l’Austria è cattolica. Che legame ci può essere tra un ceppo linguistico e il successo economico e sociale? Ecco un enigma anche non meno serio di quello che cercò di sciogliere Max Weber interrogandosi sulle relazioni tra etica protestante e spirito capitalista.

Riporto qui una serie di classifiche che riguardano gli aspetti che determinano quella che si chiama qualità della vita di un paese. Non una classifica della felicità, ovviamente, non esistono paesi felici, ma paesi migliori di altri sì. Li chiamerò “i virtuosi”. E in effetti per tutte queste voci i paesi europei di lingua germanica (dato che annoverano anche nazioni del Sud come la Svizzera tedesca e l’Austria) mostrano una decisiva virtuosità. Nella classifica inserisco anche l’Italia e, dato che sono paesi idealizzati da molti, anche gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna (UK). Ho inserito la Francia come altro paese importante di riferimento.

 

 

Per ragioni di spazio non citiamo altre classifiche significative, come quella della competitività, del potere d’acquisto, della bilancia dei pagamenti, della partecipazione delle donne alla vita sociale, del tasso di disoccupazione, o di altre ancora: anche in questi campi i paesi di lingua germanica (e spesso anche la Finlandia) battono sia quelli anglofoni sia quelli di lingua latina.

Se i nostri giornali e i nostri politici fossero meno provinciali e meno miopemente focalizzati sul “più vicino e quasi ora”, allora, ogni volta che qualche diatriba politica esplode in Italia, potrebbero informarci su come hanno affrontato problemi simili questi paesi “virtuosi”. Ad esempio, si è parlato tanto del Jobs Act e del reddito di cittadinanza, ma quale rivista o giornale o programma televisivo ci ha spiegato se nei paesi Scandinavi o in Germania c’è qualcosa di simile al Jobs Act e come funziona? Nessuno ha paragonato il progetto di reddito di cittadinanza con forme di sostegno al lavoro che esistono in quei paesi. Ogni volta che si discute qualche misura politica, è come se noi italiani fossimo sempre i primi al mondo a porci certi problemi; nessuno si chiede come altri paesi – specialmente quelli “virtuosi” – hanno affrontato, e spesso risolto, questi problemi, magari decenni prima.

 

Se i paesi di lingua germanica sono quelli in cui si vive meglio, secondo gli standard che noi stessi condividiamo, perché allora non li idealizziamo? Al contrario, da anni serpeggia un rancore più o meno esibito nei confronti di questi paesi virtuosi ma “rigidi”, che ci impongono la riduzione del debito e una finanza sana, che inflessibilmente ci ricordano il baratro in cui stiamo affondando, la Merkel è descritta quasi come una despota arcigna, i paesi del Nord come spietati esattori fiscali. 

Oggi quasi tutto l’influsso culturale sembra venire dall’America, dal resto del mondo vengono le briciole. Anche le feste americane – come Halloween e San Patrizio – si affermano tra noi, non le feste tipiche dei paesi germanici o europei. A parte i thriller scandinavi, oggi molto apprezzati, non vedo alcun influsso notevole del cinema e della letteratura tedesca, austriaca, scandinava, olandese da noi. 

Guardiamo poco ai paesi germanici come a modelli probabilmente perché intuiamo che la loro eccellenza in quasi tutti i campi si accompagna a un rigore anche morale. Questi paesi ci appaiono troppo “seri”, non si evadono le tasse, la gente fa la fila davanti a qualsiasi sportello, c’è poca corruzione… Gli italiani si auto-idealizzano come anarcoidi, scanzonati, individualisti, sregolati, per cui le società germaniche non possono essere idealizzate. In fondo, apprezziamo solo il glamour, che oggi è per lo più anglo-americano, anche se si tratta di un glamour spesso fatuo e corrivo. Sotto sotto, cerchiamo di evitare di essere “virtuosi”, perché la virtù pesa, implica rinunce a certe sguaiataggini. In Italia, oggi, c’è poco desiderio di virtù.

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